Presidente, onorevoli colleghi, Yarmouk è un lembo di terra senza pace. Quella in un campo profughi è una vita difficile: il popolo palestinese, scacciato dalla propria terra, vive, in questo campo, una situazione precaria, in condizioni igienico-sanitarie pessime (lo hanno già ricordato le mie colleghe), in cui crescere le nuove generazioni è estremamente difficile.
La situazione, già disastrosa in tutta la Siria, ha iniziato a deteriorarsi in questo angolo di terra dal 2012, quando esercito e ribelli hanno iniziato a contendersi la zona. Oggi le circostanze sono drasticamente peggiorate: l'ONU le ha definite disumane, al di là del disumano. L'intera Siria è una polveriera: dall'inizio della guerra, ormai 4 anni fa, si contano circa 220 mila morti, 12 milioni di sfollati e 3,8 milioni di rifugiati. La metà degli sfollati sono bambini.
La guerra ha distrutto ospedali, scuole, i rifornimenti idrici ed elettrici. Si dice che quasi l'83 per cento del Paese sia al buio. Per il 2015 il bilancio degli aiuti umanitari sarebbe stato stimato intorno agli 8 miliardi di dollari e fino ad oggi sarebbe stata trovata la copertura solo per il 2 per cento. Molte ONG attive sui territori siriani hanno definito la crisi umanitaria come una delle peggiori crisi dalla seconda guerra mondiale.
L'ISIS combatte tra le rovine contro i palestinesi, ma non è la sola a sparare, purtroppo, perché sembrerebbe che anche l'aviazione avrebbe bombardato più volte il campo di Yarmouk. L'ISIS è brutale, lo ricordava la collega Iori, ed adotta, nelle operazioni militari e nelle rappresaglie, metodi che somigliano molto a quelli della pulizia etnica dei serbi di Bosnia, aggiungendo brutalità medioevali: file di teste mozzate ed impalate e miliziani che giocano a calcio con le teste dei palestinesi, sono solo esempi di quello che è diventato il campo di Yarmouk. In questo inferno i civili cercano di sopravvivere come possono, barricandosi in casa, esponendosi il meno possibile, ma sono sempre più i civili, gli innocenti, i bambini, le vittime di questo massacro. È di domenica la notizia della morte di cinque scolari, tra i 12 e 15 anni, tre professoresse e un uomo uccisi in seguito ad un bombardamento sulla scuola Saed Al-Ansari, nel distretto di Mashhad ad Aleppo. I bambini, i ragazzi cercano di continuare, chi può, una vita normale, ma il terrore non si ferma neanche davanti a loro, anzi colpisce proprio il simbolo di un futuro diverso: la scuola.
Nel campo di Yarmouk manca tutto: cibo, acqua, medicinali, di terrore, invece, ce ne è in abbondanza. «Un assedio nell'assedio» è la definizione più ricorrente che arriva dalle testimonianze del campo. Diecimila adulti e tremilacinquecento bambini sono intrappolati a Yarmouk e non possono uscire perché i cecchini jihadisti controllano le vie di fuga. La dodicenne Zeinab Daghestani è stata uccisa da un cecchino il 7 aprile mentre cercava di spostarsi verso la zona meridionale di Yarmouk, all'epoca più tranquilla.
Sono, purtroppo, proprio i più piccoli a subire il peso maggiore della guerra. Fonti UNICEF ci dicono che già dal novembre 2013 vi era una enorme difficoltà a far entrare aiuti umanitari nel campo, ma ora la situazione è precipitata. Sia le forze siriane che lo Stato islamico impediscono l'accesso agli aiuti medici e umanitari, privando così decine di feriti delle cure mediche e dell'assistenza necessarie per salvare le loro vite. L'unico ospedale del campo è stato distrutto, i medici che ci lavoravano dentro se ne sono andati e le persone rimaste ferite non hanno potuto ricevere cure mediche. Purtroppo, le notizie che abbiamo sono frammentarie, perché i media ufficiali non possono avvicinarsi alla zona. I cecchini sparano sulle madri che cercano tra le macerie qualcosa da mangiare, i testimoni ci parlano di una città popolata da spettri ormai pelle ed ossa.
Gli appelli sono stati innumerevoli, lo ricordava la mia collega Iori, ma ora bisogna passare alle azioni concrete. L'Italia ha iniziato a fare la sua parte. Il nostro Governo, attraverso il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha stanziato un milione e mezzo di euro per sostenere le attività dell'Unicef e dell’ UNRWA, l'agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi; agenzia, voglio ricordarlo, che è già allo stremo per la situazione di tanti campi profughi palestinesi disseminati in Medio Oriente. È un valido inizio, ma bisogna fare di più. Mi auguro che questa cifra sia solo la prima fase di un impegno economico di medio e lungo periodo a sostegno delle genti di Yarmouk e degli altri campi profughi.
Ora siamo di fronte ad un'urgenza: c’è bisogno, subito, di un corridoio umanitario che porti i civili fuori dal campo. Il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha chiesto che sia consentito l'accesso alle agenzie umanitarie. Il plenum composto da quindici Paesi ha chiesto la protezione dei civili, l'assistenza umanitaria, di salvare vite umane e chiede alle autorità siriane di organizzare un corridoio umanitario, per consentire l'evacuazione del campo di Yarmouk, a Damasco. La situazione è talmente grave che bisogna adoperare tutti i mezzi disponibili. Non possiamo assistere, impotenti, a questo massacro ! Non possiamo accettare questo livello di brutalità e di barbarie ! Dobbiamo cercare nuove vie e non arrenderci. Dobbiamo prendere esempio da Aeham Ahmad, che tutti conoscono come il pianista di Yarmouk. Tra le rovine risuona la sua musica: il suo Beethoven sfida i demoni dell'integralismo e dà ai sopravvissuti la forza di resistere. Dobbiamo trovare anche noi, in Italia, in Europa ed in tutto l'Occidente, il vigore per opporci al terrore, per guardare in faccia la tragedia, ma anche per reagire.
La priorità deve essere quella di portare via da Yarmouk i bambini, ma anche di salvare il popolo siriano da questo massacro – i numeri li abbiamo detti prima – e accendere i riflettori non solo su Yarmouk, ma su tutti gli altri campi profughi. Dobbiamo accogliere questi bambini nel nostro Paese, replicando quello che fu lo spirito di solidarietà straordinario che si attivò subito dopo l'esplosione del reattore nucleare di Chernobyl. Bambini ucraini e bielorussi hanno ricevuto cure ed ospitalità in Italia. Da noi hanno trovato l'affetto di una seconda famiglia, hanno conosciuto la nostra cultura ed imparato la nostra lingua, molti bambini si sono salvati, moltissimi hanno migliorato le loro condizioni di salute. Ci fu, all'epoca dei fatti, una vera e propria gara di solidarietà che coinvolse pubbliche amministrazioni, fondazioni, associazioni, famiglie e singoli cittadini. Replicare questa gara di solidarietà, affidando i bambini di Yarmouk a nuclei familiari italiani, sarebbe un gesto di grande umanità, una pratica di cui andare fieri di fronte al mondo intero. La realizzazione di tali programmi potrà avvenire sulla base della normativa prevista dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 535 del 9 dicembre 1999, che ha definito i compiti del comitato minori stranieri, affinché venga garantita la tutela dei minorenni accolti in Italia nell'ambito dei programmi solidaristici, in linea con quanto dichiarato dalla Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza del 20 novembre 1989.
Auspichiamo, in conclusione, che i parlamentari di tutti gli schieramenti – poiché gli aiuti umanitari non hanno appartenenze – sostengano questa mozione, affinché il nostro aiuto possa concretizzarsi in modo efficace, senza limitarsi alla commozione o all'indignazione, ma creando occasioni di accoglienza e situazioni di recupero della dignità umana.