Signora Presidente, innanzitutto voglio esprimere una parola di apprezzamento per i gruppi che si sono espressi favorevolmente alla nostra mozione, perché ci sono 3.500 bambini che sono intrappolati, bambini palestinesi intrappolati nell'inferno del campo profughi di Yarmouk, vicino a Damasco. Quei bambini sono esposti a una situazione prolungata di errori, di atrocità della violenza jihadista. Rischiano di essere uccisi o feriti, alcuni di loro sono già morti, e la situazione peggiora di ora in ora, siamo davvero in una situazione di emergenza assoluta, mancano cibo, acqua potabile, mancano medicinali, manca protezione, non ci sono più strutture sanitarie e anzi i medici sono stati i primi ad essere uccisi e ad essere rapiti. Questo è quanto ci dice Save the children. Chi è riuscito a fuggire ci racconta di esecuzioni sommarie per le strade, di decapitazioni, di bambini che vengono uccisi davanti ai loro genitori, di mamme che si prostituiscono per procurare ai loro figli un po’ di pane o un po’ latte, una situazione davvero oltre il disumano, come ha definito il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Impossibile fare entrare gli aiuti umanitari e nemmeno la Croce rossa internazionale e L'UNRWA, che è l'agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati palestinesi, sono riuscite a far passare i loro convogli per garantire una stentata sopravvivenza. Il campo è stato invaso, come è già stato detto dagli interventi precedenti, il 1o di aprile dalle truppe dell'ISIS che sono determinate ad arrivare in fretta a Damasco e proprio per questo l'orrore fondamentalista non si interromperà. Nello stesso tempo si intensificano i bombardamenti dell'aeronautica siriana per fermare l'ISIS. Una trappola dunque che imprigiona fra due fuochi una popolazione civile, gli abitanti del campo e rischia di trasformare questo campo in una nuova Srebrenica. Questo è quanto ci viene detto e questo è l'allarme che viene lanciato proprio dall'Unicef. Ebbene, fra le misere case sventrate, c’è un episodio, un video diffuso da Youtube che ha fatto il giro del mondo in queste settimane ed è il video che mostra un pianista che tra le macerie, con il suo pianoforte sgangherato, suona accompagnando una canzone disperata il cui titolo dice: non so più il mio nome. Ecco, questa canzone credo che esprima proprio il dramma profondo, la perdita di identità. Non sanno più chi sono queste persone. Non so più il mio nome è la perdita di sé, la perdita della deprivazione totale. Ecco in questi giorni la furia devastatrice dell'ISIS gli ha bruciato anche il pianoforte e questo pianista ha cercato sui tetti di continuare a suonare.
Ora, se conosciamo queste atrocità – e le conosciamo e le vediamo passare nei TG – se vediamo queste immagini angosciose, non possiamo non assumerci la responsabilità di ciò che abbiamo visto. La parola responsabilità la uso proprio nel senso profondo del termine perché responsabilità deriva da respondeo e vuol dire «cercare una risposta», una risposta attiva, una risposta vera di fronte a tutto il dolore e la violenza che abbiamo visto, che vediamo.
Chi non vuole vedere, chi getta uno sguardo frettoloso, chi si volta dall'altra parte, getta uno sguardo indifferente e incurante davanti al dolore di questi bambini, ma il vedere è proprio quello sguardo e quel vedere che ci rende responsabili davanti al mondo e davanti alla storia poiché la diffusa omissione – e ce lo scrive Hannah Arendt – si traduce in una deresponsabilizzazione che ci rende complici del male.
Se davvero non vogliamo allora essere complici di una nuova Srebrenica, non possiamo restare indifferenti o limitarci all'indignazione o alla commozione, ma dobbiamo sentirci chiamati in causa e farci carico di una risposta concreta che vada oltre l'indignazione generica, le condanne e gli appelli umanitari che non si traducono in risposte concrete, reali ed efficaci.
Questo è il senso di questa mozione che risiede proprio nella responsabilità etica e politica per cercare di alleviare un dramma che sta avvenendo a pochi passi da noi, anche se ci sembra così lontano. La responsabilità deve tradursi in una risposta politica concreta per un contesto di guerra dove i piccoli profughi non sono solo vittime accidentali, ma vivono una reale violazione di quasi tutti i diritti dell'infanzia: il diritto alla vita, il diritto alla salute, il diritto allo sviluppo, ad essere nutriti e protetti, il diritto a una famiglia, il diritto anche all'istruzione, all'identità e a una nazionalità e, soprattutto, il diritto ad avere ancora progetti per il futuro.
Esprimiamo quindi apprezzamento per la tempestività e la concretezza con cui il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Paolo Gentiloni, ha subito predisposto un sostegno coraggioso e urgente di un milione e mezzo di euro, destinando 500 mila euro all'UNICEF e un milione all'UNRWA affinché sia salvata in primis proprio la popolazione infantile.
Avere individuato la popolazione infantile e l'infanzia come destinataria privilegiata di questi interventi e degli aiuti è una scelta che va incoraggiata, oltre che apprezzata, e sostenuta con conseguenti azioni.
Accanto agli indispensabili aiuti economici, alimentari e sanitari, occorre promuovere infatti iniziative che possano mettere in campo tutte le forze che intendono allontanare i bambini dalle zone di guerra, proprio per limitare le sofferenze fisiche e psicologiche che derivano dall'esposizione prolungata a quelle esperienze traumatiche che ne pregiudicano lo sviluppo.
Guardate, colleghi, si ritiene erroneamente, erroneamente – lo ripeto – che i bambini dimentichino, che siano capaci di trasformare anche la guerra in un gioco. È grave minimizzare la loro vulnerabilità. Il del dolore del bambino, che è spesso invisibile, diventa due volte invisibile nelle situazioni di guerra, dove abbiamo bambini vittime e bambini soldato.
Credo che diverse ricerche – e lo sappiamo tutti – confermano che convivere a lungo con la violenza, con la morte, vedere morire i propri genitori, familiari e fratelli produce tracce indelebili per tutta la vita, perché le ferite emotive sono molto più gravi e durature di quelle fisiche. Il ricordo traumatico delle tragedie e degli orrori vissuti impedirà di costruire processi di speranza e di fiducia nel domani e anche nell'umanità tutta.
Questa mozione, dunque, chiede, in primo luogo, che il Governo prosegua urgentemente nella linea intrapresa, con azioni finalizzate all'attivazione immediata di un corridoio umanitario, come lo stesso Ministro Gentiloni ha indicato, per intervenire rapidamente a liberare almeno i bambini, mettendo in atto nel più breve tempo tutte le possibili azioni politiche, prendendo immediati contatti con gli organismi internazionali e le associazioni che già operano in quel territorio.
Chiediamo, inoltre, al Governo di valutare le possibili modalità per impegnarsi attivamente nel prevedere programmi solidaristici immediati. Il nostro Paese ha dimostrato in diverse occasioni la sua generosità e anche in questi giorni tante famiglie ci stanno scrivendo e stanno scrivendo anche a me per offrire la loro disponibilità ad ospitare i profughi di Yarmouk.
Davanti a questo incombente dramma umanitario, che coinvolge civili inermi e soprattutto la popolazione infantile, il nostro aiuto deve concretizzarsi in modo efficace per il recupero della loro piena dignità umana e sociale. Per questo, esprimo il voto favorevole del Partito Democratico.