Grazie, Presidente. Io penso che i quesiti posti dai referendum della CGIL siano quesiti che affrontano problemi veri, anche quello non approvato dalla Consulta relativo al tema dei licenziamenti. Ricordava adesso l'onorevole Maestri che sarebbe necessario su questo argomento avere da parte del Governo un preciso monitoraggio. Io convengo anche perché altrimenti questi dati, che dicono che i licenziamenti aumento del 4 per cento, che i licenziamenti disciplinari aumentano del 27 per cento, mentre calano le dimissioni del 14 per cento – e questo è un dato molto positivo che evidenzia il fatto che la nuova normativa sulle dimissioni in bianco che noi abbiamo voluto sta probabilmente funzionando – potrebbero prestarsi a diverse interpretazioni, quindi noi dobbiamo ricondurli alla oggettività delle dinamiche del mercato del lavoro, senza avere dei tabù, anche nel caso in cui si trattasse in modo chirurgico di cambiare alcune normative legate al tema dei licenziamenti per quanto riguarda il Jobs Act. Mi riferisco in particolare al tema, dal mio punto di vista non ancora risolto, dei cosiddetti licenziamenti collettivi, oltre a quelli disciplinari. Ora, per quanto riguarda il merito della mozione che è stata presentata da Sinistra italiana – anche noi depositeremo ovviamente una nostra mozione –, attiene al tema dei quesiti sopravvissuti, quindi quelli relativi ai voucher e alla responsabilità solidale negli appalti. Sui voucher molto è stato detto. Io penso che i dati parlino sicuramente da soli. Noi abbiamo un consuntivo diciamo inferiore a quello che avevamo previsto nel 2016; si pensava di arrivare a circa 150 milioni e siamo arrivati a 134 milioni. Questo probabilmente è anche dovuto a quella tracciabilità che è stata inserita dal precedente Governo per quanto riguarda l'utilizzo dei voucher, che ci evidenzia il fatto che, nel mese di dicembre del 2016, siano stati venduti 11,5 milioni di buoni lavoro a fronte degli 11,4 milioni dell'anno precedente, sempre nel mese di dicembre, il che vuol dire che c’è una stabilizzazione, dicembre su dicembre, che potrebbe rilevare anche un'efficacia di questa tracciabilità. Quindi siamo di fronte a dei volumi enormi; se noi dividiamo 134 milioni per 1.800, che sono mediamente le ore lavorate da un metalmeccanico su base annua, noi arriviamo a circa 75.000 persone a tempo pieno. Qualcuno potrebbe osservare che si tratta di un dato relativamente modesto; non è così perché noi sappiamo che purtroppo l'uso del voucher prima della tracciabilità era un uso che aveva anche questa possibilità: compro il voucher, se arriva l'ispettore lo esibisco, non c’è bisogno di dire quando ho cominciato ad utilizzarlo quindi moltiplichiamo per 3, per 4, per 5 quel numero e vediamo che potremmo parlare di circa 300.000 lavoratori a tempo pieno. Quindi stiamo parlando di fenomeni che non sono più fenomeni trascurabili e nei quali il tema dell'abuso è evidente. Ora, perché noi chiediamo di tornare all'impostazione originaria ? Veniva già ricordato: io ho presentato con i miei colleghi del Partito Democratico in Commissione lavoro una proposta di legge che va in quella direzione già nel febbraio del 2016.
Noi non sapevamo a quel momento che ci sarebbero stati i referendum della CGIL. Quindi, la nostra intenzione non è quella – e rimane così – di togliere di mezzo, di narcotizzare o di far procedere un referendum. È compito di chi l'ha proposto difendere la sua impostazione. Noi ci siamo soltanto riproposti, già nel febbraio dello scorso anno, di depositare una proposta di legge – alla quale abbiamo chiesto attenzione, per la quale abbiamo chiesto attenzione al Governo – per migliorare una situazione sfuggita di mano. Quindi, occorre tornare alla «legge Biagi»; lo dice chi non ha mai approvato interamente le tesi contenute nel testo della «legge Biagi». Lo dico con il rispetto che si deve portare ad un eroe della nostra Repubblica, un uomo barbaramente ucciso dalle Brigate Rosse per i suoi pensieri e per il suo modo di concepire il tema del lavoro, perché il pensiero di chiunque va difeso contro qualsiasi aggressione.
Ma perché tornare alla «legge Biagi» quando Ministro del lavoro era l'esponente di un altro schieramento, l'onorevole Maroni ? Perché io penso che l'impostazione che era stata data era un'impostazione concettualmente molto precisa e faceva perno su un punto che, secondo me, è essenziale per riformare l'attuale situazione: il lavoro meramente occasionale. Quindi, non si trattava, come qualcuno ha sostenuto, che l'impostazione d'origine, quella del 2003, fosse una timida sperimentazione. No ! Era una precisa impostazione concettuale che si richiamava, appunto, al lavoro meramente occasionale. Faccio notare che poi nelle successive deliberazioni di carattere legislativo la parola «meramente» scompare e rimangono le parole «lavoro occasionale»; poi scompare anche la nozione di lavoro occasionale con il Governo Letta. Dobbiamo ripristinare il termine «meramente occasionale». Se non facciamo questa operazione le altre operazioni possono essere molto discutibili e non estirpare quello che è il punto essenziale che noi vorremmo ottenere cioè quello di impedire delle forme di abuso.
Quindi, come procedere ? Lo dico all'onorevole Bobba che è qui in rappresentanza del Governo. Non solo si tratta di confermare quello che ho appena detto e tornare al concetto chiave dell'impostazione concettuale dell'utilizzo del voucher, cioè il lavoro meramente occasionale, ma si tratta anche di legare a questo lavoro meramente occasionale il tipo di lavoro che può essere svolto. Non è un caso che la nostra proposta di legge – e proposte di legge analoghe sono depositate in Commissione lavoro da parte del MoVimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega Nord – parli di piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa l'assistenza domiciliare ai bambini, alle persone anziane ammalate o con handicap, dell'insegnamento privato supplementare, dei piccoli lavori di giardinaggio, di realizzazione di manifestazioni sociali, sportive, caritatevoli o culturali, e cose di questo genere, affidate ovviamente a soggetti che abbiano particolari difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro: i disoccupati da oltre un anno, gli studenti, i pensionati, i disabili, i soggetti in comunità di recupero, i lavoratori extracomunitari regolarmente soggiornanti in Italia nei sei mesi successivi alla perdita del lavoro.
Quindi, noi vogliamo fare un'operazione precisa, pulita e completa, che non abroghi l'utilizzo dei voucher. Io qui lo voglio dire: sono contrario all'abolizione dei voucher. Però, sono favorevole affinché si scelga la strada di ricondurre il loro utilizzo effettivamente al lavoro meramente occasionale e ad un'elencazione di lavori e non, come si è sentito dire ad esempio, con la fissazione di tetti percentuali o numerici di utilizzo nell'ambito dell'organico a tempo indeterminato delle imprese, perché se così fosse, se questa fosse l'intenzione, noi faremmo l'operazione contraria di quella che invece stiamo sostenendo e noi renderemmo istituzionale l'utilizzo del voucher.
Per quanto riguarda – e ho concluso – la questione degli appalti ne ha già detto l'onorevole Maestri. Anche qui abbiamo una proposta di legge di cosiddetto ritorno alle origini, quindi alla «legge Biagi» del 2003, nella quale la responsabilità solidale del committente era collegata alla tutela della trasparenza della retribuzione definita dai contratti confederali e di categoria e per quanto riguarda la trasparenza dei contributi previdenziali.
Concludo dicendo questo: il Jobs Act sicuramente aveva un obiettivo – e spero che lo mantenga – che era quello di aumentare la quantità e la percentuale di lavoro stabile. Mi permetto di suggerire al Governo che se vogliamo perseguire questo obiettivo bisogna correggere un errore d'impostazione, che è quello degli incentivi. Gli incentivi a spot, altissimi il primo anno (al 60 per cento), minori il secondo anno e che scompaiono il terzo anno, purtroppo portano a degli effetti controproducenti: diminuirà, come abbiamo visto dall'osservatorio dell'INPS, il numero delle persone utilizzate attraverso il lavoro a tempo indeterminato e tornerà, purtroppo, la prevalenza del lavoro precario. Quindi, gli incentivi strutturali sono la risposta per il mantenimento di una prospettiva di qualità occupazionale anche per il Jobs Act.
Discussione sulle linee generali
Data:
Lunedì, 23 Gennaio, 2017
Nome:
Cesare Damiano