Dichiarazione di voto
Data: 
Mercoledì, 23 Settembre, 2015
Nome: 
Ernesto Preziosi

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Presidente, colleghi, «la tolleranza verso coloro che hanno opinioni diverse in materia di religione – aveva già notato Locke – è a tal punto consona al Vangelo e alla ragione che appare una mostruosità che ci siano uomini ciechi di fronte a una luce così chiara». Sono parole illuminanti che dicono di un percorso lungo e di un percorso ancora non compiuto. Il contesto attuale, in cui ci troviamo a parlare di libertà religiosa, è, anche per il nostro Paese, del tutto differente dal contesto storico che abbiamo alle spalle, sia che ci riferiamo ai recenti decenni della storia d'Italia sia che il riferimento vada all'evoluzione della modernità, con la difficile acquisizione del principio della distinzione tra Stato e confessioni religiose. Non sembri inutile questo richiamo alla storia, perché ci può aiutare a cogliere ulteriori passi di un'evoluzione che non può che passare per una visione globale. La globalizzazione, infatti, sta modificando a fondo i confini della libertà religiosa, ponendo in primo piano la necessità di un'iniziativa nuova dei Governi dei Paesi, al pari di quella degli organismi internazionali, affinché nelle relazioni diplomatiche si ponga al centro il tema della libertà religiosa – tema prioritario della libertà e della dignità della persona –, utilizzando ogni strumento, anche nelle relazioni economiche, bilaterali o multilaterali, per favorire, per questo tramite, attraverso adeguati deterrenti, il rispetto dei diritti umani e della libertà religiosa. 
Nei giorni scorsi, con la collega Berlinghieri, del Partito Democratico, ci siamo recati a New York, ad un incontro presso le Nazioni Unite che riguardava appunto la libertà religiosa. Si trattava di un panel cui hanno partecipato circa sessanta parlamentari di fedi e confessioni religiose diverse, provenienti da vari Paesi del mondo. In quel contesto abbiamo sottolineato come sia importante che in questi giorni alle Nazioni Unite, nella sessione dedicata agli obiettivi dello sviluppo sostenibile, si metta al centro anche il tema della libertà religiosa. È un obiettivo importante, finora non previsto all'interno di quel contesto, ma che abbiamo cercato di suggerire insieme ai colleghi che erano intervenuti dalle varie parti e da vari parlamenti internazionali. Un'ulteriore proposta che abbiamo portato in quella sede, che è contenuta nella nostra mozione che abbiamo portato al Parlamento, è quella di chiedere al Governo di usare i fondi della cooperazione del nostro bilancio per difendere e rafforzare la libertà religiosa nel mondo. È una proposta concreta che abbiamo voluto suggerire anche alle altre delegazioni internazionali. Infine, quella di valorizzare pienamente il ruolo di Lady PESC, il ruolo dell'Europa, in questo momento avente una presenza, come quella di Federica Mogherini, che potrebbe, in sintonia con il Governo e con il Parlamento italiano, svolgere un'azione ancora più incisiva. Perché dicevo che il contesto in cui ci poniamo è un contesto storico che chiede una grande crescita, una maturazione culturale perché questo tema non sia soggetto a strumentalizzazioni di parte ? Perché nel nostro Paese, a partire dagli anni Sessanta, si è avuta un'evoluzione importante in tema di libertà religiosa. È un approfondimento che è avvenuto su due piani: dal punto di vista dell'evoluzione e anche dell'interpretazione della Carta costituzionale, per quanto riguarda la vita dello Stato, e, per quanto riguarda la vita della Chiesa cattolica, con la celebrazione, nei primi anni Sessanta, del Concilio Vaticano II. 
Se l'evoluzione della lettura anche costituzionale ha portato al principio del pluralismo religioso desumibile degli articoli 7 e 8, che lo garantiscono nelle istituzioni confessionali, l'aspetto confessionalistico-concordatario è stato in questo senso superato, e si sono avute a partire dagli anni Settanta le varie intese bilaterali con le varie confessioni religiose presenti. È un cammino importante, che riguarda la nostra storia, il nostro Paese, e che va continuato. 
Nello stesso tempo, dicevo, da parte della Chiesa cattolica il percorso intrapreso con il Concilio Vaticano II ha portato a quell'importante documento che è la Dignitatis humanae: i principi su cui poggia la libertà religiosa affinché, come noterà Papa Montini con una sintesi efficace che credo sia ancora molto attuale, «nessuno sia impedito o costretto di credere». 
È una prospettiva innovativa, che fa giustizia di atteggiamenti avuti dalla Chiesa cattolica lungo i secoli, e di cui la stessa Chiesa ha avuto il coraggio di chiedere perdono. Una prospettiva interessante, che apre alla prospettiva universale: «Non è forse un'idea affascinante – aveva notato Böckenförde – quella che la Chiesa e i cristiani si facciano difensori dell'universale libertà religiosa a partire dalla propria fede ?». Non quindi una libertà settoriale, corporativa, ma una libertà universale di religione. 
La nostra mozione, così come le altre presentate, parte dalla denuncia di una situazione che va progressivamente aggravandosi, con l'esclusione delle religioni dal contesto pubblico e con un’escalation inimmaginabile che fa riferimento a forme di discriminazione e di persecuzione cruenta. 
Di fronte a questi atti rivolti a più soggetti religiosi, ed in particolare ai cristiani (sicuramente il dato richiamato da più parti del milione di morti in quanto cristiani nel primo decennio di questo secolo è un dato allarmante), non dobbiamo dimenticare il contesto complessivo in cui agiamo. È un dato di fatto con cui fare i conti, senza peraltro dimenticare, come fa lo stesso Papa Francesco, che accanto ai martiri cristiani vi sono «uomini e donne, minoranze religiose non cristiane». Vi è, cioè, al fondo del problema un attacco alla dignità umana, all'ineliminabile diritto di professare o non professare un credo religioso, più ancora all'importanza e alla centralità della vita della persona. È una situazione di inedita gravità che chiede di agire con determinazione a difesa di ogni persona, senza distinzione di questa o quella confessione, per la piena garanzia di un libero esercizio di culto nella sua dimensione privata e pubblica. 
Altro elemento da considerare, che apre scenari inediti, è il fenomeno delle migrazioni in continua crescita, che ha portato ad una presenza stanziale nei Paesi europei di una popolazione sempre più numerosa proveniente da altre parti del mondo, popolazione che mantiene ed anzi ricerca proprio nel contesto plurale i propri riferimenti religiosi come elementi identitari. 
Accanto alle migrazioni si sviluppano fenomeni interni al grande processo di secolarizzazione della civiltà occidentale, che portano tra l'altro all'indebolimento del fattore religioso e ad una progressiva scomparsa della religione dal contesto pubblico, e aprono scenari nuovi nella relazione tra Stati e confessioni religiose, così come all'interno dello stesso pluralismo religioso che chiede, anche in aree in passato omogenee per tradizione, un nuovo atteggiamento di confronto e di dialogo: un dialogo che inevitabilmente si intreccia con quello del riferimento pubblico e statale. 
L'accennata crescita della centralità dell'individuo come soggetto e artefice delle proprie scelte chiede alle religioni, a tutte le religioni prima ancora che agli Stati, un doveroso confronto sulla libertà stessa dell'atto di fede, che fonda e qualifica l'appartenenza religiosa. È anche su questa base che dovrà crescere il dialogo interreligioso, insieme a forme positive di tolleranza e di compresenza. 
Sta qui la premessa di quelle che potremmo chiamare le conseguenze sociali della libertà religiosa, che possono conferire alle fedi, nella loro autonomia, nuova credibilità, così come evidenziare il contributo alla convivenza pacifica dei popoli. È un compito che attiene alle religioni non meno che alla sfera del pensiero e della cultura, ma che può vedere gli Stati, gli organismi internazionali e sovranazionali parte attiva, così come diciamo nella mozione, nel facilitare e sostenere questa relazione. 
Allo stesso tempo, la realtà politica deve confrontarsi con quelle forze politiche che, più o meno convintamente, si ergono con frequente rischio di strumentalità, a paladini dell'identità religiosa di un popolo, delle sue tradizioni, che oggi, con ogni evidenza, nel contesto plurale, non possono che essere tutelate con un atteggiamento di apertura e di reciproco rispetto. Di più: di attenzione, di conoscenza comune e di dialogo, atteggiamenti che vanno coltivati, diffusi e favoriti in ogni modo perché il dialogo tra le religioni è già una prima tutela rispetto ai fondamentalismi, alle visioni ideologiche, più che religiose. Ma è una tutela anche rispetto a coloro che amano la religione per coprirsene e che, ancora oggi, sono capaci di lasciare un'orribile traccia di sangue, di morte e di divisione in luogo di quella traccia di vita, di senso e di significato, che dovrebbe essere il portato di ogni religione. 
Vi è poi un ultimo aspetto che può essere sottolineato. Nel nuovo contesto globale si assiste ad una sorta di globalizzazione delle religioni, fenomeno di cui fanno parte insieme sia i processi di secolarizzazione, che l'insorgere di nuovi fondamentalismi. 
Le tradizioni religiose non sono più legate in maniera specifica ad un territorio, ma convivono e si trasformano all'interno di un più generale fenomeno culturale; si frammentano in una mescolanza di popoli e di fedi. L'Occidente come il cristianesimo non sono più al centro del mondo e l'Europa stessa dovrà pensare a provincializzare la sua realtà, di ritenersi cioè parte di un mondo più grande. 
Il dialogo delle religioni, il dialogo delle culture e il dialogo della politica è il fondamento perché una libertà religiosa intesa in senso non strumentale possa favorire una maggiore convivenza pacifica dei popoli.