Grazie. Presidente, ci troviamo a discutere di una tematica molto delicata e di portata globale, cioè di libertà religiosa che, come anche hanno ricordato le colleghe prima di me, è indubbiamente un valore irrinunciabile, ma aggiungerei anche che dovrebbe essere e deve essere un pilastro delle nostre società pluraliste, un pilastro del nostri sistemi democratici e liberali, ma soprattutto – e mi chiedo come un cittadino e una cittadina europea non possa ricordarlo – una conquista, un'acquisizione preziosa, mai fatta propria una volta per tutte, ma invece da difendere e tutelare sempre. Questa conquista, credo che sia opportuno ricordarlo, si lega indissolubilmente con un processo di secolarizzazione e laicizzazione degli Stati nazionali. Una laicità non da intendere come contrasto alla religione, ma anzi tutela dei diritti degli appartenenti a tutte le confessioni presenti sul territorio, nonché dei non credenti. Una libertà che si collega a quella di espressione formazione, educazione e sviluppo di ogni individuo. Esiste una libertà religiosa cosiddetta positiva, che costa nella possibilità di professare e manifestare la propria fede, ed una libertà religiosa cosiddetta negativa, che costa nell'impossibilità di negare, in nome del proprio credo, la libertà religiosa altrui. Questo è un aspetto che noi, nella mozione del Partito Democratico, abbiamo sottolineato, perché è esattamente quanto viene ribadito nei documenti giuridicamente fondativi che segnano la storia europea e nazionale.
Non è un caso se tale libertà sia stata inserita all'interno della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, all'indomani delle atrocità della seconda guerra mondiale, e che insieme allo statuto del 1945 componga i documenti fondativi delle Nazioni Unite.
Riporto questi dati perché credo che in essi si ritrovi la memoria dei conflitti sanguinosi che hanno attraversato il nostro continente. In queste parole troviamo la ricerca della qualità democratica, che l'Europa è chiamata ad esprimere in ragione della sua storia ancora incompiuta, ossia la garanzia dell'esercizio delle libertà, nel rispetto della garanzia e della tutela dei diritti umani. Se oggi l'affermazione di questi principi, come documenta tristemente la cronaca giornaliera, viene brutalmente disattesa, credo che sarebbe un errore grave e imperdonabile leggere questi fenomeni in modo semplicistico, pensando che si possano risolvere con soluzioni altrettanto semplicistiche o sventolando il vessillo della guerra di civiltà, tra un Occidente libero e un resto di mondo atavico, illiberale e composto esclusivamente da un terrorismo pronto alla violenza.
A proposito, vorrei riportare, senza davvero alcuna intenzione di strumentalità, le parole di Francesco, il Pontefice, pronunciate a proposito del massacro degli armeni, che veniva ricordato dalla collega Centemero poco fa, che appunto il Pontefice non ha esitato a nominare come genocidio. Nella scelta di un termine così pesante e carico di storia, a mio avviso, si legge una scelta precisa, non solo quella di dare un nome alle cose e di nominare le cose senza timore e senza estenuate distinzioni storiografiche su che cosa sia genocidio e cosa non lo sia e se vengano chiamate in causa la razza, la stirpe o la religione. Questa scelta io credo abbia un senso soprattutto oggi, quando queste persecuzioni violente e crudeli si ripropongono, perché, come ben sappiamo, le ragioni che le animano sono da ricondurre ad altro. Sono spesso da ricondurre a ragioni economiche, politiche, belliche, geopolitiche. Del resto, così è sempre avvenuto nella storia. Ma trovano, appunto, l'alibi e la veste, oggi come ieri, in un senso del tutto improprio del concetto di appartenenza: la razza, la stirpe e la religione. Infatti, gli atti di violenza commessi in nome della religione continuano a dominare la scena internazionale, generando intolleranza, spesso alimentata e strumentalizzata, che sempre più di frequente produce azioni collettive aberranti a danno di minoranze.
In molti Paesi vi sono ancora discriminazioni di ordine giuridico costituzionale oppure vere e propria ostilità religiose, spesso legate a tensioni tribali. In diversi casi vi sono gruppi che opprimono o addirittura cercano di eliminarne altri. Ci sono Stati autoritari che tentano di limitare le attività di un particolare gruppo religioso. Del resto, se diamo uno sguardo ai dati della libertà religiosa nel mondo, c’è più di un motivo per allarmarsi: circa il 74 per cento della popolazione mondiale vive in Paesi in cui la libertà religiosa è soggetta a più o meno gravi violazioni e limitazioni, che spesso si traducono in persecuzioni; recenti studi mostrano che circa i tre quarti dei casi di persecuzioni religiose nel mondo riguardano i cristiani e sono almeno 500 milioni i cristiani che vivono in Paesi in cui si subiscono persecuzioni, mentre altri 208 milioni vivono in Paesi in cui sono comunque discriminati a causa del proprio credo.
Queste violazioni sono state più volte denunciate anche dalle Nazioni Unite e non riguardano solo il mondo cristiano e io questo lo vorrei ricordare. La follia omicida dell'Isis, per esempio, colpisce con eguale crudeltà gli yazidi, i musulmani sciiti e i musulmani sunniti, che non accettano le prevaricazioni dei terroristi. Sono rase al suolo non soltanto le chiese, ma anche i templi, le moschee e i minareti.
Le continue violazioni della libertà religiosa, ispirate dall'odio ultrafondamentalista causano morte, sofferenze, esilio, perdita delle persone care e dei propri affetti. Viene recisa alla radice ogni forma di relazione. Del resto, il divieto di cambiare religione è tuttora in vigore in 39 Paesi, la quasi totalità dei quali seduti nel consesso dell'ONU. Viene violata, quindi, la Dichiarazione universale dei diritti di umani citata in precedenza, che, con la loro adesione, questi Paesi si sono impegnati a rispettare. Accade con troppa facilità, ormai, che i diritti umani, che sono davvero il nesso più importante in questa discussione sulle libertà religiose, siano violati in nome della fede.
Invece, ogni Stato dovrebbe poter garantire il rispetto e la possibilità di professare la propria fede, qualunque essa sia. La trappola degli estremisti è volerci far credere che la religione sia fonte di divisione. Invece, è e deve essere parte fondante della pace tra i popoli, unica vera garante di uno sviluppo umano ed economico globale.
In questo crescente clima di odio e di intolleranza, le organizzazioni internazionali, a cominciare dall'Organizzazione delle Nazioni Unite, l'Unione europea e gli Stati tutti, debbono far sentire la loro voce e tenere alta l'attenzione su questa tematica così importante e così foriera di pace o di guerra. Lo scorso 8 novembre a Oslo, presso il centro dei Nobel per la pace, 30 parlamentari provenienti da ogni parte del mondo hanno sottoscritto la Carta della libertà di religione e di credo, come impegno alla promozione della medesima nel proprio ruolo di parlamentari e attraverso la cooperazione globale tra istituzioni rappresentative.
Il Parlamento e il Governo italiani, che sono stati rappresentati in questo incontro, non possono chiamarsi fuori da questa sfida per la reputazione, la tradizione e l'identità universalmente riconosciute nel nostro Paese. L'Italia è una nazione impegnata nella costruzione della pace e del dialogo tra le religioni. In Italia sono presenti fedeli di religione ebraica da oltre 2 mila anni e, seppure nel recente passato si sono avuti episodi di intolleranza, questo rappresenta per tutte le istituzioni un monito a contrastare sempre, senza riserve, gli episodi di antisemitismo riemersi prepotentemente negli ultimi tempi. Del resto, anche Papa Francesco ha fatto un appello per porre fine al dramma umanitario in atto e perché la comunità internazionale si adoperi a proteggere i minacciati di qualunque religione.
Non scordiamo – e vado a concludere – che questa tematica si lega a doppio filo con l'enorme questione dell'immigrazione. Conosciamo bene, non possiamo non farlo, i volti e le storie di migliaia di uomini, donne e bambini che quotidianamente fuggono da persecuzioni e oppressioni, cercando in Italia la speranza di un futuro lontano dal terrore e dalla povertà. È di oggi la notizia che due imbarcazioni con a bordo circa 300 migranti – vado davvero a concludere –, provenienti dalla Birmania, sono state soccorse da alcuni pescherecci al largo delle coste dell'Indonesia.
Per contrastare efficacemente l'estremismo e il fondamentalismo religioso che sono alla base dell'intolleranza, è necessario lavorare alla costruzione di progetti, come quello di Oslo, che parlano di cooperazione e coinvolgono il numero maggiore di attori nazionali, europei e internazionali, volti a tutelare le minoranze religiose e a promuovere una cultura della tolleranza religiosa.
Quest'anno scadranno i tempi fissati per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio. Io penso che l'inserimento della questione della libertà religiosa, appunto positiva, e la protezione delle minoranze nei Paesi a rischio siano tra le priorità da inserire nell'agenda e che debba soprattutto essere un obiettivo concreto per il nostro Paese.