Mozione
Data: 
Lunedì, 26 Ottobre, 2015
Nome: 
Micaela Campana

Grazie Presidente. Colleghi, le mozioni che ci troviamo oggi a discutere sono parte integrante delle analisi sull'attuale fenomeno migratorio, che più volte ci siamo trovati ad affrontare nel corso degli ultimi mesi, dentro e fuori, queste Aule. 
Molte volte le nostre discussioni si sono fermate solo sui numeri degli arrivi, come se quello fosse l'inizio esclusivo dei nostri problemi. È vero, si tratta di numeri impressionanti, soprattutto con l'ascesa dei gruppi terroristici che stanno mettendo a ferro e fuoco il continente africano. ISIS, Boko Haram e al-Shabaab mietono ogni giorno migliaia di vittime. Sono rei di violenze inimmaginabili, torture e violenze sessuali su donne e bambine. Spesso ci si limita ad osservare la Libia, perché da lì partono i gommoni degli scafisti, ma chi parte dalla Libia spesso ha già alle spalle mesi di migrazione forzata, è già passato nelle mani di altri trafficanti, subendo violenze e privazioni atroci. Le donne che arrivano e che vediamo arrivare, la prima cosa che chiedono è il test di gravidanza per le violenze subite. 
Secondo i dati Frontex tra gennaio e luglio 2015 sono arrivati in Europa 340 mila migranti, una cifra record rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, quando ci si attestava a 123 mila. Di fronte a numeri di tale portata è chiaro a tutti da diversi mesi che sulla questione immigrazione l'Europa si sta giocando non solo il suo futuro politico, ma anche la faccia di fronte ai consessi internazionali. Negli ultimi mesi abbiamo assistito alle resistenze dei singoli Stati membri, che spesso per proteggere il proprio consenso nazionale hanno rischiato di far fallire lunghi negoziati volti alla soluzione europea. L'immigrazione è stato il primo problema sul quale ci si è scontrati a livello politico nei tavoli dell'Unione europea, abbandonando il ruolo e le logiche meramente economiche e finanziarie sulle quali solitamente si impegna l'euroburocrazia belga. 
Grazie all'azione costante del Governo Renzi fin dal suo insediamento, del commissario Mogherini, si è fatto sì che le istanze dei Paesi della sponda mediterranea fossero maggiormente rappresentate sui tavoli europei, invertendo la visione del problema migratorio, non più percepito come qualcosa di lontano, ma attuale e contingente. Circostanza che è stata agevolata da un improvviso cambio delle rotte dell'immigrazione, che allo stato attuale interessano maggiormente i Balcani e i Paesi del centro Europa. 
Tuttavia, come Partito Democratico, non possiamo che registrare i passi avanti fatti da quell'ottobre del 2013, quando a largo di Lampedusa un naufragio portò alla morte di più di trecento persone. Uno shock per l'Italia che forse per la prima volta ha sentito sulla propria pelle la responsabilità di migliaia di vite, che ogni anno perdono la vita in quella terra di mezzo che è chiamata Mar Mediterraneo. Un evento, quello del 3 ottobre, che vide l'Italia da sola affrontare il problema del recupero dei morti e poi, poche settimane dopo, mettere in mare la più grande operazione navale e umanitaria, denominata Mare Nostrum. Fu una pagina che rimarrà ben scritta nella storia di questo Paese e nella memoria della Unione europea, che solo un anno dopo decise di continuare quell'esperienza con il coinvolgimento di Frontex. 
Come abbiamo detto molte volte, Triton è stata un'operazione importante ma non sufficiente, ma probabilmente è stata il porto di partenza verso l'agenda europea dell'immigrazione, misure di breve e lungo periodo per portare gli Stati europei ad un'omogeneità di politiche in tema di accoglienza, che non si limiti solo alla primissima accoglienza. 
Il prossimo appuntamento del 12 novembre a La Valletta sarà un momento importante per mettere a punto le strategie comuni in un luogo simbolo per i migranti. Un'isola che, come Lampedusa, si è spesso trovata con scarsità di uomini e mezzi a far fronte a migliaia di arrivi in totale solitudine, a causa delle logiche perverse del Regolamento di Dublino, che ha condannato per anni solo alcuni Stati a farsi carico del peso totale dell'accoglienza. 
Gli sbarchi di migranti sulle coste italiane nel 2015 sono in calo del 7,4 per cento rispetto al 2014. Tra il 1o gennaio e il 10 ottobre di quest'anno sono state 136 mila le persone sbarcate in Italia contro le 147 mila registrate nello stesso periodo dello scorso anno. Secondo i dati illustrati pochi giorni fa al Viminale dal sottosegretario Domenico Manzione e dal prefetto Mario Morcone, il 2014 è stato l'anno record degli sbarchi, registrando oltre 170 mila arrivi: più della somma dei tre anni precedenti e quasi il triplo del 2011, anno dell'emergenza del nord Africa, seguita alle primavere arabe. I numeri mostrano come non ci siano ulteriori forti aumenti, pur rimanendo molto elevata l'intensità del fenomeno che ha interessato pressoché esclusivamente i porti delle regioni meridionali. La Sicilia è in testa, con 34 mila sbarchi al 1o giugno 2015, seguita dalla Calabria e dalla Puglia. 
Dal Rapporto sull'accoglienza di migranti e rifugiati in Italia è evidenziato in maniera netta il cambio di rotta dei migranti che arrivano nel nostro Paese. Se nel 2014 il Paese di provenienza più rappresentato era la Siria, seguita dall'Eritrea e dal Mali, nel 2015 i dati evidenziano al primo posto l'Eritrea, seguita dalla Nigeria e dalla Somalia, luoghi dove è forte la presenza dei gruppi terroristici richiamati in premessa all'intervento. Per quanto riguarda l'Italia, si nota l'accentuazione dei Paesi della prima fascia dell'Africa subsahariana tra le nazionalità che utilizzano la rotta del Mediterraneo centrale, e quindi con una maggiore complessità dei problemi legati alla valutazione delle domande di protezione internazionale, all'accoglienza e all'integrazione. 
La normativa nazionale sulle procedure da seguire rispetto al riconoscimento della protezione internazionale ha seguito le regole europee. Lo straordinario incremento degli arrivi negli ultimi anni ha creato problemi gestionali, anche legati alla molteplicità delle lingue di origine e alla scarsità di traduttori disponibili per le procedure di presentazione delle domande. A fronte del numero crescente dei richiedenti asilo questo Governo, attraverso il DL «stadi» ha previsto un aumento consistente delle commissioni territoriali, che sono l'organo deputato all'esame delle domande, con una forte accelerazione delle procedure legate all'istruttoria e alle decisioni. Dall'inizio dell'anno sono state esaminate 46.500 domande, evidenziando un sensibile aumento delle domande evase rispetto all'anno precedente, quando il dato si ferma a 36 mila. 
Nel 2015 il numero delle domande presentate è aumentato del 30 per cento, con un incremento del 70 per cento delle decisioni adottate. Il dato mostra, inoltre, come siano aumentati anche i rigetti. Un maggiore numero dei dinieghi genera un conseguenziale aumento dei ricorsi, traducendo il tutto in un aggravio degli uffici giudiziari e dei costi relativi al sistema accoglienza che continua ad ospitare i ricorrenti fino alla decisione sul ricorso. Per fronteggiare l'incremento del numero di procedimenti giudiziari connessi con le richieste di accesso al regime di protezione internazionale e umanitaria da parte dei migranti presenti sul territorio nazionale e di altri procedimenti giudiziari connessi ai fenomeni dell'immigrazione è stato predisposto un piano straordinario per rafforzare gli uffici giudiziari presso i quali si è verificato il maggiore incremento dei suddetti procedimenti di ricorso contro i dinieghi di status. 
L'aumento delle commissioni ha fatto registrare una accelerazione nell'esame delle domande, ma tuttavia le associazioni ci fanno notare che dall'ingresso nel sistema di accoglienza al momento del pronunciamento delle commissioni possono passare molti mesi, che vanno ben oltre quelli previsti dalla legge come «ottimali» e con pareri difformi tra una commissione e l'altra: una situazione che non fa che alimentare il ricorso al tribunale ordinario. 
L'UNHCR da tempo ha suggerito una riforma delle commissioni, garantendo la professionalizzazione dell'organismo deputato a valutare le domande d'asilo attraverso l'istituzione di un organismo ad hoc. Una proposta che è stata già accolta dal Governo in un ordine del giorno votato al Senato nell'ottobre 2014. Le direttive UE sono volte a rafforzare le garanzie minime per i richiedenti protezione, facilitando le modalità di accesso alla procedura e la possibilità di presentare ricorso in seconda istanza. 
Di fronte ad un quadro del genere, le modifiche apportate alla procedura di prima istanza, volta anche ad introdurre norme sull'efficienza e adeguatezza delle decisioni, potrebbero ridurre il numero dei ricorsi, con un impatto positivo sul sistema giudiziario. Un principio che è chiaramente affermato nella direttiva n. 32/2013 che recita: « È altresì nell'interesse, sia degli Stati membri, sia dei richiedenti asilo, garantire un corretto riconoscimento delle esigenze di protezione internazionale già in primo grado». Fino ad oggi ad ingolfare il lavoro delle commissioni non è stato solo l'elevato numero delle domande, ma anche che i commissari non fossero impegnati a tempo pieno in quell'attività, perché titolari di altri uffici. Una situazione che spesso, a causa dei concomitanti impegni dei commissari, ha comportato ritardi e rinvii nell'esame della domanda. Ad oggi, le ONG impegnate nell'assistenza legale dei migranti ci dicono che i tempi di convocazione si attestano sui dodici mesi. Un tempo infinito in cui i migranti rimangono ospiti del sistema di accoglienza e vi permangono anche nel caso di diniego, in attesa del pronunciamento del giudice ordinario nel caso di ricorso. 
Per questo, come PD, crediamo che non si possa affrontare il tema dei ricorsi senza lanciare almeno una riflessione sull'intera procedura di richiesta di protezione internazionale. La previsione di una sezione specializzata all'interno dei tribunali avrebbe, inoltre, l'effetto di favorire una maggiore convergenza delle pronunce giurisprudenziali relative alla protezione internazionale. Si tratta di una proposta già presente nei piani del Governo, quella di inserire, nell'ambito della riforma del sistema giudiziario, una sezione con competenze specifiche. Tuttavia, credo, come responsabile immigrazione del mio partito e come parlamentare, che quello migratorio sia un fenomeno epocale che ha bisogno di strumenti eccezionali per essere affrontato. I numeri hanno imposto, a tutti i livelli di governo, un impegno straordinario, che, come ricordiamo, durante il Governo Renzi è sempre stato gestito con gli strumenti dell'ordinaria amministrazione in maniera egregia, seppure con mille difficoltà. 
In questo contesto, non possiamo neppure dimenticare l'opera straordinaria dei nostri sindaci che sono stati i veri protagonisti dell'accoglienza in Italia, assicurando e mettendo a disposizione le proprie strutture. In questo quadro, crediamo che il Governo centrale abbia la responsabilità di impegnarsi per aiutare i migranti a vedere concluso velocemente l'iter delle proprie domande, alleggerendo così anche il costo dell'accoglienza nelle strutture ricettive. Per questo, crediamo che la creazione di una sezione specializzata interna ai tribunali con una riforma delle commissioni territoriali, sempre più professionalizzate e impegnate nell'esame delle domande, comporterebbe, oltre che un'uniformità di pareri, anche uno snellimento in termini temporali e di ricorsi. La professionalità delle commissioni, associata alle regole europee che disciplinano l'attività degli organi accertanti e le garanzie specifiche dei richiedenti asilo, ridurranno drasticamente i dinieghi appellabili. 

Il Partito Democratico crede che chi arriva nel nostro Paese fuggendo da guerre e persecuzioni abbia il diritto di vedersi riconosciuta la protezione internazionale in tempi ragionevoli. Gli stessi tempi ragionevoli che sono spesso richiamati nei testi legislativi che regolano processi e procedimenti amministrativi. Crediamo che il grado di civiltà di un Paese si misuri anche nella velocità con cui esso riesce a dare risposte a domande concrete di aiuto ed assistenza. L'Italia ha già insegnato molto all'Europa per quanto riguarda la gestione dei fenomeni migratori e ancora può fare per garantire procedure più snelle a chi arriva nel nostro continente in cerca di una vita migliore rispetto a quella avuta finora. Gli impegni del Governo e l'azione del Partito Democratico saranno sempre rivolti alla tutela di chi arriva in cerca di aiuto. Se continueremo a cercare la soluzione del fenomeno migratorio nel giardino di casa nostra, dentro i confini nazionali, saremo sconfitti dalla storia. Invece, abbiamo il diritto e il dovere di immaginare cosa sarà il nostro Stato sociale, il nostro stato sanitario, il nostro sistema culturale nei prossimi trenta, quaranta, cinquant'anni e immaginare ed attuare soluzioni di breve e medio periodo sul territorio nazionale, europeo e sugli scenari internazionali.