Signora Presidente, signor sottosegretario, colleghe e colleghi, la discussione parlamentare di oggi intorno alle mozioni concernenti interventi a favore del Mezzogiorno, trae particolare spunto dai dati diffusi da Svimez di recente, dati che fotografano l'andamento sociale ed economico del Mezzogiorno, dipingendo al riguardo una tela dalle tinte oscure.
Dati spietati che delineano il contesto attuale, l'esistente, ma anche la prospettiva e le dinamiche di breve periodo destinate a peggiorare ulteriormente se non interverrà un'inversione di tendenza determinata da politiche specifiche. Uno stato di disagio tale da fornire argomentazioni forti e sostegno a coloro che, dismessa ogni speranza, ripongono i loro sogni o semplicemente il normale istinto di sopravvivenza in un trolley e abbandonano la comunità, la terra d'origine, il sud.
E tutti i dati analizzati, alla ricerca di tendenze meno drammatiche, di uno spiraglio di cambiamento, alimentano, inesorabilmente, la curva discendente dei destini del Mezzogiorno, sia quelli che mettono a confronto i singoli territori e attengono all'efficienza del sistema produttivo (nel 2013 il valore aggiunto per abitante, nella provincia di Milano, corrispondeva a 46,6 mila euro; in quella di Agrigento, invece, raggiungeva, appena, 12 mila euro), sia quelli relativi alle macro zone geografiche. Per cui, se nelle aree del centro-nord, relativamente al PIL pro capite, si riscontrano differenze ricomprese all'interno di un range del 10 per cento, con 33,5 mila euro nel nord-ovest, 31,4 mila euro nel nord-est e 29,4 mila euro nel centro, nel nostro Mezzogiorno il valore del PIL pro-capite crolla, sempre nel 2013, a 17,2 mila euro, inferiore di ben 45,8 punti percentuali rispetto a quello del centro-nord. Perché la crisi non ha colpito in modo uguale il nord, il centro e il sud. Dal 2007 al 2013, il sud, secondo Confindustria, ha perso 47,7 milioni di PIL, 32 mila imprese, 600 mila posti di lavoro, 28 miliardi di investimenti pubblici e privati. Risultano depotenziati la gran parte dei più importanti distretti industriali anche se resistono eccellenze industriali su cui noi dovremo puntare. Penso, in particolare, all'elettronica nell'area dell'Aquila e Avezzano, all'aerospaziale in Campania e in Puglia, alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione in Sardegna. In questo quadro si inserisce, poi, il disimpegno di un enorme quantitativo di risorse europee restituite a Bruxelles.
Ma è da almeno un quindicennio che i dati statistici raccontano il costante e continuo declino sociale, economico e demografico del Mezzogiorno. È proprio in quel quindicennio che la politica si è distratta. Sì, perché in questo intervallo di tempo, proprio in concomitanza con il periodo peggiore della storia recente del sud, lo Stato si è totalmente disimpegnato. Fra il 2009 e il 2013, gli investimenti pubblici destinati al Mezzogiorno sono diminuiti di oltre 5 miliardi. Praticamente un salto indietro di venti anni e il sud ha percorso velocemente l'unica strada percorribile in queste condizioni: quella del declino.
Basta, al riguardo, comparare l'andamento del prodotto interno lordo delle regioni meridionali con quello non delle regioni del centro-nord, ma del resto d'Europa. All'inizio del nuovo millennio, il PIL pro capite abruzzese era pari al 101 per cento di quello europeo. Nel 2010, è sceso all'84 per cento. Quello molisano, nel 2000, equivaleva al 91 per cento di quello europeo e appena dieci anni dopo all'80 per cento. Quello campano è passato, nello stesso intervallo di tempo, dal 73 al 64 per cento, quello pugliese dal 79 al 67 per cento, quello lucano dall'82 al 70 per cento, quello calabrese dal 72 al 65 per cento, quello siciliano dal 75 al 66 per cento e quello sardo dall'86 del PIL al 68 per cento nel 2010.
Come scrivono autorevoli opinionisti, come constatiamo noi, nuova classe dirigente che quotidianamente sta sul territorio, nel nostro Mezzogiorno avanza il deserto. Di fatto, il sud Italia è la più ampia, in termini di estensione e di popolazione, fra le aree depresse d'Europa. Tant’è che la mancata soluzione della crisi profonda che l'attraversa potrebbe compromettere e mettere a rischio l'intero impianto della politica di coesione europea.
E non possiamo dire che il Sud non sia stato oggetto di attenzioni pubbliche e programmi finanziari straordinari. Siamo passati dalla Cassa per il Mezzogiorno, istituita nel 1950, all'Agenzia per la promozione e lo sviluppo, attiva fino alla prima metà degli anni Novanta, che, di fatto, per anni hanno investito ingenti risorse in Sicilia, Calabria, Campania, Sardegna, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia, per poi incardinare lo sviluppo del Mezzogiorno fra le ordinarie competenze del Ministero dell'economia e delle finanze, senza dimenticare i fondi europei, assegnati ancora secondo una logica di addizionalità e straordinarietà. E anche la politica mediterranea, che ha promosso le porte d'accesso del Sud, sia quelle via mare sia quelle terrestri, a ponti e canali di relazione con il Nord Africa e il Medio Oriente, tarda a produrre risultati e ricadute positive per i nostri territori.
Non ha saputo esplicare le potenzialità che le sono proprie nemmeno l'immane patrimonio archeologico, culturale e naturalistico presente nelle regioni meridionali. In Sicilia ci sono ben cinque siti Unesco; eppure, le Baleari hanno 11 volte più turisti e 14 volte più voli charter. Trecentoquarantatre miliardi di fondi pubblici speciali, secondo i dati Svimez, spesi in mezzo secolo; eppure il divario fra il mezzogiorno e il centro-nord non solo non è superato ma è addirittura maggiore rispetto al dopoguerra.
Di fatto, sono stati perfino vanificati gli sforzi fatti e anche i risultati raggiunti nel corso di sei intensi decenni di interventi. È stata una grande mole di interventi che, sì, ha reso più moderno il Mezzogiorno rispetto ai primi del Novecento, portando acqua e strade in ogni dove; una grande mole di interventi che, però, ha consumato territorio, senza produrre sviluppo. Semmai, in molti casi, tutti misurabili e verificabili, ha orientato e determinato percorsi di sviluppo e implementato sistemi produttivi estranei ai contesti territoriali in cui sono stati impiantati.
Non posso, al riguardo, non pensare alle centinaia di ettari di terreno fertile sottratti all'agricoltura per impiantarci industrie oggi dismesse. Territori oggi aridi, perché inquinati e abitati da disoccupati e cassaintegrati. Penso a La Maddalena, l'isola sarda che per anni è stata sito militare strategico ed oggi è abbandonata al proprio destino, dopo lo scippo delle risorse alla stessa destinate per la valorizzazione turistica.
Guardando al Mezzogiorno non possiamo non vedere complessivamente un terzo del territorio nazionale, un terzo della popolazione e un terzo delle risorse culturali e paesaggistiche messi all'angolo, inutilizzati se non degradati e ai margini. Non sono mancate le risorse, però; questo lo dobbiamo dire. È mancata la strategia e, insieme a questa, è mancata la visione. E così le risorse ordinarie, come quelle addizionali e straordinarie, sono state utilizzate per interventi frammentari e legati a logiche localistiche, piuttosto che per raggiungere obiettivi di carattere strutturale e di sistema. Ancora, sono mancati meccanismi e strumenti di controllo e di monitoraggio della qualità e dell'efficienza delle politiche pubbliche. La burocrazia e l'illegalità diffusa, l'incapacità amministrativa nel gestire i processi hanno completato il quadro di inefficienza.
Non sono, pertanto, casuali il pesante deficit di infrastruttura ferroviaria, così come la mancanza di collegamenti viari e di mezzi pubblici fra aree interne e costiere. Così come non sono casuali i pesanti disagi delle due grandi isole del Mediterraneo, Sardegna e Sicilia, mai effettivamente inserite nel sistema di connessioni e relazioni fisiche della nazione.
E da qui la difficoltà per il Mezzogiorno, in particolare, ma che poi si riflette inevitabilmente sull'efficienza del sistema Paese, di attualizzare le direttive europee in materia di politica comunitaria dei trasporti, dalla necessità di realizzare l'intermodalità come nuova modalità del trasporto pubblico, alla possibilità, per tutti i cittadini, di spostarsi da una parte all'altra del continente in tempi europei, alla difficoltà per i territori di connettersi ai principali corridoi di comunicazione europea. Basta analizzare, con un po’ di attenzione, le cartine geografiche che rappresentano la rete europea TEN-T o le autostrade del mare per constatare la pesante assenza dalle stesse di interi pezzi di Mezzogiorno.
Ecco perché, come già esplicitato nella mozione Covello ed altri n. 1-00612, approvata a novembre scorso, diventa necessario attualizzare e intensificare alcuni degli impegni nella stessa rappresentati, tra cui quello di rendere pienamente operativa l'Agenzia per la coesione territoriale, ma avendo piena consapevolezza che per far rinascere il sud non sarà sufficiente raggiungere esclusivamente il pur importante risultato dell'efficienza della spesa pubblica.
Occorre, insieme al perseguimento di una maggiore efficienza dei meccanismi di spendita delle risorse pubbliche e, in particolare, di quelle europee, avviare una effettiva e opportuna perequazione infrastrutturale, che, ai sensi dell'articolo 22 della legge n. 42 del 2009, parta da una seria ricognizione del deficit infrastrutturale e di quello di sviluppo, così come delle particolari condizioni di contesto, non ultima la specificità insulare, con definizione, come stabilisce la legge, di parametri oggettivi relativi alla misurazione degli effetti conseguenti al divario di sviluppo economico derivante dall'insularità, anche con riguardo all'entità delle risorse per gli interventi speciali di cui all'articolo 119 della Costituzione. Sull'insularità, condizione geografica che caratterizza le due isole del Mezzogiorno, occorre che l'Europa la riconosca come condizione speciale e specifica che, determinando evidenti discriminazioni e disuguaglianze, giustifica l'attivazione di strumenti e percorsi mirati per il superamento dei naturali squilibri che ne derivano. Al riguardo, diventa fondamentale che, nell'ambito del prezioso lavoro che il nostro Governo e i nostri europarlamentari stanno facendo per cambiare la politica europea e sottrarla all'esclusivo paradigma dell'austerità, il tema dell'insularità sia inserito fra le nuove e irrinunciabili condizioni attraverso cui dare una prospettiva al Mezzogiorno. E in ambito europeo diventa essenziale fare una battaglia per rendere più flessibile il regime degli aiuti di Stato, per facilitare e rendere possibile la destinazione di aiuti pubblici per il superamento dei pesanti deficit infrastrutturali. Penso alle grandi reti di servizi: nello specifico i trasporti e la banda larga. Una revisione del regime degli aiuti di Stato che consenta di agire sulla leva fiscale come elemento per attivare sviluppo. La leva fiscale rappresenta la modalità per eccellenza attraverso cui richiamare investimenti e trattenere nel sud risorse umane formate e competenti. Il modello potrebbe essere, anche attraverso dei miglioramenti procedurali, quello seguito per istituire le ventidue zone franche urbane, di cui ben diciotto sono ubicate al sud.
Altro aspetto su cui necessariamente occorre intervenire con straordinarietà è la demografia. Finalmente, dopo anni di colpevole silenzio, viene rappresentata come una delle principali variabili per affrontare la questione meridionale. Lo stesso rapporto Svimez, a cui oggi ci riferiamo nello svolgimento di questa discussione parlamentare, lancia l'allarme. Se il trend demografico non si inverte, sia in relazione al saldo naturale che a quello migratorio, nei prossimi cinquant'anni il sud perderà oltre quattro milioni di abitanti. La demografia è un elemento che consente di leggere gli ulteriori squilibri fra territori delle regioni meridionali. Le aree che presentano i maggiori indici di decremento demografico sono in genere quelle più lontane dai principali centri di erogazione dei servizi, quelle con i più bassi livelli di dotazione infrastrutturale. Queste due condizioni da sole condizionano in negativo un possibile percorso di vita in queste comunità, tanto da indurre, i più giovani alla fuga. All'interno della più generale dicotomia nord-sud, si propongono ulteriori e caratterizzanti sperequazioni fra zone rurali e zone urbane, fra zone interne e zone costiere. In queste specifiche porzioni di territorio meridionale si propongono spesso fenomeni speculari: alti livelli di antropizzazione nelle città e più in generale nelle zone costiere; desertificazione produttiva e umana nelle zone interne e rurali; irrazionale consumo del suolo nelle zone urbane e abbandono del suolo nelle zone interne. Da questi derivano costi sociali ed economici ingenti, non più sostenibili. Le stesse risorse, e forse un quantitativo molto inferiore, potrebbero essere utilizzate per interventi volti a predisporre l'inversione di tendenza di questi fenomeni.
Occorrerebbe, pertanto, accompagnare il programma di investimenti per la perequazione infrastrutturale e quello che fa leva sulla fiscalità con politiche sperimentali che invertano le dinamiche di spopolamento in atto nel meridione. Penso a politiche che promuovano la natalità e la genitorialità. Giusta la strada, scelta con l'ultima legge di stabilità, di erogare i bonus bebè per i primi tre anni di vita del bambino. Sarebbe bene rafforzare queste misure attraverso uno specifico programma per il sud.
E ancora bene abbiamo fatto ad articolare, prolungare e diversificare nel tempo i permessi parentali, ma, anche in questo caso, per il sud, sarebbe necessario un programma ad hoc. Occorre, poi, mettere in campo progetti che incentivino l'immigrazione di coppie con progetti di vita da realizzare nel Mezzogiorno, anche attraverso eventuali formule di reddito di insediamento e altri incentivi alla residenzialità nei territori del sud.
Il futuro, poi, sta, rispetto alle regioni meridionali, nel potenziamento del ruolo economico della donna attraverso il suo pieno inserimento nel mondo del lavoro. Mi avvio a concludere: per fare rinascere il sud servono allora efficienti ed innovative politiche straordinarie, programmi e risorse mirate. Il decennio che ci lasciamo alle spalle mostra come fossero e siano sbagliate le teorie di coloro che richiamavano e richiamano ad una normalizzazione delle politiche di sviluppo del sud.
Il sud, da solo, non può farcela: ha bisogno che lo Stato e l'Europa programmino e attuino, come in sintesi ho provato a dire: politiche fiscali e demografiche ad hoc; uno specifico Jobs Act con relative risorse finanziarie, che metta in campo strumenti e percorsi per l'assunzione di donne e giovani; uno straordinario programma di interventi infrastrutturali; un piano mirato per abbattere la dispersione scolastica e per formare disoccupati di lungo periodo.
Si deve fare così, oppure tanto vale voltarsi dall'altra parte, continuare a fare finta di non percepire il deserto che avanza, non diversamente da come è stato fatto in questi ultimi 10 anni. Il Partito Democratico si impegna, in tal senso, a concentrare il suo lavoro politico e parlamentare affinché intorno al progetto di rilancio del Mezzogiorno si concentrino le migliori energie e competenze di cui dispone, nella consapevolezza che, senza Mezzogiorno, non vi sarà un'altra Italia più competitiva, più equa e più europea.