Grazie Presidente, signori del Governo, colleghi, vorrei avere la giusta dignità per parlare della Sardegna in questo consesso; vorrei potermi fregiare di una sorta di balentia politica che richiamasse, in qualche modo, il carattere forte e determinato, fiero, fatto di generosità, di coraggio, di altruismo, di dedizione, che, per molti secoli, per dei millenni, per un'intera civiltà, ha caratterizzato il popolo sardo. Non credo di poter vantare queste caratteristiche, perché la terra in cui abito, per quanto straordinariamente meravigliosa, si è resa responsabile negli anni, nei decenni, di disattenzioni clamorose, di omissioni inenarrabili. Se Gramsci, il Gramsci che ha appena citato il collega Piras, ne avesse avuto fisicamente la possibilità, avrebbe scritto molto, molto di più, sugli indifferenti, denunciando il proprio odio. Noi siamo qui, e questo è il senso che personalmente intendo conferire a questo mio intervento, non per pietire interventi particolari. Non me la sento e non voglio unirmi, come nel passato è accaduto, oggi in verità questo non mi pare che si sia verificato e ne sono felice, al coro delle geremiadi pronunciate e declinate da una classe politica che era distratta, disattenta, ferma, qualche volta persino collusa, perché, se certe aberrazioni si sono potute verificare nel nostro Paese, se la Sardegna è potuta diventare paradossalmente, essendo essa un giardino, un paradiso terrestre, una delle regioni più inquinate della nostra Italia, non è solo perché, verosimilmente, organizzazioni malavitose, quelle doc, quelle riconducibili alla mafia, alla camorra, alla ’ndrangheta, alla sacra corona unita, possono aver lucrato e fatto grossi affari, ma verosimilmente ci saranno state delle persone che, in terra sarda, non solo abbiano voluto chiudere gli occhi, ma abbiano voluta anche indicare il tratturo da seguire.
Quindi, non è facile manifestare il proprio convinto doloroso disappunto, sapendo di avere, in quanto sardi, anche una propria quota di responsabilità. Dunque, nessuna petizione degli affetti, nessuna ricerca di particolare comprensione; viceversa una fiera – se mi è permesso – convinta e dignitosa richiesta di risposte da parte di un Governo – che è il Governo di turno naturalmente – che nel proprio programma ha inserito delle specifiche forme di riferimento nei confronti delle cosiddette realtà marginali.
Benché i segnali ancora non arrivino, io spero che il Governo vorrà dare delle risposte, perché è intollerabile – tutti i colleghi lo hanno detto – la situazione nella quale ci troviamo. Noi siamo l'unica isola della nazione italiana e la nostra insularità comporta un isolamento doloroso, un isolamento che genera ogni giorno una quantità di vergogna per chi lo subisce, come i sardi, pari all'irresponsabilità di chi lo permette. Il fatto di non potere partire, di non potersi muovere, di non potere avere un minimo di libertà nella comunicazione, il fatto paradossale di dovere pagare certe materie prime più degli altri, comporta non soltanto la manifestazione di un danno materiale, di un danno emergente. Comporta anche una sorta di vilipendio, una sorta di insulto, una beffa: tu sardo, isolano isolato quale sei, non solo devi subire questa condizione di isolamento, ma devi anche pagare più degli altri per potere affrontare, nella tua quotidianità, quello che è il diritto alla semplice esistenza.
Attenzione, non c’è nessun pietismo in quanto sto affermando. C’è semmai la consapevole volontà di essere titolari ormai soltanto di un'accentuazione nel tono della voce, perché gli indifferenti continuano a proliferare non soltanto a Roma, ma soprattutto nella mia terra.
Allora, se è vero come è stato detto, che ci deve comunque unire la volontà di mettere a fattore comune la consapevolezza che le diverse impostazioni e i diversi punti di partenza non possono e non debbono diventare degli impedimenti nella costruzione politica di una piattaforma comune, cerchiamo da questo momento, da questo passaggio, di costruire almeno una base minima da fare valere non solo qui, ma da fare valere anche nella nostra regione, laddove francamente non mi pare esista una teoria lunghissima di statisti, così come non è esistita nel passato, quando la sindrome dello statista colpiva gli uomini politici che erano chiamati a svolgere funzioni di carattere nazionale. Parlo degli uomini politici sardi che, spesso per voler dimostrare di essere dei grandi uomini politici e di essere dei grandi statisti, paradossalmente trascuravano la loro terra, perché parlare di Sardegna e affrontare il problema dei sardi avrebbe potuto significare scivolare in una sorta di provincialismo. E invece bisognava essere dei grandi uomini di Governo !
Signor Presidente, colleghi, signori del Governo, io spero che questo passaggio lasci un segno politico forte. Sono sicuro che il Governo non snobberà questo forte, dignitoso e fiero richiamo. Spero di potermi dire altrettanto sicuro del fatto che noi sardi potremo essere all'altezza di quella balentia politica che altri, come – cito per tutti – Emilio Lussu, nel passato ci hanno potuto consegnare.