Discussione sulle linee generali
Data: 
Lunedì, 16 Maggio, 2016
Nome: 
Luigi Dallai

Signora Presidente, onorevole sottosegretario, onorevoli colleghi, il sapere e la scienza sono fondamentali per il progresso sociale dell'intero pianeta, dunque all'università e agli enti di ricerca e in generale a tutti coloro che svolgono un ruolo deputato alla produzione e istituzionalizzazione di conoscenza tecnico-scientifica occorre riconoscere un ruolo vitale per lo sviluppo economico e l'affermazione degli Stati. In particolare al mondo della ricerca e dell'innovazione tecnologica, cioè quel mondo che vive di strumentazioni e laboratori e su cui raramente si accendono i riflettori, se non in presenza di scoperte eclatanti, occorre riconoscere il ruolo fondamentale svolto per costruire la credibilità internazionale del nostro Paese. I dati provenienti da più organizzazioni internazionali evidenziano un'altissima qualità della ricerca portata avanti da cittadini italiani in Italia e all'estero, tuttavia, come spesso ricordato, la qualità della ricerca in Italia associata all'alto tasso di disoccupazione complessiva e all'altissimo tasso di disoccupazione giovanile indica con chiarezza che il lavoro svolto nell'innovazione culturale non si traduce con immediatezza nella capacità di creare lavoro. Come conseguenza, abbiamo pochi laureati, le competenze derivanti dagli studi non si traducono in benefici economici aggiuntivi, né, come spiegano anche i dati OCSE, migliori opportunità occupazionali. Ciò pone a noi la necessità di intervenire nel rapporto tra ricerca e società per uscire da un binario che condanna i nostri cervelli alla fuga e il Paese ad una progressiva perdita di innovazione strutturale e, in ultima istanza, ad un impoverimento complessivo. La recente Relazione per l'Italia 2015, comprensiva di riesame approfondito sulla prevenzione e correzione degli squilibri macroeconomici, della Commissione europea sottolinea come l'intensità di ricerca e sviluppo e l'innovazione sono scarsi in Italia, le collaborazioni pubblico-private rimangono modeste, l'intensità di ricerca e sviluppo del settore pubblico è ad un livello notevolmente inferiore rispetto alla media dell'UE, 0,54 contro 0,72 nel 2013 ad esempio. Una delle cause è che l'Italia ha ridotto il bilancio pubblico a favore di ricerca e sviluppo in misura più sostenuta rispetto al bilancio pubblico complessivo, al contempo i mediocri risultati in materia di innovazione non contribuiscono certo al rinnovo del tessuto economico, in particolare quello derivante dalla rapida crescita di imprese innovative e dall'occupazione inattività ad alto coefficiente di conoscenza.
Il modello che si è affermato dal dopoguerra in poi, infatti, e che vede la ricerca di base approdare alla ricerca applicata e quindi all'innovazione dei processi e dei prodotti, è mutato profondamente in molti Paesi europei, verso una nuova forma di gestione dei finanziamenti alla ricerca. Questo trova forma in programmi legati a obiettivi e performance e finanziamenti come incentivi. È cambiato il percorso di finanziamento della ricerca pubblica, sia nelle università che negli enti di ricerca, spostando l'allocazione diretta dello Stato verso progetti di rilevanza socioeconomica e verso tecnologie emergenti. È mutato così il rapporto tra l'uso e la comprensione degli obiettivi della ricerca, ovvero tra le categorie di ricerca applicata e ricerca di base, che discendono da questi obiettivi verso un approccio che concilia la ricerca di base con i benefici quanto più diretti per la società. La necessità di questo cambiamento di approccio richiede una riforma profonda dell'allocazione delle risorse, assieme al ripensamento del ruolo degli atenei e degli enti di ricerca. Dunque occorre incoraggiare significativamente i comportamenti virtuosi, attraverso modalità di finanziamento pubblico competitivo, anche premiale, i cui esiti risultano essenzialmente prerogativa del MIUR, non soggetta ad intervento parlamentare. Al contempo occorre sviluppare la cosiddetta terza missione, intesa come università e scuole di istruzione superiore attivamente impegnate nel trasferimento e nella valorizzazione delle conoscenze per promuovere l'innovazione. Occorre legare le università a funzioni educative e scientifiche dei territori e promuovere gli atenei come infrastrutture di attrattività e rinascita del tessuto cittadino e di riqualificazione. Per queste finalità possiamo e forse dobbiamo ragionare sulle modalità di ripartizione del Fondo di finanziamento ordinario, che ammonta a circa 6,9 miliardi di euro, esercitando una più larga condivisione, anche parlamentare, in virtù delle capacità di indirizzo che questa ripartizione può determinare. Al tempo stesso occorre una profonda revisione del concetto dello strumento del costo standard, forse differenziando su basi oggettive e numerosità massime per i singoli corsi, o altrimenti individuando un tetto entro il quale far oscillare gli aumenti e le diminuzioni massime dell'FFO per ciascun ateneo. Il progresso e lo sviluppo economico del nostro Paese dipenderanno dalla capacità del Governo di incoraggiare l'attività dei ricercatori indipendentemente dall'ente o dall'istituzione nella quale essi operino, attraverso strumenti regolativi, con l'aumento delle risorse destinate alla ricerca e la revisione del sistema delle locazioni di queste. A questo proposito può essere utile approfondire quali possibili vantaggi e quali difficoltà operative si possono ravvisare in un'agenzia per il finanziamento delle ricerca, intesa come agenzia indipendente. Più volte è stata messa in evidenza la necessità di mutare l'attuale metodo a rubinetto per l'erogazione dei finanziamenti ai progetti di ricerca con un metodo a sportello, che potendo disporre di risorse sufficienti, consenta un'effettiva premialità competitiva lungo un arco temporale più ampio. Su questo, se si operi mediante una nuova agenzia o attraverso gli strumenti presenti, sarà materia di approfondimenti senza preconcetti. Risulta di sicuro interesse un'ipotesi tesa a sviluppare sinergie tra società pubbliche o partecipate con gli atenei, al fine di attivare nuove forme di finanziamento alla ricerca. Il nostro Paese deve attivare il contributo delle imprese e del settore privato in questo settore. Guardando ai dati europei, appare evidente come i Paesi con elevati coefficienti di spese in ricerca da parte delle imprese – ad esempio Finlandia, Svezia, Danimarca, Austria e Germania – abbiano un alto livello di spesa complessiva in ricerca. In Italia la componente di spesa in ricerca da parte delle imprese è di circa il 44 per cento, contro un 66 per cento della Germania. Anche questo fattore contribuisce profondamente ad allontanarci dai livelli di investimento dei Paesi del nord Europa. Il Governo può qui utilizzare ulteriori forme di incentivazione, sulla scorta di quanto fatto con il credito d'imposta. L'idea che la spesa pubblica in ricerca è una forma di investimento per lo sviluppo, che produce risultati nel medio periodo, è alla base del Piano nazionale della ricerca, recentemente presentato. Il PNR per il periodo 2015-2020, approvato il 2 maggio 2016 dal CIPE, è dunque un importante passo in questa direzione. Tale programma prevede circa 2,4 miliardi di euro di investimenti complessivi nel triennio 2015-2017, di cui poco meno, circa, di 1,9 a carico del bilancio del MIUR e del PON, Programma operativo nazionale di ricerca, e 500 milioni di euro a carico del Fondo sviluppo e coesione 2014-2020. Il PNR si struttura su sei pilastri: internazionalizzazione, capitale umano, programma nazionale infrastrutture, cooperazione pubblico-privata e ricerca industriale, efficacia e qualità della spesa, programma per il Mezzogiorno. Esso affronta alcune delle emergenze del sistema universitario su ciò che riguarda il capitale umano, cui è destinato un budget complessivo di 1 miliardo e 200 milioni di euro per formare, potenziare e incrementare il numero di ricercatori e favorire il trasferimento di conoscenza alla società nel suo complesso. Il piano punta anche sul valore della formazione quale strumento di affermazione professionale per le giovani generazioni, 
la sola strada per stimolare ed incentivare lo studio post diploma, cui deve essere accompagnata un'offerta formativa capace di ridurre il gap tra lo studio e il lavoro. Del PNR mi piace sottolineare l'investimento di 391 milioni di euro nei cosiddetti dottorati innovativi, le misure per favorire il trasferimento di conoscenza attraverso il collocamento dei ricercatori nel mondo economico e gli incentivi alla creazione di nuove imprese ad alto contenuto tecnologico, le risorse destinate al cofinanziamento di programmi transazionali ed internazionali, con particolare riferimento ai vincitori di progetti banditi dallo European Research Council: 246 milioni di euro nel triennio 2015-2017, 340 milioni di euro destinati alle infrastrutture della ricerca, 487 milioni di euro, stanziati per la collaborazione pubblico-privato, in particolare su cluster tecnologici nazionali, che rappresentano nodi di scambio tra università, enti pubblici di ricerca e imprese tra centro e territori, 436 milioni di euro, infine, per il Programma «Speciale Mezzogiorno», che si realizza prevalentemente attraverso i fondi strutturali nazionali e regionali per stimolare lo sviluppo dei territori, investendo sulla mobilità dei ricercatori (45,3 milioni di euro), sull'attrazione (46,6 milioni di euro), sull'investimento nelle infrastrutture di ricerca aperte (155,5 milioni di euro). Insieme all'aumento delle risorse stesse, è necessario ripensare al sistema di regole che governano la comunità della ricerca, cominciando dai ricercatori, figura centrale per il progresso e lo sviluppo economico di un Paese. Occorre dunque confrontarsi con scenari lavorativi nuovi, al fine di definire normative utili ad investire sul capitale umano. 
Il nostro obiettivo è valorizzare i ricercatori presenti nelle istituzioni di ricerca pubbliche, anche con norme fondamentali che ne regolino lo status giuridico, e prevedere incentivi e maggiori risorse per quanto riguarda il trattamento economico. L'obiettivo che dobbiamo porci è quello di allargare la comunità scientifica, sia attraverso la formazione e il reclutamento dei giovani, sia mediante strumenti che consentano il rientro dei cervelli in fuga ed il trasferimento in Italia di ricercatori stranieri. Questo non sarà possibile se non attraverso la semplificazione delle norme esistenti e prevedendo una maggiore omogeneità tra i ricercatori dell'Università e degli enti di ricerca, che consenta la mobilità e la possibilità di interscambio durante la propria carriera. Sappiamo che questo non è quasi mai avvenuto nel panorama accademico del nostro Paese e, anzi, a fasi alterne, abbiamo assistito ai rispettivi tentativi di egemonizzare una parte o l'altra del mondo della ricerca. Questo non è più accettabile perché ha prodotto costi, duplicazioni e frustrazioni che il Paese non si può più permettere. Esiste inoltre l'obiettivo di incoraggiare forme di reclutamento che attraverso norme di garanzia dello status di ricercatori consentano una maggiore dinamicità della ricerca del nostro Paese sull'esempio di quanto possiamo osservare in Paesi vicini. Investire sull'istruzione e sulla ricerca è fondamentale in un Paese moderno, soprattutto per tornare alla crescita. Il sistema universitario degli enti di ricerca è il punto centrale di queste politiche ed è necessario puntare sulla valutazione e sulla premialità dei virtuosi, reclutando i migliori e legando sempre di più l'erogazione dei finanziamenti all'esito della valutazione. Investire sull'istruzione e sulla ricerca è quanto possiamo aspettarci da un Paese moderno, forse e soprattutto in un prolungato periodo di crisi. Come si può intuire, Governo e sistema della ricerca devono fare ognuno la propria parte, provando a parlare un linguaggio comune. Adesso è il momento per provare a ripartire e ci aspettano mesi fondamentali, perché l'inerzia delle riforme è cambiata e abbiamo la possibilità di recuperare ciò che è stato perso in questi anni, quando in troppi hanno creduto a chi diceva che con la cultura non si mangia. Non solo non era e non è nemmeno adesso un'affermazione vera, ma è stata una linea politica molto, molto dannosa, attuata proprio in un momento in cui il nostro Paese aveva più bisogno di immaginare il proprio futuro.