Data: 
Lunedì, 15 Giugno, 2015
Nome: 
Alan Ferrari

Grazie, Presidente. L'intimità dell'Aula mi induce ad esporre piuttosto sinteticamente il mio contributo. Il Partito Democratico sostiene convintamente questa mozione del collega Dambruoso, l'ha sottoscritta per il tramite del collega Fiano, come ricordato dalla Presidenza, e la condivide nell'approccio che propone tanto quanto nelle azioni che prospetta. 
  Parlare oggi di terrorismo, in particolar modo di matrice religiosa, impone un'analisi geopolitica, sociologica e anche economica delle dinamiche che stanno interessando il mondo arabo, e non solo, e anche l'intero Occidente. L'inaudita escalation di violenze e brutalità che sta connotando in questi ultimi tempi l'azione dei terroristi islamici e del terrorismo più in generale, oltre a scaturire da contrasti all'interno dello stesso mondo islamico, risiede in un solco colpevolmente scavato tra la nostra civiltà e la loro. Quest'Aula, però, non può e non deve essere un mero osservatorio di atrocità, non può limitarsi ad un'analisi storica, perché noi siamo tutti protagonisti di questa storia. 
  Dinanzi alle brutalità, dinnanzi al deplorevole tentativo di cancellare uomini, città, storie, forse intere civiltà, dinanzi a fenomeni con urgenti minacce alla sicurezza dei nostri cittadini, questo Parlamento ha il dovere di intervenire. La logica emergenziale che spesso tristemente contraddistingue il nostro Paese, questa volta deve lasciare il passo a quella della prevenzione e proprio questa parola, prevenzione, deve essere la nostra migliore arma. Per rispettare lo spirito pacifista della nostra Costituzione, e dell'articolo 11 in particolare, dobbiamo affiancare alla diffusa azione di intelligence, una serie di strategie e programmi tesi alla lotta al radicalismo e al fondamentalismo. 
  Spesso le tragedie impongono una reazione forte e diretta che miri a placare la richiesta di giustizia nella popolazione, ma qui siamo di fronte ad una guerra dai contorni atipici, il nostro nemico non ha volto o ne ha molteplici. In più, quando una parte in causa nel conflitto, accecata dall'odio, trascende nel fondamentalismo, ritenendo che vi sia uno scontro di civiltà, le armi di contrasto sono inermi e le parole, spesso, possono diventare come spade. Per questo, anche in Europa, si sta cercando di promuovere politiche che sappiano farsi faro di programmi di prevenzione tesi alla deradicalizzazione. 
  È corretto, allora, richiamare a questo proposito il documento politico più esaustivo in materia, redatto dalla Commissione dell'Unione europea del 2014, che individua dieci settori in cui gli Stati membri dell'Unione europea sono chiamati a rafforzare le rispettive azioni per prevenire qualsiasi forma di estremismo che conduca alla violenza, indipendentemente dalla fonte di ispirazione. Gli Stati membri sono invitati a istituire programmi volti a facilitare ai membri dei gruppi estremisti l'abbandono della violenza e dell'ideologia soggiacente. Le dieci raccomandazioni – voglio ricordarle – tendono a sviluppare strategie nazionali, gli Stati membri, infatti, sono incoraggiati a istituire adeguati quadri di riferimento che coinvolgano le organizzazioni non governative e gli operatori in prima linea, i servizi di sicurezza e gli specialisti del settore, con l'obiettivo di promuovere in modo più efficace lo sviluppo di misure di prevenzione contro l'estremismo violento e il terrorismo. Secondo, creare una piattaforma europea della conoscenza per la raccolta e la diffusione delle migliori pratiche, nonché per l'elaborazione dell'Agenda di ricerca. Terzo, valorizzare le attività della rete per la sensibilizzazione in materia di radicalizzazione. Quarto, sviluppare e agevolare la formazione degli operatori in prima linea che lavorano con gli individui o i gruppi a rischio. Quinto, fornire in ciascuno Stato membro, programmi di sostegno al disimpegno della violenza e alla deradicalizzazione a favore dei membri di gruppi estremisti. Sesto, cooperare più strettamente con la società civile e con il settore privato, per rispondere alle sfide che provengono da Internet e dalla rete. Settimo, rafforzare la capacità di reazione delle vittime, incoraggiare i giovani ad esercitare il loro spirito critico nei confronti dei messaggi estremisti e intensificare la ricerca sulle tendenze della radicalizzazione. Infine, decimo, collaborare più strettamente con i Paesi partner al di fuori dell'Unione europea. 
  Inutile, affermare che l'Italia non può permettersi di restare isolata e fuori da questa strategia comune. Al contrario, con questa mozione si vogliono, a mio avviso, avviare misure di deradicalizzazione di carattere socioculturale, di prevenzione contro l'estremismo violento e il terrorismo. Occorre valorizzare il ruolo degli educatori, occorre creare una vera e propria rete sociale che sappia includere, ascoltare, differenziare, proprio nella direzione di uscire dall'isolamento. Dalla formazione scolastica si deve partire per radicare un cambiamento di cultura teso alla tolleranza e al multiculturalismo come valore aggiunto per il nostro vivere quotidiano. Oltre alle necessarie e imprescindibili politiche di contrasto al terrorismo, il nostro Paese ha bisogno d'invertire queltrend di ghettizzazione, linfa vitale per il fondamentalismo religioso. L'Italia a cui è unanimemente riconosciuto un enorme spirito umanitario in tutte le missioni di peace-keeping è in ritardo nella stratificazione di una cultura multiculturale di integrazione. Siamo un grande popolo, che ha fatto dell'eterogeneità il suo più grande valore e proprio su questi valori dobbiamo costruire una nuova società, più inclusiva, più aperta e proprio per questo più sicura. La storia ci ha insegnato che i muri che separano non risolvono i problemi e probabilmente ci insegnerà che questa guerra la si vincerà non con le armi, ma proprio con la prevenzione. Sarà un cammino lungo, che per di più, si articolerà per strade ancora da costruire, ma si tratta di un cammino obbligato. Io penso che ci dobbiamo credere e dobbiamo anche ricordarci, nel crederci, che non siamo soli. Tanti sono gli insegnamenti di ieri e di oggi che ci affiancano, come quello di Fernand Braudel, che vale per il nostro modo di agire, per cogliere il modo giusto di agire, secondo cui la storia si fa, si interpreta e si racconta – e in questo caso parliamo di questa storia attraverso il dialogo tra tutte le scienze umane – o come quello di Bauman, che vale per determinare l'orizzonte del nostro agire, che proprio oggi sulle pagine di la Repubblica ci dice che siamo chiamati a unire e non a dividere. Qualunque sia il prezzo dei sacrifici che dovremo pagare nell'immediato, a lungo termine la solidarietà rimane l'unica via possibile per dare una forma realistica alla speranza.