A.C. 2613-D
Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, posso dire, usando una metafora ciclistica, che siamo arrivati all'ultimo chilometro. Da deputato alla prima legislatura, ricordo l'inizio traumatico di circa tre anni fa: mille giorni fa c'erano difficoltà enormi a far partire questa legislatura e non dimenticherò mai l'intervento del Presidente Napolitano, al momento della sua rielezione, quando vincolò il suo secondo mandato ad un'assunzione di responsabilità, da parte delle forze politiche e di ciascuno di noi, per riprendere e portare a termine le riforme.
Questa riforma della Costituzione è il cuore di fatto dell'azione riformatrice del Governo Renzi e rappresenta un passaggio direi decisivo nel percorso di cambiamento impostato in questa legislatura dal Presidente del Consiglio, che pone fine a una lunghissima stagione di inconcludenza riformatrice. Questa riforma è parte di un processo che punta a rendere più efficace l'azione legislativa, a darle tempi certi e dare certezza in materia di riparto di attribuzioni e competenze tra Stato centrale e regioni. Sento intimamente il peso e l'orgoglio di questo processo di ammodernamento della Carta, che è alla base della convivenza civile del nostro Paese.
L'esigenza di una riforma costituzionale del Titolo V si pone in concomitanza sia con la crisi politica istituzionale del 2013, sia in un clima generale di disaffezione, ed interviene sul delicato equilibrio istituzionale tra Camera e Senato. Oggi ci avviamo a superare il bicameralismo paritario ed il conseguente meccanismo della doppia fiducia che i padri costituenti avevano scelto di adottare nella nuova Repubblica uscita dalla guerra e da vent'anni di dittatura fascista. È innegabile che la previsione di due Camere che avevano le stesse identiche funzioni, entrambe legate da rapporto fiduciario al Governo ma elette con sistemi elettorali diversi e con elettorato attivo e passivo diverso, introduceva nell'ordinamento un elemento di blocco, perché spesso i due ambiti hanno presentato in questi anni maggioranze diverse. Per questo, da circa trent'anni, se non di più, si è cominciato ad avvertire, in maniera sempre più crescente il limite di questo nostro assetto istituzionale ed è cresciuto il dibattito sull'opportunità di mantenere il bicameralismo perfetto. Oggi, con la riforma del Parlamento, si aboliscono le due Camere come doppioni; il Senato si trasforma in un'assemblea di rappresentanza dei comuni e delle regioni di 95 membri, ai quali si aggiungeranno 5 membri di nomina del Presidente della Repubblica. Avremo un Senato diverso, che non darà la fiducia al Governo, ma rappresenterà i territori, avrà competenze importanti ma con numeri ridotti.
Vorrei dirlo con onestà: non è una questione semplicemente di costi della politica. Se fosse solo questo sarei preoccupato, perché spesso dietro l'alibi della riduzione dei costi della politica si può nascondere una riduzione degli spazi di democrazia, e questa sarebbe una cosa assai pericolosa. Al Governo basterà la fiducia della sola Camera e quindi, sostanzialmente, si rafforzerà l'esecutivo in Parlamento.
Sul Titolo V era già intervenuta la riforma del 2001, fortemente voluta dal centrosinistra per inseguire la Lega Nord sul terreno del federalismo. Una riforma frettolosa, che ha dato vita ad una complicata ripartizione di competenze tra Stato e regioni, con conseguente aumento del contenzioso di fronte alla Corte costituzionale e nella sostanza, purtroppo, ha contribuito ad allargare il divario tra Nord e Sud del Paese. Addirittura, cosa assai più grave sarebbe stata se fosse passata la cosiddetta devolution di Calderoli, fortunatamente almeno questo ce lo siamo risparmiato.
Il nuovo testo cerca di porre rimedio alle incongruenze nate nel 2001, prevedendo una semplificazione delle competenze. Saranno solo due: competenza statale e competenza regionale in materia legislativa. Alcune competenze, oggi concorrenti, saranno accentrate per garantire un indirizzo politico generale su tutto il Paese da parte del Governo. In particolare, con la modifica dell'articolo 116, comma terzo, si introduce un sistema cosiddetto a fattispecie aperta, fatta salva l'unità nazionale, le regioni, in alcune materie espressamente elencate potranno richiedere particolari forme di autonomia.
È introdotta poi l'importante clausola di supremazia, in base alla quale, su proposta del Governo, la legge statale può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale. Tra le novità bisogna ricordare l'abolizione delle province, cosa già prevista dalla legge Delrio, ma vi era bisogno di un passaggio di riforma della Costituzione, e c’è però la possibilità di creare degli enti di area vasta da parte degli enti locali e in più va ricordata l'abolizione del CNEL.
Il nostro sistema pubblico ha bisogno di riforme finalmente realizzate, non solo di riforme immaginate, bisogna riformare la nostra democrazia parlamentare, garantendo stabilita e continuità nell'azione di governo. Questo non è autoritarismo, è semplicemente esercizio completo della responsabilità ricevuta dal corpo elettorale all'indomani delle elezioni. Si cerca di sbloccare un sistema parlamentare che, come ha detto Renzi al Senato, nell'arco degli ultimi settant'anni ha prodotto 63 Governi. Basti pensare che negli anni Ottanta abbiamo avuto una media superiore ad un governo all'anno, almeno dodici governi in dieci anni tra il 1979 ed il 1989.
Il nostro sistema ha delle procedure di formazione delle leggi talmente farraginose che all'unanimità sono considerate da cambiare. In questi anni, sostanzialmente, vi è stato un difetto nel funzionamento del circuito Parlamento-maggioranza-Governo, e questo ha reso i Governi deboli. Per questo si è scelto di agire coerentemente e contestualmente su materia elettorale e costituzionale. Il più grande difetto dell'ultima legge elettorale del 2005, a parte il premio senza quorum e senza ballottaggio, consisteva nel conferire premi di maggioranza con formule diverse per due Camere diverse, ciascuna delle quali indispensabile titolare del rapporto fiduciario, perciò solo a condizione di abolire la doppia fiducia si può immaginare una legge elettorale maggioritaria con premio. Per uesto le due riforme sono coerenti tra loro e va dato atto al lavoro fatto dal ministro delle riforme Boschi insieme al Presidente Renzi.
Il testo che qui stiamo esaminando è giunto davvero all'ultimo passaggio parlamentare, dopo ci sarà solo il giudizio del corpo elettorale che con il referendum si pronuncerà su questo percorso. Va sottolineato che non si tocca il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione, non si incide sul ruolo e sui poteri della Presidenza della Repubblica. Il cammino, cari colleghi, è stato quello dell'articolo 138 e mai nessuno l'ha messo in discussione; è stato fatto un lavoro accurato che ha coinvolto il mondo accademico, i corpi speciali, le istituzioni tutte, ciascuno con il proprio punto di vista. Stiamo approdando ad un assetto maggiormente equilibrato e migliorato nei suoi passaggi parlamentari.
Vi è poi un profilo che da parlamentare meridionale vorrei evidenziare. Uno degli aspetti della questione meridionale odierna probabilmente risiede nella debolezza delle classi dirigenti meridionali, soprattutto di quelle regionali, che con l'aiuto di questo regionalismo spinto hanno potuto creare delle rendite di posizione a discapito dello sviluppo e della crescita del Sud. Che alcune importanti materie che riguardano la vita dei cittadini, a partire dalla sanità, vedano una maggiore responsabilità da parte dello Stato, a mio avviso rappresenta un elemento importante, perché sottrae alla discrezionalità della politica locale i rischi legati a dinamiche di potere che si ripercuotono sempre, purtroppo, a discapito della comunità. Ben venga, quindi, un controllo statale dei LEA nella loro declinazione vera sulla salute delle persone, così come, in materia di infrastrutture, basta ricorsi alla Corte costituzionale, perché, per esempio, su un'opera strategica come la Napoli-Bari, si rischiano ritardi perché una regione sostiene di non essere stata coinvolta. Sono queste le cose che puntiamo a sconfiggere con l'approvazione di questa riforma, e questo il ritardo che puntiamo a superare dopo decenni.
Ci dicevano che non ce l'avremmo fatta, che tutto sarebbe naufragato, che l'obiettivo era navigare a vista e invece siamo arrivati fino in fondo. È stata una sfida non facile, anche perché accompagnata dalla volontà di evitare gli errori del passato e di avere un coinvolgimento il più ampio possibile delle forze parlamentari. Per un tratto del percorso è stato così, poi qualcosa è cambiato, e non perché fosse cambiato il merito delle riforme. È un processo riformatore che non asseconda quella furia iconoclasta fomentata da chi agita la Costituzione e poi non ha neanche uno statuto per regolamentare la vita all'interno del proprio movimento, perché le decisioni si prendono in uno studio. È una riforma che ora investe la responsabilità di ciascuno di noi, protagonisti per migliorare la vita pubblica. Questa riforma chiama ad una maggiore e più trasparente responsabilità da parte dei partiti politici, chiede un ripensamento anche dei corpi sociali, per come li abbiamo conosciuti fino ad oggi, e per la crisi che investe ciascuna forma di rappresentanza collettiva. Fra i detrattori di questa riforma ci sono gli storici avversari di qualsiasi tentativo di cambiare la Costituzione, tanto più se in direzione di un più efficace funzionamento della forma di governo e di rafforzamento del circuito corpo elettorale-Parlamento-Governo, considerato addirittura il prodromo di temute svolte autoritarie, e magari sono gli stessi che dicono che Renzi non sia legittimato a governare perché non è stato eletto direttamente dal popolo, facendo finta di dimenticare che la nostra Costituzione per ora prevede che il Presidente del Consiglio, su incarico del Presidente la Repubblica, si rechi alle Camere per ottenere la fiducia.
Come ha detto Napolitano al Senato, l'alternativa ad una conclusione positiva di questo iter di riforma costituzionale sarebbe rimanere bloccati, con tutte le disfunzioni e storture che conosciamo: dal ricorso abnorme alla decretazione d'urgenza, ad una fuorviante conflittualità tra legislazione nazionale e legislazione regionale.
L'ultima parola spetterà agli italiani, ma siamo fiduciosi che comprenderanno questo impegno e lo premieranno, consentendo al Paese di vedere il proprio assetto istituzionale più moderno e più capace di rispondere alle sfide del futuro, in un contesto internazionale difficile e in un quadro di costruzione dell'Europa ancora complicato (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).