Discussione sulle linee generali
Data: 
Lunedì, 22 Febbraio, 2016
Nome: 
Anna Ascani

A.C. 3317-3345-A

Grazie Presidente. Molte cose sul lavoro che abbiamo fatto in VII Commissione sono state in realtà già dette, però ci tengo a sottolineare la positività del clima che si è creato grazie al relatore, ma anche grazie alle firmatarie delle due diverse proposte di legge su cui abbiamo lavorato. E devo dire che tutti i gruppi politici – poi, lo sappiamo bene, in Aula la discussione diventa sempre un po’ diversa – in fase di discussione, prima in Comitato ristretto e poi in Commissione, hanno dato un importante contributo a far sì che il testo uscisse per quello che è. Ed io credo che il testo con cui arriviamo in Aula sia un ottimo testo dal punto di vista delle necessità che c'erano in questo settore. La discussione in Commissione si è concentrata su alcune cose in particolare. Intanto, mi sembra molto importante che il testo che esce dalla Commissione contenga un riferimento al contratto collettivo nazionale che non era contenuto in un primo momento nel testo Coscia e che, invece, è stato integrato. Infatti, io credo che questo aspetto sia particolarmente importante e sia un valore aggiunto rispetto a quella che era la proposta iniziale anche del Partito Democratico. E, poi, le altre due cose fondamentali. Innanzitutto, l'attenzione ai giovani, perché spesso quando si parla di editoria ci si dimentica anche la necessità di questa transizione generazionale che, invece, dobbiamo provare a promuovere, sia dal punto di vista dellestart-up, cioè di quelle nuove imprese che tentano di fare informazione, sia, dall'altro lato, per l'assunzione dei giovani perché noi prevediamo che l'assunzione di under 35 sia uno dei criteri che sono collegabili agli incentivi. Quindi, diciamo che qui c’è stata una riflessione particolare e questo denota di nuovo un buon clima nella discussione in Commissione. 
Infine, il digitale. Come hanno detto tutti i gruppi intervenendo e ha detto anche il relatore di minoranza, il digitale è sicuramente qualche cosa di cui ci si deve occupare quando si parla di editoria e di informazione. Oggi, perché i dati ce lo restituiscono, l'Italia è ancora un po’ più indietro rispetto al resto d'Europa, cioè sono in media circa il 30 per cento gli italiani che si informano attraverso il web. Ma sono comunque tanti se ci pensiamo. E quel tipo di informazione va assolutamente presa in considerazione. Il fatto che in una legge che è volta a riordinare il contributo pubblico all'editoria si parli di incentivi all'innovazione digitale, a spostarsi sul digitale, è particolarmente significativo. Infatti, finalmente si riconosce il valore di quel genere di informazione che, come è ovvio, più del quotidiano cartaceo è in grado di restituire l'immediato di quello che accade fuori. Quindi, è particolarmente prezioso. 
Un'altra cosa di questa legge che probabilmente è stata detta, ma non abbastanza sottolineata, è l'esclusione di alcuni soggetti dal finanziamento pubblico. Noi, come Partito Democratico, siamo stati spesso accusati di voler finanziare i giornali legati al nostro partito. Se vi andate a leggere questa legge – ed è bene che i cittadini lo sappiano –, tra i soggetti esclusi ci sono i giornali legati ai movimenti ed ai partiti perché noi crediamo che questa legge abbia un'altra funzione, abbia, cioè, la funzione di promuovere la libertà di informazione ed il pluralismo. Quindi, mettiamo da parte le polemiche strumentali che purtroppo si sono fatte anche nel dibattito attorno a questa legge. Noi abbiamo voluto metterle da parte mettendo nero su bianco l'esclusione di quei soggetti in modo che gli argomenti fossero finalmente altri. 
Si è fatto riferimento qui al quadro europeo dei finanziamenti pubblici all'editoria. Ho sentito l'onorevole Gallo citare alcuni dati probabilmente presi da pagine web e da contributi trovati online. Tra i contributi online suggerirei di leggersi, però, gli studi della London School of Economics o della Reuters che, invece, dicono cose diverse. Ad esempio, restando in Europa, la Germania ha in tutto un contributo pubblico molto più alto di quello italiano semplicemente affidato ai Länder, cioè alle autorità locali. Ovvero, i finanziamenti ci sono, ma per la natura della Germania come Stato a impronta federale più che centrale, evidentemente quei fondi vengono da un'altra parte. Però in questo l'Italia è tutt'altro che un'eccezione, anzi l'andamento in discesa dei fondi destinati all'editoria è piuttosto in controtendenza rispetto a quello che è accaduto in altri Stati e, quindi, evidentemente alcune delle informazioni che sono state date in quest'Aula non sono del tutto corrette. 
Qual è, però, il punto che a me preoccupa di più nello svolgersi di questo dibattito ? Che c’è una certa parte di questo Parlamento che tende a dipingere l'informazione tutta come uno dei volti della casta, cioè quello che non è popolo, quello che è contrario all'interesse del popolo. Noi, invece, abbiamo l'idea che avere un atteggiamento critico e consapevole nei confronti dell'informazione sia più che giusto, tant’è vero che nella buona scuola, nella riforma della scuola, abbiamo scritto che una delle finalità deve essere quella di educare i ragazzi all'utilizzo critico e consapevole di media e social media e, quindi, a utilizzare al meglio le informazioni, a dubitare perché il dubbio è positivo. Ma di qui a sostenere che il mondo dell'informazione sia una casta da abolire in qualche modo, da tenere lontano, ecco, diciamo che in mezzo ci passa un bel po’ di spazio. E quello spazio è lo spazio della libertà di informazione. La libertà di informazione è qualche cosa che fa parte strutturalmente del sistema democratico di un Paese. Quando non c’è libertà di informazione, quando non c’è pluralismo, allora anche la democrazia è messa in discussione ed in crisi. A questo proposito, è chiaro che i grandi giornali possono mantenersi e debbono mantenersi con la pubblicità, fermo restando che anche gli introiti derivanti dalla pubblicità sono in netta diminuzione, ossia circa del 20 per cento in media. Ma cosa succede ai piccoli ? Cosa succede alle tante voci del territorio ? Io vengo da una regione, l'Umbria, che ha visto qualche mese fa la chiusura di un importante giornale, che la prima volta era stato fondato a inizio Ottocento. Per noi la chiusura di quel giornale ha significato il venir meno di una voce, che faceva parte di un coro che restituiva l'immagine di una realtà locale. Ora quell'immagine è più povera perché quel giornale non c’è più. Evidentemente, noi questo non lo possiamo consentire, a prescindere da quello che in quel giornale c’è scritto, ma dobbiamo far sì che quei giornali vivano perché quando il coro è più ampio, quando ci sono più opinioni, è più facile per il cittadino avere un'informazione obiettiva e corretta. Allora, se noi cancelliamo il finanziamento pubblico all'editoria, stiamo dicendo che vogliamo cancellare quelle voci. E quelle voci sono spesso quelle che poi vengono riportate dalle grandi testate che raccolgono magari casi di mal governo locale. Allora, forse non sarà che non vogliamo fare emergere quei casi, che quei casi ci fanno paura ? Io non voglio arrivare a pensare questo, però mi viene da pensare che chi vuole spegnere quelle piccole voci, forse non vuole che quei casi emergano ed arrivino alla ribalta nazionale. Questo è accaduto molte volte e questo è giusto che accada in un Paese democratico che tale è solo se l'informazione è plurale. Infatti, la legge di Darwin applicata all'informazione ha come unico prodotto l'egemonia culturale ed è esattamente quello che il Partito Democratico non vuole. 
Non ci può essere la legge della sopravvivenza applicata alle piccole voci del territorio, perché quelle voci non sono in grado di sopravvivere in questo modo. È chiaro: dobbiamo aiutarle ad autosostenersi. Questa legge è fatta così: le aiutiamo a raccogliere il più possibile finanziamenti che le rendano in grado di sostenersi, ma non possiamo abbandonarle a se stesse; questo significa volerle spegnere, in un modo più ipocrita, probabilmente, ma volerle spegnere. Non è la nostra idea. Certo, mi viene da pensare – lo dicevo prima – che qualcuno abbia questo interesse e lo nasconda parlando di autoritarismi di altri. Del resto, diceva Napoleone, fanno più paura tre giornali ostili che mille baionette e queste parole non sono molto distanti da quelle di un leader politico che ha definito i giornali carta igienica. Noi non pensiamo che i giornali siano carta igienica, che il sistema dell'informazione possa essere definito in questo modo, né temiamo i giornali più delle baionette. Noi con questa legge dimostriamo che la libertà di informazione è preziosa e che il pluralismo e qualche cosa che il Partito Democratico ha profondamente a cuore. Chiaramente chi li addita, invece, come casta ha un interesse evidentemente opposto. 
Pertanto, io spero che nel dibattito che si farà in quest'Aula, pur con tutti i margini di miglioramento, che sicuramente ci sono e tuttora persistono – spero che lo svolgersi di questo dibattito ci porti a rendere questa legge di iniziativa parlamentare ancora migliore nel dare la delega al Governo a riordinare qualche cosa su cui, evidentemente, non è la prima volta che si mette mano, ma su cui si è messo mano in modo un po’ confuso, creando anche sovrapposizioni e complicazioni –, si resti al merito e non si voglia, invece, fare, come purtroppo ho già sentito, propaganda strumentale sulla pelle di chi sul territorio cerca, spesso per pochi spiccioli, di fare bene il proprio lavoro. Da quel lavoro fatto bene dipende anche la qualità della nostra democrazia.