Grazie, Presidente. Il relatore illustrava giustamente il percorso che ha condotto all'approvazione di un testo anche molto diverso da quelli che erano stati presentati originariamente. Quindi c’è stato un lavoro molto attento sia della Commissione I ma anche di tutte le Commissioni che hanno esaminato il testo. Penso che stiamo per discutere un provvedimento utile, un provvedimento importante. Secondo una convenzione il 2007 è un anno spartiacque perché per la prima volta nel mondo la popolazione delle città ha superato quella delle campagne e si calcola che, nel 2050, il 70 per cento della popolazione mondiale abiterà nelle grandi aree urbane del pianeta. E un po’ tutta la letteratura, la sociologia, l'urbanistica, la filosofia, ma poi ci sono libri, romanzi, eccetera sul tema delle città, si sono esercitati in maniera massiccia e c’è chi si spinge a descrivere le grandi aree urbane come i veri attori della competizione globale in termini di ricchezza, in termini di innovazione, in termini di opportunità. Intorno a Londra, Tokyo, New York, Pechino, Parigi si concentrano persone, attività produttive, rendite, scambi e quel potere che invece diminuisce a livello degli Stati nazionali. Secondo alcuni calcoli, negli Stati Uniti il 90 per cento del PIL e l'86 per cento dei posti di lavoro sono generati nelle città più importanti. La proposta di legge che stiamo discutendo istituisce una Commissione di inchiesta sulle periferie delle nostre città e la forma con la quale le nostre città, le città italiane, le città europee sono cresciute è una struttura molto diversa, ad esempio, da quella di molti altri posti nel mondo, dagli Stati Uniti alle metropoli asiatiche a quelle sudamericane nelle quali ancora di più che da noi si fa fatica a capire e a definire che cosa si intende con il termine periferia. Ma anche da noi la parola «periferia» sembra più un termine generico, un'etichetta per connotare luoghi degradati o luoghi marginali più che un termine usato per identificare esattamente un luogo dal punto di vista geografico e le periferie sono anche molto diverse tra loro e si trovano non solo ai margini della città. Quando poi la città diventa metropoli, quindi quando supera una certa soglia, una certa dimensione, i centri e le periferie si moltiplicano anche all'interno della stessa città. Io parlo di Roma dove, ad esempio, Corviale, Tor Bella Monaca, Laurentino 38 sono quartieri nati a seguito di una pianificazione pubblica, di una progettazione urbana che poggiava su alcuni presupposti probabilmente sbagliati, dove poi non si sono realizzati i servizi che erano stati previsti ma ci sono anche le periferie abusive, quelle spontanee, quelle illegali senza alcuno standard pubblico e con opere di urbanizzazione realizzate anche spesso solo parzialmente in seguito. Quindi ci sono periferie molto diverse. C’è un recente saggio pubblicato su Limes, che ha dedicato proprio un numero specifico alle indagini sulle periferie: è un saggio di Daniel Modigliani.
In questo saggio questi racconta in pochi passaggi come l'edilizia residenziale pubblica, quella privata legale e quella abusiva in realtà sono cresciute e sono attecchite a Roma nella mancanza di infrastrutture, a partire da quelle della viabilità che continua a rimanere uno dei problemi principali e insoluti e nell'assenza di una mano pubblica che, per tutta una lunga fase storica del dopoguerra e oltre il dopoguerra, si è girata dall'altra parte, nella migliore delle ipotesi, rispetto all'espansione a macchia d'olio della città cosicché l'urbanizzazione è stata guidata dalle dinamiche della rendita urbana e della bolla edilizia che hanno intrecciato disuguaglianze sociali con quelle spaziali. C’è un'altra ricerca su Roma interessante del CRS dove si osserva che, poiché a Roma vivere al centro costa troppo, ad essere costretti fuori dal raccordo anulare sono soprattutto le famiglie numerose. Il raccordo divide una terra dei giovani, caratterizzata da un basso accesso alle reti di trasporto pubblico e di funzioni urbane, rispetto alla città consolidata con un'elevata quota di popolazione anziana. Allo stesso modo la distanza dal centro, sempre a Roma, connota la distribuzione dei titoli di studio: più alta mano a mano che ci si avvicina ai quartieri centrali. Tuttavia la frattura vera tra luoghi centrali e periferie è quella per tassi di occupazione e disoccupazione, anche se frastagliata e con casi particolari: si va dalla media dei 28.000 euro pro capite ai Parioli fino ai 13.000 di Borghesiana. Insomma quello che voglio dire è che nelle città si concentra il massimo delle opportunità ma anche il massimo delle disuguaglianze per chi subisce la crisi e la precarietà e, invece, per i ceti emergenti; tra chi ha la possibilità di godere dei beni comuni, le piazze, gli impianti sportivi, le biblioteche e chi invece questa possibilità non ce l'ha e gli è negata. Anche il tema dell'immigrazione e dell'integrazione degli stranieri che aveva caratterizzato il testo per una prima fase, in realtà nel nostro Paese assume forme, dimensioni e caratteristiche molto diverse da quelle di altri Paesi europei: non ci sono periferie abitate solo da immigrati, a differenza di Paesi come la Francia e la Gran Bretagna dove l'immigrazione arriva negli anni Sessanta anche a seguito di una storia coloniale di quei Paesi. Sempre questo numero di Limes, fornendo dei dati, afferma che la provincia di Milano conta 120.000 musulmani – a proposito di Islam – il 4 per cento della popolazione immigrata; la provincia di Roma 90.000 ossia il 2,1 per cento; quella di Torino il 2,3 per cento contro Londra che ne conta 1 milione e rotti ossia il 12 per cento della popolazione; nell’Île de France arriviamo al 10-15 per cento; a Marsiglia addirittura sono 250.000, quindi circa il 40 per cento della popolazione. Anche il tasso di disoccupazione nei quartieri italiani è più basso rispetto ad alcune aree europee: si tratta tra l'altro di un'immigrazione quasi tutta ancora di prima generazione e non ci sono, per sollevare un tema che abbiamo letto in questi giorni anche sulle pagine dei giornali, i figli delusi dai padri in bilico difficile tra identità diverse. Dunque questa situazione è il terreno, penso, più favorevole anche per noi per sperimentare politiche di integrazione diverse sia dall'assimilazionismo francese sia dal multiculturalismo anglosassone. Nelle periferie ci sono problemi ma anche le sfide della politica per il futuro, le sfide dell'integrazione e della cultura: in primo luogo per rendere le scuole, ad esempio, protagoniste anche dal punto di vista del territorio, le istituzioni culturali, dalle biblioteche ai teatri, che possono rappresentare i centri di vita delle comunità locali e luoghi anche di formazione delle identità locali. C’è la sfida dell'innovazione del lavoro, della qualità urbana: ad esempio della riconversione, della riqualificazione delle ex aree industriali dismesse anche a fini produttivi e dell'attivazione di economie locali. C’è il grande tema dell'economia della cura, del rilancio dei servizi pubblici, dell'assistenza alla persona, della riconversione ecologica. Insomma se la rendita ha fallito, se la strada della rendita e del consumo del territorio come produzione di ricchezza, peraltro per pochi nelle nostre città, è una strada chiusa bisogna inventare altre strade e investire in queste strade nuove. E c’è la sfida della partecipazione democratica del Governo di prossimità, della riforma della macchina amministrativa: le nostre metropoli, le nostre aree urbane sono troppo grandi per essere governate dal comune capoluogo che è troppo piccolo rispetto alla sfida del Governo di aree complesse e c’è la sfida di una politica piantata sul territorio nel rapporto con le persone, con i cittadini, con le associazioni, con il volontariato. Insomma, la sfida delle periferie è la sfida delle città ed è la sfida dove noi possiamo esercitare quella capacità progettuale di indirizzo della cosa pubblica, che in tante nostre città, purtroppo, è mancata. Concludo, Presidente, citando una breve intervista a Renzo Piano, nostro senatore, famoso architetto e intellettuale. Lui dice una cosa che è molto bella e me la sono appuntata: le periferie sono sempre associate ad aggettivi negativi. Sono considerate desolanti, alienanti, degradate, brutte. Proviamo invece a guardarle con occhio positivo, a cercare quel che c’è di sano. Le periferie sono ricchissime di una bellezza umana e spesso anche di una bellezza fisica che è nascosta, che emerge qua e là. Come scrive Italo Calvino nella postfazione di Le città invisibili, anche le più drammatiche e le più infelici tra le città hanno sempre qualcosa di buono.
Credo che tocchi alla politica, a noi in questo caso, andare anche con la Commissione di inchiesta a trovare quello che non va e quello che manca nelle nostre periferie, che è tanto – e lo sappiamo –, ma anche e soprattutto quello che c’è di buono, per valorizzarlo e per farne il volano anche di un futuro diverso (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Discussione sulle linee generali
Data:
Lunedì, 25 Luglio, 2016
Nome:
Roberta Agostini