Dichiarazioni di voto finale
Data: 
Mercoledì, 23 Marzo, 2016
Nome: 
Elena Carnevali

 Doc. XXII, n. 62-A

 

Signora Presidente, rappresentati del Governo e onorevoli Colleghi ! 
Siamo chiamati, a distanza di poche ore dai fatti tragici di Bruxelles a dare il nostro voto alla proroga e la modifica della delibera istitutiva della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, identificazione e trattenimento dei migranti. 
Il prodotto avvelenato delle strategia della violenza terroristica di Daesh che ha colpito il cuore dell'Europa producendo morti sanguinose e feriti con l'intendo di destabilizzare le democrazie e la libertà ci chiede unità, fermezza e solidarietà. Oltre ai morti, gli effetti di questa tragica follia, insieme alla fame e alla miseria producono la fuga dai paesi in conflitto e la richiesta di accoglienza e di asilo. 
A un anno dall'istituzione della commissione d'inchiesta, dopo un confronto tra i membri di entrambi gli schieramenti, si è infatti scelto di presentare un testo in cui far confluire i numerosi temi in cui si è articolato l'oggetto dell'inchiesta parlamentare. 
Credo che vada dato merito al presidente Gelli di aver voluto codificare – passatemi l'espressione – l'ambizioso programma di lavoro della Commissione, che si è data fin dal principio, e in modo pienamente condiviso con la Presidenza dell'on Gennaro Migliore a cui va la nostra stima e riconoscenza. 
La scelta di affrontare secondo un approccio olistico ed onnicomprensivo il settore dell'accoglienza dei migranti è stata una scelta tanto opportuna quanto – in un certo senso – obbligata dal corso della storia. 
Il fenomeno migratorio che ha interessato l'Italia e l'Europa negli ultimi due anni assume di giorno in giorno dimensioni crescenti in modo esponenziale. E si colora, purtroppo, di toni sempre più drammatici, quanto a perdita di vite umane e a folle di profughi disperati che si ammassano alle nostre frontiere. 
Il tema dell'accoglienza è quindi diventato un argomento centrale delle politiche di tutti gli Stati del continente e delle stesse Istituzioni dell'Unione europea. Non a caso, già nel 2015, la Commissione europea ha inserito il tema delle migrazioni tra le dieci priorità politiche dell'Unione. 
Sappiamo come si susseguano incessantemente i vertici delle più alte autorità dell'Unione per affrontare un flusso migratorio tanto imponente quanto prevedibile nella sua durata almeno decennale. 
E altrettanto ci sono chiari i significati che assumono le decisioni di alcuni Stati membri in senso restrittivo alla libera circolazione nell'area Schengen, e le potenziali ricadute sul nostro Paese, in relazione alle nuove rotte migratorie in particolare dai Balcani. 
Sicuramente l'Italia è sempre stata in prima linea – anche per la sua posizione geografica – e ha sempre mostrato le capacità di soccorrere in mare e salvare vite umane, ogni qual volta questo è stato possibile, grazie all'impegno delle Istituzioni, dello straordinario lavoro delle forze dell'ordine e all'incredibile impegno dei nostri operatori, siano essi appartenenti all'apparato statale o ad organizzazioni umanitarie. 
Va dato merito al vigore, alla tenacia dell'Italia e del Premier Renzi se il tema delle migrazioni ed accoglienza è stata posta tra i temi sostanziali dall'agenda europea. 
Questo prima di altri autorevoli primi ministri. 
Questo prima delle migrazioni attuali via terra. 
Questo mentre sbarcavano più di 43 mila persone nel 2013 e nei due anni successivi le cifre si quadruplicavano. (nel 2014 sono sbarcati 170.000 persone e nel 2015 ulteriori 153.000 persone). 
Questo prima – e ci compiacciamo – che in questa aula, risuonassero parole profondamente diverse rispetto a chi fino, fino a pochi mesi fa, usava parole di elogio al leader ungherese. 
Dobbiamo andare indietro nel tempo, anno 2011 , quando sulle coste Italiane per l'emergenza Nord Africa in Italia arrivarono più di 62 mila persone. 
Cosa ci hanno lasciato coloro che due giorni fa hanno sostenuto che sia solo una politica di annunci e di slide ? 
Allora, come oggi, veniva chiesto la solidarietà e la collaborazione degli enti locali, salvo poi disconoscerla da Presidente di regione. 
Allora si imbastiva un sistema emergenziale sotto egida della protezione civile, con procedure lasche di evidenza pubblica. 
Allora si realizzavano centri da 4000 posti, come il centro di Mineo ormai commissariato. 
Allora, in una situazione meno complessa di oggi, i rimpatri erano inesistenti e di accordi con i Paesi di origine rimangono esigue tracce. 
Ma ancor più significativo è il dato che indica il trend dell'accoglienza: siamo passati da 22.118 nel 2013 a ben 66.066 nel 2014. Oggi siamo a circa 107 mila. 
Oggi dall'emergenza, si cerca di allestire una programmazione, procedendo ad accordi in sede di Conferenza Stato-Regioni, affidando al controllo delle prefetture gli appalti per i Centri governativi – CASS – all'interno dei quali si annidano realtà sicuramente differenziate che meritano ancora attenzione da parte della commissione e rafforzando il sistema SPRAR per poter contare a medio termine su 30/40 mila posti di accoglienza. 
L'obbiettivo impegnativo ma perseguibile per un Paese da 60 milioni di abitanti è di realizzare un sistema di accoglienza permanente e strutturato, articolato nel territorio con il coordinamento di governo, prefetture, enti locali ed associazioni. Rafforzare un sistema trasparente negli appalti, coerente con la direttiva dell'ANAC per sconfiggere quel fenomeno criminoso, grave, circostanziato e non sistemico che abbiamo contribuito a far emergere con il nostro lavoro. 
Quindi Non si tratta di un semplice incremento numerico ma di una crescita tale da modificare radicalmente il quadro di riferimento del sistema di accoglienza e delle connesse attività di assistenza, che vanno dallo sbarco alla dislocazione nei centri, in attesa della definizione dello status, fino alla fase – per coloro che ne hanno titolo – di seconda accoglienza ed integrazione. 
In questo ambito le politiche di settore hanno finito per assumere una valenza generale, tale da incidere in modo significativo su ogni altra sfera pubblica: dalla politica di sicurezza a quella sanitaria, dall'ambito delle politiche per il lavoro a quelle per l'integrazione sociale e finanche della pianificazione dello sviluppo economico territoriale. 
In altre parole, con la proposta che votiamo, l'organo parlamentare ha ritenuto indispensabile ricercare un sempre maggiore approfondimento dei punti di forza e delle criticità del sistema italiano e non avrebbe potuto sottrarsi a questo compito in un contesto di siffatte iniziative politiche dei Governi e delle Istituzioni europee, nonché di massima attenzione mediatica e delle opinioni pubbliche alle materie oggetto dell'indagine. 
La Commissione oltre alla Presidenza, è composta da commissari che non sono comparse, ma sono coloro che con 40 sedute, 87 audizioni e 10 missioni tra Sicilia, Calabria, Lazio, Campania, Puglia, e Lombardia e 90 mila pagine di materiale documentale, oggi può essere fiera di avere una conoscenza più approfondita del Sistema. 
Questa mole di lavoro, in un confronto dialettico costruttivo tra le forze politiche in piena sintonia nelle scelte sulla metodologia di lavoro ha già indotto alcuni processi, per esempio: migliorare il sistema di identificazione e riconoscimento L'ingiusta procedura di infrazione attribuita sulla base dell'attività dei due anni precedenti e già ampiamente superata. Ormai il sistema è quasi a regime all'interno del sistema Eurodac; incrementare il numero delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione umanitaria e nuove sezioni di supporto. Da 20 a 40. 
Dobbiamo aumentare il ritmo delle audizioni per rispondere sia alle esigenze di futuro delle persone sia per evitare il prolungamento nei centri; la richiesta di personale adeguatamente formato (noi vorremmo un'agenzia più che componenti a gettone); documentare l'inadeguatezza di centri di accoglienza, per violazione dei diritti, che sono stati successivamente commissariati o chiusi; avere un programma dati – non ancora esaustivo – di banche dati dettagliato. 
La scelta iniziale di strutturare l'inchiesta in una pluralità di filoni di indagine appare ancor più giustificata adesso che si comprende in modo sempre più chiaro come ciascun segmento dell'inchiesta costituisca il tassello di un mosaico che non solo è già di per sé complesso, ma è reso ancor più indecifrabile dalla rapidissima evoluzione della normativa interna ed internazionale, del contesto europeo e delle situazioni di fatto che si sono venute a realizzare nel sistema italiano di accoglienza. 
Ebbene, proprio a ridosso della sua entrata in vigore, decreto legislativo n. 142 del 2015» l'Italia ha concordato con le Istituzioni europee il cosiddetto «approccio hotspot», e i relativi centri sono concretamente funzionanti da poche settimane, tranne quello di Lampedusa che è attivo da prima. 
Vale la pena ricordare, a titolo di esempio, che dei circa 107 mila migranti attualmente presenti nei centri, solo 20.000 solo stati inseriti nel sistema SPRAR, unanimemente considerato il modello da sviluppare, mentre circa 80.000 sono nei cosiddetti «Centri di accoglienza straordinaria» – i CAS –, all'interno dei quali si annidano realtà sicuramente molto differenziate e che, a mio giudizio, meritano attenzione da parte dell'organismo parlamentare. 
Ho citato questi ultimi esempi dei centri hotspot e dei CAS non a caso. Permettetemi uno spunto di polemica. 
Ascoltiamo fin troppo frequentemente in queste Aule le invocazioni delle opposizioni a dare maggiore dignità e peso all'Istituzione parlamentare. 
Mi sembrerebbe molto singolare se alcune di queste forze di opposizione votassero oggi contro la proposta di fa proseguire l'attività dell'organismo parlamentare che per eccellenza rappresenta la capacità della massima Istituzione rappresentativa di attivare autonome forme di conoscenza e di rafforzare il proprio potere di indirizzo e controllo sull'apparato governativo. 
Ma veramente i colleghi della Lega e del Movimento 5 Stelle credono che non sia utile disporre di uno strumento che possa monitorare l'azione dell'Esecutivo – con il mandato ed il potere di acquisire ogni utile informazione – nella delicata fase di avvio degli hotspot ? 
Ancora, possibile che non si ritenga più utile far lavorare una Commissione con poteri di inchiesta sulla variegata realtà dei Centri straordinari di accoglienza e orientare l'azione del legislatore verso le migliori soluzioni normative ? 
Ritenete di fare una cosa utile per il Paese e per i vostri referenti sociali osteggiando un organismo che è stato capace di dialogare e di porsi come riferimento istituzionale per l'universo delle Associazioni, degli Enti locali, enti non governativi e dei soggetti che operano nel sociale e che ogni giorno agiscono per garantire standard di accoglienza adeguati ? 
Credo che le ragioni che ho espresso siano già sufficienti per sostenere il nostro convinto sì al documento che modifica l'originaria deliberazione istitutiva della Commissione di inchiesta sul sistema di accoglienza, identificazione ed espulsione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti. 
Desidero tuttavia aggiungere un'ultima considerazione, che riguarda un tema che mi sta molto a cuore. 
Mi riferisco ad un peculiare aspetto dell'inchiesta, che è stato già portato avanti dalla Commissione e che adesso trova esplicito riferimento nel testo della deliberazione istitutiva. 
In essa si legge che la Commissione «svolge una specifica indagine sulle modalità di protezione dei minori stranieri non accompagnati e delle altre categorie di soggetti vulnerabili». 
Vale la pena ricordare che – per citare una delle categorie dei cosiddetti «soggetti vulnerabili» lo scorso anno sono arrivati in Italia più di 16 mila minori, di cui oltre 12 mila non accompagnati. 
Apprezzo che lo stanziamento per tale settore sia passato dai 32 milioni di euro del 2015 ai 170 milioni del 2016, ma in questi casi le risorse economiche sono necessarie ma non sufficienti. 
Come componente della Commissione ho potuto anche toccare con mano la realtà di alcuni centri per minori. In quell'occasione ho dovuto rilevare condizioni di accoglienza riservate ai minori stranieri non accompagnati gravemente al di sotto di ogni standard di decenza, sia per l'evidente assenza di ogni minima forma di servizi alla persona. 
Concludo dicendo che sento il dovere ineludibile di portare a compimento questo lavoro di inchiesta, anche nella convinzione che ciò sia utile per assicurare migliori condizioni di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati, le donne in stato di gravidanza o vittime di tratta, i soggetti affetti da patologie, ovvero tutti coloro che definiamo «soggetti vulnerabili». 
La ringrazio.