Grazie Presidente. Piccoli comuni e, ancora di più, aree interne e rurali, spopolamento e desertificazione di ampie porzioni del nostro territorio nazionale sono temi da sempre oggetto di attenzione accademica, convegnistica, seminariale e letteraria. Sono temi rispetto ai quali il legislatore, e più in generale il decisore pubblico, è intervenuto, invece, sino a qualche anno fa, in modo residuale e, nelle migliori delle circostanze, con una visione parziale e settoriale. Penso alla legislazione in materia di gestione associati, unioni e fusioni, come hanno detto i colleghi, che ha determinato condizioni nuove e anche discrete opportunità, per la definizione di nuove formule, modalità e spazi per lo sviluppo del governo locale, anche quello di piccole dimensioni.
L'attenzione è stata invece insufficiente se l'analisi si sposta sul modello di sviluppo alternativo, che nella dimensione piccolo comune si sarebbe dovuto incentivare, a cui, invece, eccetto rare esperienze nate e nella maggior parte dei casi anche concluse a livello locale, non si è mai dato corso. La disattenzione non si è tradotta tanto in una scarsa assegnazione di risorse, risorse che pure ci sono state, sebbene in modo frammentario ed episodico, bensì in una totale mancanza di visione e strategia. Tant’è che oggi l'Italia dei piccoli comuni, che si sovrappone perfettamente all'Italia del disagio abitativo e insediativo, risulta piuttosto estesa e caratterizzata da problematicità di grande impatto e rilievo.
Si tratta di 5.627 piccoli paesi, come si è già detto, di cui 4 mila inseriti in aree interne. Sono comuni, quelli delle aree interne, in particolare lontani dai centri di erogazione dei servizi e inseriti in territori con bassi livelli di dotazione infrastrutturale, nei quali a partire dagli anni Sessanta si sono presentati in maniera sempre più consistente fenomeni di emigrazione, non compensati da altrettanti fenomeni di immigrazione, fino ad arrivare allo spopolamento e alla desertificazione umana e produttiva attuali, che hanno modificato pesantemente le dinamiche di sviluppo degli stessi e insieme dei relativi contesti regionali, fino a produrre gli speculari fenomeni di oggi (alti livelli di antropizzazione nelle città e più in generale nelle zone costiere, contro desertificazione umana e produttiva nelle zone interne e rurali; alti indici di consumo del suolo nelle aree urbane contro l'abbandono del suolo, di quello agricolo in particolare, nelle aree interne) la cui interazione ha prodotto e produce oggi costanti e gravi fenomeni di dissesto idrogeologico e di degrado del patrimonio culturale e paesaggistico, nonché di mortificazione del capitale umano, che il nostro Paese non si può più permettere.
E non credo sia un caso, come dimostrano i dati del Ministero dell'interno, che nei territori interessati da fenomeni di spopolamento e disagio abitativo si verifichino in misura maggiore e sempre crescente fenomeni di criminalità e atti intimidatori contro le istituzioni e, in particolare, contro gli amministratori locali.
La legge di cui oggi discutiamo ha il merito di introdurre finalmente, dopo decenni di interventi slegati da una strategia complessiva, una visione di insieme, inclusiva e organica, e una piattaforma di politiche strutturali, capaci di innescare, se attuate e gestite con logica di sistema, effetti moltiplicatori e ricadute di lungo periodo. Non a caso l'articolo 3 del testo unificato istituisce il Fondo per lo sviluppo strutturale, economico e sociale dei piccoli comuni, con una denominazione che segnala il cambio di passo e di visione. E gli articoli che a questo seguono si concentrano, rispetto ai sistemi territoriali considerati, sulla valorizzazione dei fattori produttivi, sull'attenuazione dell'impatto negativo degli elementi di fragilità, sulla riorganizzazione dei servizi essenziali e delle relative modalità di fruizione, che incidono pesantemente sui principali diritti di cittadinanza (scuola, sanità, mobilità e accesso alla rete) e, quindi, sulla qualità di vita dei residenti.
Si tratta di fattori produttivi che possono innescare meccanismi di sviluppo virtuosi, dal recupero e dalla riqualificazione dei centri storici e del patrimonio architettonico pubblico e di quello abitativo privato anche in funzione turistica, a superamento del gap infrastrutturale e di servizi, sia in termini di miglioramento delle modalità di accesso ai territori e di riduzione delle distanze fisiche, sia in relazione alla possibilità di accesso effettivamente universale alla rete e alle connessioni veloci e ultraveloci, sebbene si risieda in aree cosiddette a fallimento di mercato, incrociando in tal senso la scelta di intervento del Governo e delle regioni, attraverso il Piano degli investimenti per la banda ultralarga nelle cosiddette aree bianche, in un contesto – questo è lo sforzo da compiere nel corso di questa nuova fase politica – di integrazione, complementarietà e sinergia tra differenti misure legislative e differenti livelli di programmazione e riorganizzazione istituzionale, investimento, attribuzione di risorse, siano esse ordinarie e/o aggiuntive. Penso, in particolare, alla strategia nazionale per le aree interne, ai piani di sviluppo rurale approvati dalle regioni italiane per il periodo di programmazione 2014-2020, alle politiche regionali e nazionali indirizzate alle aree crisi non industriali e a quelle previste nei documenti di bilancio annuali e pluriennali, alle politiche di riduzione dei costi dell'amministrazione pubblica e di riorganizzazione dei servizi, che, come ribadisce chiaramente la legge, non possono essere attuate sulla base esclusive di parametri numerici, senza considerare i contesti territoriali in cui vengono calate.
Rispetto ai contenuti del testo in esame, che ha l'ambizione di rimettere in gioco più della metà del territorio nazionale, vorrei soffermarmi su un aspetto che ritengo dirimente rispetto all'ambizione medesima e in funzione del quale ho presentato anche alcuni emendamenti al testo di legge e anche una proposta di legge specifica: decremento demografico e spopolamento. Il provvedimento in esame, in diversi passaggi e nella sua impostazione complessiva, assume l'impegno di contrastare lo spopolamento. D'altro canto, l'emorragia demografica, per molte comunità considerata inesorabile, rappresenta il segnale di debolezza più evidente e distruttivo del presente, ma anche del futuro dei piccoli comuni. Chi mai investirà o andrà a risiedere in un comune prossimo alla marginalizzazione e, talvolta, all'estinzione ?
Ritengo, allora, che il piano nazionale di cui all'articolo 3, che denominerei piano nazionale per la riqualificazione e il ripopolamento dei piccoli comuni, proprio a significare l'avvio di politiche attive finalizzate oltre a bloccare lo spopolamento, anche, appunto, ad attivare nuovi processi di ripopolamento, sarebbe opportuno contemplasse, fra gli interventi prioritari, anche specifici progetti di ripopolamento. La proposta di legge che oggi discutiamo e che, entro la fine di questa settimana licenzieremo e manderemo al Senato, rappresenta un tassello fondamentale, una cornice all'interno della ricucire il dramma di questo Paese, con politiche articolate e organizzate in modo da ricommettere oltre il 55 per cento del territorio nazionale con il resto del Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Discussione sulle linee generali
Data:
Lunedì, 26 Settembre, 2016
Nome:
Romina Mura