A.C. 2915
Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, in politica come nella vita ci sono momenti in cui bisogna rinunciare ad usare il pronome «io», occasioni in cui le differenze cadono, protagonismi e particolarismi lasciano spazio al bene comune e a una visione inclusiva e partecipativa.
Oggi stiamo vivendo uno di questi momenti e lo stiamo vivendo con l'esame di un provvedimento che riguarda tantissime realtà produttive, tanti agricoltori e lavoratori, ai quali noi intendiamo rivolgerci con serietà ed obiettività e liberi da qualsiasi condizionamento di parte o di partito, con il solo scopo di salvaguardare una rete composta da decine di migliaia di imprenditori, che, con le loro famiglie, tengono in piedi uno dei settori strategici della nostra economia. Un settore anticiclico, che si è opposto naturalmente alle dinamiche della grande recessione degli ultimi anni, confermandosi volano anticrisi. Parliamo di un comparto che è riuscito a creare nuovo lavoro e ricchezza ben distribuita, nel pieno di una congiuntura economica che non ha pari nella storia repubblicana. Il vento della recessione ha soffiato forte, ma le radici del settore primario hanno dimostrato di esserlo molto di più.
Secondo stime INEA, l'agricoltura ha prodotto nel 2013 qualcosa come 52,5 miliardi di euro di ricchezza. Nel 2014 l’exportdell'agroalimentare ha conquistato il secondo record storico di fila: dopo i 33,6 miliardi di euro del 2013 siamo passati a 34,3 miliardi di euro e ciò nonostante l'embargo russo. Nel 2013 i posti di lavoro riconducibili ad attività agricole sono aumentati di 150 mila unità, contribuendo su scala nazionale ad un aumento del 7,1 per cento dei livelli occupazionali. Le imprese agricole condotte da giovani con meno di 35 anni sono salite a 49.871: un aumento dell'1,5 per cento.
Ed ecco perché possiamo affermare con indubbia certezza che l'agricoltura ha concorso a salvare il Paese dal tracollo economico. A tale proposito ed entrando nel merito del provvedimento, voglio ricordare che l'introduzione dell'IMU sui terreni agricoli ha concorso alla copertura finanziaria del bonus di 80 euro per i redditi medio-bassi e che tale scelta mostra oggi i suoi effetti positivi sulla ripresa dell'occupazione e dell'attività produttiva del Paese. Anche chi, irriducibile, non ha mai smesso di criticare la misura in nome di un non meglio precisato benaltrismo non può oggi negare l'evidenza. Quel provvedimento ha innescato un processo di integrazione e di sviluppo economico. A giovarne è stato il sistema economico nazionale nel suo complesso, perché per far ripartire la domanda interna non c’è migliore strategia del sostenere il potere d'acquisto dei ceti medi e popolari. È lì che si concentra la più significativa propensione all'acquisto di beni e servizi, una realtà tanto più vera nelle aree disagiate e interne del nostro Mezzogiorno.
Signor Presidente, oggi siamo chiamati a compiere insieme un altro importante passo nella giusta direzione, a muoverci verso un obiettivo di equità e giustizia sociale che riconosca la necessità di redistribuire anche in agricoltura il carico dei sacrifici, alleggerendo le fasce medie e disagiate e non facendo pagare a coloro che lavorano la terra, ai coltivatori diretti e agli agricoltori. Ed è per questa ragione che riteniamo indispensabile un tavolo di concertazione tra il Governo e le parti interessate, fra queste gli agricoltori e le loro rappresentanze di categoria, da far seguire all'approvazione definitiva del decreto IMU, per arrivare con un successivo provvedimento a misure sempre più eque: metodo che abbiamo già sperimentato quando abbiamo cancellato l'IMU sui fabbricati rurali.
Il provvedimento all'esame di quest'Aula è comunque già stato migliorato. I nuovi criteri introdotti dal decreto ministeriale e dall'esame in Senato hanno ampliato il novero delle esenzioni, includendo, ad esempio, i terreni agricoli dei comuni ubicati a un'altitudine superiore a 600 metri e delle isole minori. Sulla base dei nuovi criteri, i comuni da considerarsi esenti aumenterebbero da 1.498 a 3.456. L'esenzione parziale coinvolgerebbe, inoltre, 665 comuni parzialmente montani. A questi si aggiungono altri 1.600 comuni della cosiddetta collina svantaggiata, su cui verrà applicata una franchigia di 200 euro: nel complesso, pertanto, 5.600 comuni. Il recupero di questa franchigia sta ad indicare che l'80 per cento delle aziende agricole in quei territori sarà esentato dal pagamento dell'IMU, ovvero che circa l'80 per cento ritorna al regime in vigore prima del 28 novembre 2014. Questa detrazione da sola già consente, per esempio, di tenere indenni dal tributo superfici agricole che vanno da 3,8 ettari di seminativo o 21 ettari di bosco o 3,7 ettari di prato irriguo o 3 ettari di vigneto in Piemonte, a 10 ettari di seminativo o 38 ettari di bosco o 11 ettari di seminativo o 2,3 ettari di frutteto o 8 ettari di vigneto o di uliveto nel Lazio, a 1,7 ettari di orto irriguo o 3,2 ettari di uliveto o 3 ettari di vigneto in Calabria. Sono dati eloquenti, che non ammettono ulteriori commenti.
Il nostro lavoro, però, non finisce qui; si riparte dai positivi risultati conseguiti al Senato per una rivisitazione dei criteri di esenzione che tenga conto della redditività dei terreni agricoli a partire dai comuni e che assicuri criteri di equità e di giustizia e che valorizzi il lavoro – ripeto: il lavoro – di chi coltiva la terra. Non una patrimoniale tout court, ma una valorizzazione dell'agricoltura attiva e produttiva, una premialità a chi vive del lavoro della terra, a chi contribuisce con i fatti ad evitare lo spopolamento dei comuni di montagna o di collina svantaggiata. L'esenzione dell'IMU, così come prevista, è un vero strumento per preservare la tipicità, la cultura e la tradizione delle nostre colture agricole, oggi caratterizzate da tante aziende a conduzione familiare e da agricoltori che spesso ereditano piccoli appezzamenti di terreno destinati a diventare sempre più piccoli. Insomma, un modo per difendere e tutelare la tipicità del nostro territorio.
Poi, ad onor del vero (e questo lo ammetto), nel provvedimento ci sono delle incoerenze, come quella, per esempio, che l'IMU non si paga su terreni montani o collinari coltivati con produzioni agricole pregiate in grado di assicurare buoni redditi e si paga, invece, su terreni con colture poco redditizie solo perché collocate sotto una certa altitudine. Diverse, poi, le aree interne non esentate: zone isolate ed economicamente depresse, collocate specialmente nel Mezzogiorno, ma non solo, che andrebbero maggiormente sostenute. Contraddizioni che vanno sanate con atti lungimiranti e coesivi, coinvolgendo gli attori sociali nel processo decisionale. Per questo, subito dopo l'approvazione del provvedimento, dobbiamo aprire un cantiere comune, stabilendo obiettivi chiari e condivisi, e dare fiducia a un metodo di lavoro che richiama tutti alla responsabilità. Partiamo da una buona base, che è costituita dai contenuti del parere votato in Commissione agricoltura che prevede alcuni importanti elementi. Anzitutto, va verificata l'applicazione delle esenzioni introdotte per i terreni svantaggiati, al fine di prevedere, con un successivo provvedimento, una revisione dei criteri di esenzione dall'IMU che si adatti alla reale situazione dei terreni agricoli e assicuri la coerenza della misura dell'imposta con la reale capacità contributiva della realtà produttiva. Vanno, poi, valutati interventi per quei comuni con caratteristiche non uniformi, che presentano al loro interno zone svantaggiate, a cui va riconosciuto un regime agevolato. Come va considerata la necessità di includere nel novero delle esenzioni e delle detrazioni anche le aree protette e i siti di interesse comunitario.
Altro asse su cui lavorare è quello della differenziazione tra il gettito accertato e riscosso e il gettito previsto, con l'introduzione di compensazioni per i comuni che abbiano provveduto per tempo a tutti gli adempimenti. Fondamentale, poi, il riconoscimento dei regimi agevolati per i tanti agricoltori che hanno subito danni da gravi fitopatie che quest'anno stanno compromettendo intere colture agricole. Il pensiero va subito, naturalmente, agli agricoltori della Puglia, colpiti dal batterio della Xylella fastidiosa, ma anche a tante altre piaghe quali la tristezza degli agrumi, il cinipide del castagno, la diabrotica, la mosca del ciliegio e la mosca dell'ulivo. Per gli agricoltori colpiti da queste calamità e da eventi atmosferici per i quali sia stato dichiarato lo stato di emergenza devono avere riconosciute deroghe specifiche, con la sospensione degli adempimenti fiscali, tributari, contributivi e dei premi assicurativi e la successiva attivazione di strumenti di rateizzazione a tasso zero.
Va infine recuperata per il comparto primario l'applicazione delle agevolazioni RAP abrogate dal provvedimento in esame ai fini della copertura finanziaria.
È da questi elementi che dobbiamo ripartire. Tutto questo va fatto mettendo insieme le rappresentanze sociali, il mondo del lavoro, le associazioni datoriali e quelle bancarie. Tutte realtà che hanno dimostrato in questi anni grande responsabilità. Va dato loro ascolto, va concepito uno spazio di lavoro comune. Non c’è via migliore per redistribuire il carico dei sacrifici secondo il principio che chi ha di più deve contribuire di più. Per sostenere, come abbiamo fatto con il decreto sul bonus degli 80 euro, il reddito dei ceti più esposti agli effetti della crisi e, con esso, i consumi di un Paese che riparte nell’export, ma continua a soffrire nel mercato interno. È una sfida, Presidente, che ora dobbiamo raccogliere insieme ed è per questo che il Partito Democratico è pienamente impegnato a sostenere il provvedimento e a riaprire la possibilità di un tavolo di concertazione che aiuti l'agricoltura a riemergere nuovamente e ad essere più forte (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).