Discussione generale
Data: 
Martedì, 13 Gennaio, 2026
Nome: 
Alberto Pandolfo

A.C. 2758

 

Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, questo Paese e il vostro Governo si tengono in piedi da tre anni, nei fondamenti dell'economia, grazie al PNRR e a quelle risorse europee che voi non volevate, che non avete sostenuto e votato e che, solo grazie all'impegno del Partito Democratico e dei suoi alleati in Europa, si sono ottenute per l'Italia.

Nonostante questo, l'economia ancora non riesce a rispondere ai problemi del Paese: gli italiani non arrivano alla fine del mese, i costi sono aumentati, gli stipendi reali sono diminuiti e voi vi occupate di tutto, tranne che di questo. Il credito d'imposta, nello specifico di Transizione 5.0, è noto come pilastro del PNRR, noto perché aveva, ha una portata di 6,3 miliardi di risorse e un orizzonte temporale di oltre 2 miliardi. È una misura strategica, presentata come occasione storica per accelerare la trasformazione digitale ed energetica delle imprese.

La realtà, però, è ben diversa. Il decreto attuativo è arrivato solo nell'agosto del 2024, con una disciplina della misura complessa e frammentata, che ha poi alimentato nelle imprese incertezza, anziché fiducia. Quando finalmente, nel 2025, la misura ha potuto giovarsi delle semplificazioni previste dalla legge di bilancio, è arrivato il decreto ministeriale del MIMIT, il 7 novembre, che ha ridotto le risorse e così quell'importante pilastro da 6,3 miliardi è scivolato a 2,5 miliardi ed è stato chiuso anticipatamente, quindi, senza considerare anche il ritmo delle prenotazioni che stava finalmente accelerando. Questo stop improvviso ha penalizzato pesantemente le imprese che avevano programmato e stavano realizzando gli investimenti sulla base delle regole stabilite originariamente.

Dopo la pubblicazione di quel decreto ministeriale, le associazioni imprenditoriali hanno chiesto a gran voce il ripristino delle risorse inizialmente stanziate o almeno il rifinanziamento della misura e la riapertura ordinaria dei termini. Con il decreto n. 175 del 2025, però, queste richieste sono state del tutto ignorate e si è consumato un vero e proprio disastro definitivo, che ha sancito la chiusura dell'agevolazione, fissando al 27 novembre il termine ultimo delle presentazioni e, quindi, di fatto, 6 giorni per adempiere ad obblighi complessi senza alcuna garanzia di ottenere il credito.

Nel frattempo, per il nostro Paese i problemi più urgenti sono rimasti sul piatto: il costo dell'energia, la difficoltà normativa, la difficoltà di avanzare nella realizzazione degli impianti da energia rinnovabile. Tutte queste difficoltà, che talvolta vengono, al massimo, elencate, non sono risolte dal decreto-legge in esame. Oggi, dunque, ci occupiamo di un provvedimento che, almeno nelle intenzioni che erano state manifestate dal Governo, avrebbe dovuto segnare una svolta strategica per il futuro produttivo, energetico, industriale del nostro Paese; un provvedimento che, però, è incapace di incidere davvero sulle trasformazioni profonde di cui l'Italia ha bisogno, in un contesto industriale che, da 32 mesi su 37, ha fatto segnare un calo della produzione. Ci saremmo aspettati, invece, un provvedimento che, incrociando la legge di bilancio, andasse ad interessare e a risolvere alcune delle grandi questioni che ho elencato.

Iniziamo da Transizione 5.0, che doveva essere un volano per la politica industriale italiana, con incentivi per l'innovazione, la digitalizzazione, l'efficientamento energetico, l'uso delle nuove tecnologie e, dunque, anche la sostenibilità ambientale dei processi produttivi. Tuttavia le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, hanno denunciato un sistema che davvero era farraginoso - come ho già detto - e incerto, e ha scoraggiato proprio chi avrebbe potuto e avrebbe avuto più bisogno di essere accompagnato nella transizione. Anche su questo specifico settore, si denota così l'assenza di una visione e di una politica industriale di lungo periodo, che manca a questo Governo.

Gli incentivi vengono distribuiti, ma non hanno una strategia chiara e settoriale. Avevamo una grande opportunità, Presidente, quella delle comunità energetiche rinnovabili: il Governo aveva annunciato che le avrebbe incentivate e sostenute, invece parlano chiari i tagli ai fondi PNRR per le comunità stesse, con una drastica riduzione del 64 per cento, passati da 2,2 miliardi a 795 milioni. Allo stesso modo, appare eloquente il fatto che, per rispettare gli obiettivi delle rinnovabili al 2030, dobbiamo raggiungere 11 gigawatt e, a settembre del 2025, ne sono stati installati solo 4,5. Non esiste, dunque, una transizione giusta se non si accompagna a chi lavora, se non si investe sulle competenze, se non si garantisce che l'innovazione non produca nuove diseguaglianze.

Purtroppo si sta consumando un'occasione mancata anche sulle aree idonee. Come è noto, siamo convintamente a favore dello sviluppo delle energie rinnovabili. Noi, sì, crediamo che l'Italia debba raggiungere gli obiettivi di produzione energetica necessari all'autonomia del Paese per ridurre la dipendenza energetica, abbassare i costi delle famiglie e delle imprese, contrastare la crisi climatica. Abbiamo provato a dirlo nel Paese, in Parlamento, ancora stamattina nella seduta della Commissione, a farlo capire al Governo che, invece, ha dimostrato e dimostra ogni giorno di avere un'altra idea, ignorando quelle che sono anche le nostre proposte.

Dalla maggioranza abbiamo sentito dire che era un grande problema riuscire a mettere insieme quell'equilibrio tra la richiesta di realizzazione dei nuovi impianti e la necessità di salvaguardare il nostro territorio. Questo equilibrio andava trovato o, perlomeno, bisognava iniziare a trovarlo con questa azione di decreto e, invece, voi avete fatto esattamente il contrario: avete aumentato la complessità e non avete sciolto quei nodi che il mondo che sta fuori di qua ha denunciato. Servirebbe un grande piano, e naturalmente il relativo investimento, sulle rinnovabili, per portare il Paese al passo con i partner europei, agendo sui costi dell'energia - come ha fatto la Spagna - e ritrovando indipendenza e forza in uno scenario internazionale che, purtroppo, è sempre più compromesso anche in termini di sovranità energetica.

Proprio perché prendiamo sul serio questi obiettivi, diciamo che il tema delle aree idonee non è una questione tecnica, ma è una questione democratica e territoriale. L'Italia è un Paese unico per complessità paesaggistica, storica, ambientale, soprattutto nelle aree interne, che non possono diventare la terra di conquista di grandi impianti, con decisioni prese lontano dai territori. Anzitutto, serve rispettare chi governa il territorio e il PD ha proposto un criterio molto semplice, quello della premialità: invece di dover obbligare i comuni e le regioni a raggiungere degli obiettivi a volte non perseguibili per la conformazione geografica, per la storia, per l'insediamento storico di quei territori, vi abbiamo detto di provare ad introdurre delle norme incentivanti e delle premialità.

Noi abbiamo un modello chiaro da questo punto di vista, che abbiamo proposto: forte sostegno alle rinnovabili, programmazione energetica dal basso, coordinata a livello nazionale e costruita sui territori, con degli obiettivi chiari da raggiungere e una responsabilità condivisa nel raggiungimento di quegli obiettivi. Se l'Italia deve crescere nella produzione da rinnovabili, allora ogni territorio deve fare la propria parte, nella parte che gli è dovuta, anche introducendo premialità per i territori che contribuiscono di più in termini di risorse, investimenti, servizi e ricadute economiche locali. Allo stesso modo, servono dei meccanismi correttivi per quei territori che, senza motivazioni oggettive, si sottraggono al contributo necessario.

Non può esistere una transizione energetica in cui alcuni territori producono energia per tutti, subendo impatti ambientali e sociali mentre altri ne beneficiano senza assumersi oneri e responsabilità. Ecco, la transizione energetica è sostenibile se condivisa oppure genera conflitti, opposizioni, ritardi e tutto questo non ce lo possiamo assolutamente permettere.

L'opportunità era quella di rafforzare la competitività del nostro Paese, ma con questo provvedimento non avremo regole chiare sulle aree idonee, avremo un minore investimento di tutti coloro che vogliono produrre impianti fotovoltaici o eolici, non avremo regole chiare sull'agrivoltaico; infine, non avremo incentivi alle imprese. Ecco, noi siamo per una transizione verde per una transizione che porti e che guardi alle energie rinnovabili. Diciamo sì all'autonomia energetica, ma ci domandiamo: qual è la vostra politica energetica? Qual è la vostra politica industriale? Purtroppo, non lo sappiamo.