Discussione generale
Data: 
Martedì, 13 Gennaio, 2026
Nome: 
Stefano Vaccari

A.C. 2758

Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, non è un caso che arrivi in Parlamento un provvedimento come questo. La transizione ecologica è considerata da sempre un fastidio per il Governo e al Governo mancano strategia e visione per pensare e realizzare seriamente un nuovo modello di sviluppo che lasci alle spalle, in maniera definitiva, l'era dei combustibili fossili e che punti, senza indugi alla produzione di energia da fonti rinnovabili; fonti pulite e sostenibili che ci consentiranno, non solo di contrastare i mutamenti climatici e rispettare gli obiettivi per la riduzione dei gas serra in atmosfera, ma anche di puntare ad una crescita di qualità giusta che garantisca un futuro sano e di giustizia sociale. E, invece, come si procede? Con un'operazione centralizzata per imporre sul territorio soluzioni e misure in tema energetico. Un atto d'imperio che produrrà contenziosi, ricorsi e proteste. Come si può pensare di consentire l'installazione di impianti senza che tale necessità sia il frutto anche di una decisione territoriale? Senza che l'impatto sia pagato da chi subisce la decisione? Sia ben chiaro, per quanto ci riguarda siamo dalla parte delle energie rinnovabili, lo siamo sempre stati e, sia ben chiaro che noi, a differenza di voi, vorremmo che dalle energie rinnovabili arrivasse piena autosufficienza per le esigenze del Paese e non solo nei picchi d'estate. Senza dover continuare a dipendere dal petrolio, dalle importazioni di gas, peraltro in un quadro di instabilità, dovuto ai conflitti in corso che hanno determinato forti rincari e hanno messo in difficoltà famiglie ed imprese e a cui si aggiungono i vostri aumenti delle accise sui carburanti.

Così non si va da nessuna parte, se non a rispondere agli interessi dei grandi player energetici del settore, quasi tutti non italiani, che presenteranno progetti fatti a tavolino su Google map per produrre nuove occupazioni di territorio, la cui salvaguardia è stata volutamente alleggerita, visto che il parere paesaggistico per le aree idonee resta obbligatorio, ma non è più vincolante. Sembra che non si conosca la storia del nostro Paese e la complessità dei suoi territori, con le diversità dal punto di vista storico, paesaggistico, naturalistico, orografico, a cominciare dalle aree interne. Non possono diventare questi territori terra di conquista dei grandi interessi e tanto meno pregiudicare, con l'attività agricola che garantisce presidio, insediamento, economia sostenibile, produzioni di eccellenza, quel made in Italy tanto invocato da questo Governo, che poi diventa solo una spilla da appendere al petto, visto che ci vogliono imporre impianti con percentuali certe di occupazione di territorio.

Ai sindaci e agli amministratori locali vengono riservati solo compiti di controllo su decisioni prese altrove. Noi pensiamo, di contro, che la transizione energetica si costruisca partendo dalle volontà espresse da quegli amministratori che conoscono la peculiarità dei loro territori, le esigenze e le aspettative non possono essere piegate alle scelte fatte in sede nazionali o internazionali sopra la loro testa e dei loro cittadini. Il decreto, che avrebbe dovuto fornire criteri chiari ed omogenei per l'installazione di impianti fotovoltaici ed agrivoltaici, in realtà, presenta maglie così larghe, in alcuni passaggi, che lascia le porte aperte ad interpretazioni estensive e che mal si conciliano con l'esigenza di tutelare i nostri territori, in particolare il suolo agricolo, la produttività, la qualità delle coltivazioni, salvaguardando nella produzione agroalimentare il lavoro delle imprese agricole.

La transizione ecologica non significa solo incremento delle rinnovabili, dove risulta possibile, le aree urbane, i tetti dei capannoni, le aree non produttive marginali, ma anche la tutela dei nostri paesaggi e della biodiversità e la salvaguardia del lavoro agricolo.

Noi abbiamo tutto l'interesse che le nostre imprese agricole continuino a garantire il presidio del territorio, anche e soprattutto delle aree interne. Abbiamo bisogno di favorire quelle produzioni di qualità che sono considerate eccellenze in tutto il mondo e - diciamolo chiaramente però - non è vero che l'agrivoltaico sia ad impatto zero; ci sono delle sperimentazioni in corso che daranno risultato solo più avanti e si prevede, però, che l'installazione degli impianti sia sempre consentita anche nelle zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti. Normalmente, l'installazione di impianti fotovoltaici con moduli collegati a terra nelle zone agricole è consentita solo in aree specifiche già identificate e sembrerebbe tutto bene, ma poi si prevede che l'installazione dell'impianto avvenga attraverso l'impiego di moduli collocati in posizione adeguatamente elevata da terra. Ma cosa significa adeguatamente elevata da terra? Chi lo stabilisce qual è la misura? Fino ad ora, le linee guida prevedevano 1,3 metri nel caso di attività zootecniche e 2,1 metri nel caso di attività colturale; ed ora, con il decreto, cosa succederà? Il bestiame considerato, da chi è interessato al business, sarà solo quello avicolo, così da prevedere una manciata di centimetri da terra? E, per le coltivazioni, si ricorrerà all'utilizzo soltanto della coltivazione di erba medica? E, ancora, quanto incideranno quei pannelli posti in zone di pregio naturalistico sul tema della biodiversità? L'impatto non è zero, come si vorrebbe far credere; intorno e sotto a quei pannelli, il risultato sarà la perdita e la frammentazione di habitat, degli spazi di movimento per la fauna selvatica, così come, al di sotto dei pannelli, si produrranno alterazioni al suolo, all'acqua, al microclima e alla vegetazione.

Ci sono condizioni per raggiungere gli obiettivi legati anche all'attuazione del PNRR senza ricorrere a scorciatoie e furbizie che non garantiscono, di certo, gli agricoltori e le nostre comunità. Ripeto, noi siamo per raggiungere gli obiettivi, anche superarli, delle rinnovabili, nella logica della totale autoproduzione di energia del nostro Paese, ma la via maestra avrebbe dovuto essere quella di non consumare suolo o non penalizzare la produzione agricola e la qualità dei paesaggi.

Altro esempio. Il decreto prevede i cosiddetti limiti sulla superficie agricola utilizzata. Le aree agricole qualificabili come idonee a livello regionale non possono essere inferiori allo 0,8 né superiori al 3 per cento della SAU. Ma ci si rende conto quanto territorio corrisponde al 3 per cento? Una enormità, in alcune realtà, che può cambiare radicalmente le caratteristiche agricole e ambientali di quelle aree. Se poi combiniamo il 3 per cento con l'indefinito e discrezionale criterio del pannello sollevato da terra, il gioco è fatto. Il decreto prevede che siano considerate aree idonee per l'installazione di impianti, le aree classificate agricole racchiuse in un perimetro in cui distino non più di 350 metri da uno stabilimento industriale e 500 metri per il biometano e le aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a 300 metri. Oggi, quelle fasce sono, in alcune regioni, interessate dalla coltivazione di colture necessarie alla produzione di prodotti di eccellenza. Penso, per esempio, al Parmigiano Reggiano nella mia regione. Ecco, si dice che viene introdotta una definizione più stringente, si parla di continuità culturale, si stabilisce la soglia dell'80 per cento. Noi vi avevamo posto, come ha detto il mio collega, una logica invece premiale. Perché l'80 per cento della produzione lorda vendibile non è una garanzia strutturale di tutela agricola ma è un indicatore fragile, variabile che non misura la qualità del lavoro agricolo, la durata della produzione e la tenuta delle aziende nel medio periodo, il modello agricolo che stiamo incentivando. Il rischio è evidente, ossia che l'agricoltura diventi una condizione accessoria per produrre energia e non il contrario e questo non è un dettaglio tecnico, è una scelta di modello di sviluppo che noi non condividiamo. Per questa ragione, con il voto esprimeremo la nostra contrarietà non alle rinnovabili ma al maldestro ed inadeguato modo con le quali il Governo intende procedere.