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Grazie, signora Presidente. Onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, un grande economista del secolo scorso, John Keynes, disse: «Gli imprenditori sono mossi da spiriti animali». In effetti, è l'istinto che li guida, la voglia di fare, di misurarsi con gli altri, di produrre. La spinta che li anima, però, non è univoca: c’è sì il desiderio di benessere e di profitto, ma anche dell'affermazione di sé e la stessa componente innovativa e creativa caratterizza colui che è il primo attore sulla scena dell'impresa. E c’è anche la volontà di contribuire allo sviluppo sociale ed economico della propria comunità, della comunità intera.
Qualche giorno fa, il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha scritto una lettera a Il Corriere della Sera, invocando un maggior equilibrio tra regole della giustizia e leggi dell'impresa. Credo che un Governo che ha a cuore il rilancio economico del Paese, un partito di centrosinistra che ha promosso il Jobs Act, una riforma che vale 150 mila posti di lavoro nei suoi soli primi 5 mesi di vita e che ha arrestato quel male del nostro tempo, che è la precarietà, con il contratto a tutele crescenti, un PD che ha iniziato ad abbassare le tasse con la legge di stabilità e che, per la prima volta, propone una rivoluzione fiscale vera, che vale 50 miliardi di euro in 5 anni, non può sottrarsi a questa richiesta, perché è una visione che sentiamo nostra, tutta nostra.
Questa è la nostra sfida. Diceva Enrico Berlinguer: «Se vuoi la pace, prepara la pace». Ecco, io credo che i muri che ancora rendono distanti e spesso pongono in conflitto le categorie sociali, quell'immagine stereotipata che vuole il padrone nemico del bene pubblico e il lavoratore vittima del sistema, vadano abbattuti e cancellati. Stiamo tutti dalla stessa parte, la crisi ci ha messo tutti dalla stessa parte: oggi imprenditori e lavoratori hanno un destino comune. Al posto di queste barriere, occorre creare un clima favorevole al progresso e al benessere del Paese: è compito della politica fare le migliori regole che consentano a chi produce lavoro di vedersi semplificata la vita. È quello che abbiamo fatto con il lavoro in Commissione giustizia sul «decreto fallimenti», un decreto importante ed equilibrato che ora va approvato in fretta per un motivo molto semplice: l'economia non ha i tempi della politica, troppo grande è stata la moria di aziende ed ora che la ripresa si affaccia è il momento di spingere sull'acceleratore. Proprio perché non siamo quelli che si accontentano degli zero virgola di PIL, ma vogliamo un'Italia che torni a correre, diciamo che non c’è tempo da perdere, che abbiamo l'urgenza di provvedere. Questo decreto è uno strumento che in poche parole dà fiato alle imprese e intende liberarle dalla burocrazia, operando un primo intervento di bilanciamento di interessi tra due mondi spesso in conflitto: la giustizia e l'impresa. Anche attraverso questo provvedimento, infatti, l'Italia si affaccia sul suo futuro: quello di un Paese finalmente moderno, dove l'attività d'impresa è sostenuta e il lavoro tutelato, ben coscienti che se non c’è impresa, non c’è lavoro. Abbiamo migliorato la legge fallimentare, consentendo facilitazioni per l'accesso al credito da parte dell'impresa che abbia chiesto il concordato preventivo, sbloccando così i crediti incagliati e riattivando il flusso di risorse alle imprese. Sappiamo bene come oggi i procedimenti fallimentari siano letali per le piccole imprese, ed è per questo motivo che crediamo in un intervento che darà un concreto sostegno alle piccole società in crisi.
L'altra parte importante del decreto è l'insieme degli interventi per rendere più efficiente il processo civile, che oggi, nonostante i miglioramenti fatti – voglio ricordare che è stata la stessa Bankitalia a rilevare che la riforma della giustizia vale a regime un punto di PIL – ancora non ha gli standard che desideriamo. E qui voglio soffermarmi sulle critiche dell'opposizione: come si fa a non capire che se la giustizia diventa più efficiente la vitalità del nostro tessuto produttivo ne ha tutto da guadagnare ? Alle imprese, così come agli investitori, compresi quelli esteri che vogliamo tornare ad attrarre, occorre una giustizia certa e rapida. Non possiamo continuare ad essere percepiti come il Paese dove è impossibile fare investimenti a causa della burocrazia e dell'ingolfamento cronico dei nostri tribunali. Bisogna avere il coraggio e la responsabilità di cambiare, e dobbiamo farlo ora, guardando anche a ciò che sta accadendo in altri Paesi europei. Il nostro Paese deve ingranare con decisione la marcia della ripresa. In questo senso va il percorso delle riforme intrapreso dal Governo e il prossimo taglio delle tasse. Tornando alla giustizia civile, siamo intervenuti su alcuni nodi del processo esecutivo, rendendolo più efficiente e rapido. Abbiamo investito, proprio come farebbe un'azienda in crisi per rilanciarsi, stanziando risorse per la organizzazione del sistema giudiziario, che cammina sulle gambe dei suoi operatori: 45 milioni di euro per il completamento del processo civile telematico; 2.000 trasferimenti dall'amministrazione delle province a quella della giustizia; 8 milioni di euro per i tirocinanti della giustizia e 25 milioni per la riqualificazione del personale. Ma non ci fermiamo qui: c’è il capitolo della formazione, di cruciale importanza per una giustizia moderna, calata nel contemporaneo. Occorre, ad esempio, creare una sensibilità economica anche nei giudici e, come ha sostenuto il Ministro Orlando, puntare sulla loro specializzazione.
Infine l'Ilva, per cui si è reso necessario intervenire a fronte del solito immobilismo, che è il principale vizio di chi ha governato in questo Paese e che è il desiderio di qualche forza politica di opposizione. Senza Ilva non c’è bonifica, senza lavoro e senza bonifica non ci sarà benessere per Taranto e per l'Italia.
Noi non siamo il partito che propone di scegliere tra il diritto al lavoro e quello alla salute, perché crediamo che siano entrambi diritti inalienabili, perché devono essere entrambi tutelati. Ecco perché è importante che l'Ilva viva: per garantire salute e lavoro ai cittadini di Taranto e perché non vogliamo rinunciare a un polo industriale importante e strategico per il sud, per il nostro Paese e per l'Europa. Cari colleghi dell'opposizione, in questi mesi vi abbiamo sentito inveire, ad esempio, contro l'Expo, distruggere con le vostre parole il lavoro e l'investimento di un Paese che ha l'occasione di diventare vetrina mondiale. Sarebbe stato, a vostro dire, uno dei più grandi fallimenti italiani; invece, è un successo oltre ogni previsione.
La sfida l'abbiamo vinta, e questo perché il nostro atteggiamento di fonte a decisioni complesse non è disfattista, ma costruttivo. Il Paese ha bisogno di soluzioni, non di narratori di problemi, non di professionisti del disfattismo. E, mentre voi vorreste, oggi, mandare a casa i lavoratori dell'Ilva, opponendovi a questo decreto, noi oggi stiamo risolvendo un'altra crisi aziendale, quella della Whirlpool, grazie a un accordo che in queste ore si sta firmando a Palazzo Chigi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Ed è con questo spirito costruttivo che stiamo cercando di cambiare il volto del Paese, riforma dopo riforma, con la nostra responsabilità ed il nostro coraggio; ed è per questo, signora Presidente, che preannunzio il voto favorevole e convinto del gruppo del Partito Democratico.