A.C. 2228
Grazie, signor Presidente. Colleghe e colleghi, rappresentante del Governo, oggi discutiamo una proposta di legge che nasce da un fatto politico rilevante: tutte le forze di opposizione hanno scelto di lavorare insieme su un punto che riguarda il Paese intero, non una parte. Lo hanno fatto con un obiettivo chiaro: rafforzare l'indennità di maternità e introdurre un congedo realmente paritario per il padre per ridistribuire il lavoro di cura, sostenere l'occupazione femminile e dare alle famiglie più libertà di scelta.
È una norma importante non contro qualcuno, ma per qualcuno, per la dignità delle madri, per la responsabilità dei padri, per i diritti dei bambini e delle bambine e per la giustizia tra generazioni. In questi anni abbiamo spesso ascoltato parlare di famiglia e natalità. Bene, anche per me famiglie e natalità sono temi centrali da affrontare senza cinismo e senza propaganda. Ma proprio perché sono temi seri, dobbiamo essere conseguenti: non basta dichiararsi per la famiglia, se poi si evitano o si rinviano le misure che rendono davvero possibile costruire una famiglia, specialmente per chi non è ricco, per chi ha lavori precari, per chi vive nelle aree interne e per chi non ha reti di supporto.
Papa Francesco pochi anni fa ha descritto con parole durissime la condizione di molte donne, le cito: “(…) le donne sono schiave di questa regola del lavoro selettivo, che impedisce loro pure la maternità” e ha aggiunto che servono “politiche lungimiranti” e che occorre affrontare “il problema insieme, senza steccati ideologici”. Questa frase interroga tutti perché parla di una realtà concreta: troppe donne in Italia vivono ancora un ricatto, spesso non dichiarato ma reale: scegliere tra lavoro e figli. Questo ricatto ha conseguenze enormi sulla natalità, sull'occupazione femminile, sulla povertà delle famiglie e sulla qualità della vita dei bambini.
La crisi demografica non è un fatto naturale, è un termometro sociale, è un termometro che misura fiducia, stabilità e prospettive. Secondo l'Istat nel 2024 in Italia le nascite sono scese sotto le 370.000 persone e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18. Partiamo dai numeri e dalla realtà, non dalle intenzioni. Oggi le madri utilizzano il congedo parentale molto più dei padri, soprattutto nel primo anno di vita. Anche il congedo di paternità obbligatorio, pur essendoci segnali di crescita, resta un problema evidente: l'utilizzo non è universale e mostra disparità territoriali e sociali.
Questo ci dice una cosa chiara: quando i diritti sono deboli, quando sono brevi, quando non sono culturalmente e organizzativamente sostenuti, diventano diritti solo sulla carta, oppure diventano diritti per alcuni e non per tutti. Così non si costruisce né natalità, né uguaglianza.
C'è un costo che spesso non compare nei comunicati: la penalizzazione che molte donne subiscono nella carriera e nel reddito quando diventano madri e la conseguente vulnerabilità economica delle famiglie. Se la cura resta di fatto femminile, allora per molte coppie la decisione razionale diventa che si assenta chi guadagna meno e troppo spesso chi guadagna meno è la donna, proprio perché il mercato del lavoro l'ha già penalizzata. È un circolo vizioso: disuguaglianza che produce altra disuguaglianza.
La proposta di legge compie due scelte di civiltà. La prima è l'indennità di maternità al 100 per cento. Oggi, in generale, l'indennità di maternità è pari all'80 per cento della retribuzione. Portarla al 100 per cento significa riconoscere che la maternità non può essere trattata come una riduzione di reddito fisiologica, quasi fosse un costo privato da scaricare sulla donna e sulla famiglia. È una scelta anche contro la povertà e per la dignità. Se la natalità è in crisi e i giovani rimandano, ogni taglio di reddito nel momento della nascita pesa come un macigno sulle rate, sugli affitti e sulle spese essenziali.
La seconda è il congedo paritario per il padre. La proposta introduce un congedo di paternità strutturale, portandolo a 5 mesi, con una quota obbligatoria significativa e con una previsione precisa: una parte deve essere fruita subito dopo la nascita insieme alla madre. Questa è la chiave, non una misura simbolica, ma una leva concreta per cambiare davvero le cose. Se vogliamo che la maternità non diventi un fattore di penalizzazione nel lavoro, se vogliamo che i padri siano presenti non quando possono, ma come parte strutturale della cura e se vogliamo che le aziende non considerino la genitorialità una questione femminile, allora serve un meccanismo che renda la cura un fatto condiviso.
Qui c'è un punto decisivo: un congedo del padre lungo e non solo facoltativo cambia anche la cultura del lavoro. Se lasciamo tutto alla buona volontà, i diritti diventano più fragili proprio per chi ne ha più bisogno. L'obbligatorietà non serve a punire, ma serve a normalizzare la presenza dei padri nei primi mesi, rendendo la genitorialità una dimensione ordinaria del ciclo di vita lavorativo di donne e uomini.
In Commissione, purtroppo, la maggioranza si è mostrata sfuggente.
Qui viene una parte politica essenziale che non è polemica, ma è un dato. Colleghe e colleghi di maggioranza, non potete dire che è un tema che vi sta a cuore e poi essere sfuggenti quando arrivano proposte che mettono risorse, tempi e diritto sul tavolo. Proponete di cambiarlo, proponete di modificarlo, non di affossarlo, non di scansarlo! Perché questa è la verità: parlare di natalità senza agire sul lavoro, sul reddito, sui servizi e sui tempi di vita significa fare propaganda. La propaganda sulla famiglia non fa nascere i bambini, non tutela le madri, non libera i padri, non aiuta le imprese a organizzarsi meglio. Servono misure concrete e questa legge lo è.
La natalità non si ordina, si accompagna. Di fronte ai numeri che vediamo precipitare, la risposta non può essere una narrazione colpevolizzante. Non si può scaricare la responsabilità sui giovani e sulle donne come se mancasse buona volontà. Quando la fecondità è ai minimi storici, la politica ha il dovere di chiedersi quali condizioni stiamo creando, quali tutele, quale sicurezza economica, quale sistema di welfare per l'infanzia. Qui sta la contraddizione: si parla di famiglia come simbolo, ma una politica della famiglia deve essere prima di tutto politica del lavoro, dei servizi, della casa e del tempo.
Qui c'è un equivoco diffuso, ossia che basti un bonus, un incentivo, una misura episodica. Le famiglie, invece, chiedono soprattutto tempo e sicurezza, sapere che nei primi mesi non sarai lasciato solo, sapere che non perderai il reddito, sapere che non pagherai la genitorialità con un arretramento professionale. Per questo il congedo paritario del padre è anche una misura per la natalità, perché rende più sostenibile il primo passo e rende più sostenibile anche il secondo figlio. Quando un Paese rende più facile avere un figlio senza perdere reddito e senza perdere lavoro, fa una cosa molto concreta: riduce la paura. Denatalità e disuguaglianze territoriali non possono essere ignorate.
Se non rendiamo i diritti esigibili e universali, rischiamo di avere due Italie: una dove la genitorialità è più protetta e una dove è più fragile. La natalità si rialza non creando disuguaglianze, si rialza costruendo coesione. Concludo, signor Presidente. Questa proposta di legge ci mette davanti a un bivio. Possiamo scegliere una strada comoda e continuare con piccoli interventi frammentati, annunciati e poi rinviati oppure scegliere la strada utile, ossia rafforzare davvero le tutele e la cura, renderla più equa e condivisa e dare alle famiglie un messaggio chiaro: lo Stato non vi lascia soli.
Ecco perché noi, come opposizione, tutti insieme abbiamo sostenuto convintamente questa proposta e per questo chiediamo alla maggioranza una cosa semplice: non scappate, non fate finta di essere d'accordo in linea di principio e poi disinnescate tutti i passaggi concreti che possono portare alla realizzazione. Lo dico senza spirito di contrapposizione, ma con una nettezza chiara. Quando si parla di famiglia, bisogna adottare politiche serie per la famiglia e lo possiamo fare anche insieme. Le politiche per la famiglia sono quelle che rendono una società più giusta, più libero il lavoro, più dignitosa la maternità e più responsabile la paternità