Discussione sulle linee generali
Data: 
Mercoledì, 27 Gennaio, 2016
Nome: 
Giorgio Zanin

A.C. 3224 ed abbinata

Presidente, rappresentante del Governo, colleghi, anche se rubo qualche minuto per allargare un po’ lo spettro della nostra riflessione, oggi è una giornata anche particolarmente importante e significativa perché la memoria recente del Friuli-Venezia Giulia è una storia segnata anche da vicende faticose e dolorose. 
Nel Giorno della memoria il primo pensiero va anzitutto al fatto che proprio in regione Friuli-Venezia Giulia insiste, alla Risiera di San Sabba, a Trieste, l'unico campo di concentramento italiano che ha partecipato compiutamente alla missione di morte del regime nazista. E, poi, vi è la lunga pagina di Trieste e più in generale della storia del confine orientale del nostro Paese nel contesto della Guerra Fredda; sono tutti aspetti che contrassegnano in maniera importante la storia nella nostra regione, anche per la quantità impressionante di presidi, di servitù militari e, lo voglio ricordare, anche con la partecipazione di milioni di giovani di leva diventati tutti un poco friulani d'adozione, se non addirittura cittadini residenti, avendo deciso di mettervi radici. Dunque, la storia della nostra regione è una storia di servizio al Paese, in particolare quella dal 1943 al 1989, che merita certamente una notevole attenzione di memoria, che mi auguro possa trovare presto un riconoscimento storico-istituzionale almeno pari a quanto riservato per il sacrificio occorso durante la Grande Guerra. 
Questa memoria di lacerazione è diventata anche laboratorio di integrazione e di crescita. Il crocevia linguistico tra l'italiano, il friulano, il tedesco, il veneto e lo sloveno, che qualcuno di coloro che mi hanno preceduto ha ricordato, è diventato un crocevia anche dei valori civili quando nel 1976 – il prossimo 6 maggio ricorderemo esattamente i quarant'anni da quel triste avvenimento – la solidarietà di tanti venne suscitata dall'evento tragico del terremoto. Il buon esempio dei friulani nella ricostruzione suscitò ammirazione e le istituzioni pubbliche di ogni sorta diedero una grande prova di sé; una palestra di buoni esempi che è diventata trampolino ad esempio per l'esperienza fondamentale della Protezione civile. Un territorio che ha dimostrato con i fatti quanto possa essere buona e fondamentale un'autonomia. Un ragionamento, insomma, sul senso e sul valore della sussidiarietà verticale dove il fasin di bessoi (facciamo da soli) non è un atto di superbia, né un segno di chiusura, ma l'attivazione piena delle potenzialità delle comunità locali e il desiderio di non pesare sulle spalle altrui. 
È con questa premessa che è giusto dunque inserire questa discussione. Ora, infatti, la pagina di queste modifiche allo statuto regionale si propone come una nuova sfida al futuro. Il dibattito che ha accompagnato questa proposta di legge anche nella nostra regione è stato ampio e qualificato. Gli accenti più vivaci sono legati sicuramente al tema delle province e l'abbiamo già inteso anche dagli interventi di chi mi ha preceduto. In effetti, il tema vero dietro la soppressione delle province che questa legge accompagna, è certamente quello del ripensamento del sistema di relazioni inter-istituzionali per la gestione del territorio. Anzitutto, è bene ricordare che quando è stato redatto lo statuto della regione nel 1963 la cornice istituzionale legislativa per la governancedei processi pubblici non prevedeva ancora il ruolo fondamentale dell'Unione europea. La laboriosità dei processi collegati alle sovrapposizioni di tanti livelli è certamente una delle grandi questioni macro-politiche relative anche all'efficienza e alla qualità del governo dei territori, oltre che alla salute della democrazia. Ma per la mia esperienza, anche da consigliere provinciale, non mi pare essere questa la principale istanza che spinge a variare la geografia istituzionale. Il tema vero è che le province nel governo dell'area vasta non possiedono più il potenziale mix tra prossimità e visione strategica degli investimenti. La politica delle aree vaste è cruciale per restituire qualità dei servizi e risposte adeguate ai cittadini. Va fatta bene, anche per assicurare opportunità di sviluppo sociale, culturale ed economico dei territori. 
In poche parole, nel mentre bisogna togliere sacche di territorio dallo svantaggio e dal rischio di trascuratezza come, ad esempio, per certe aree montane che nel nostro territorio regionale sono vistosamente molto presenti, per altri versi occorre investire di maggiore responsabilità le comunità locali, che devono capire e qualificare la loro rete di prossimità, anche istituzionale, proseguendo così nella buona tradizione friulana della Venezia Giulia dell'autonomia integrata, della sussidiarietà reale nel governo del territorio. Una strategia in fondo che a ben vedere si riverbera anche a livello europeo, se solo si pensa ai programmi tematici come «Spazio Alpino» o «Europa Adriatica» che riguardano i territori prescindendo dai confini nazionali, quasi a consacrare il disegno di un'Europa delle regioni che attende implicitamente di essere emulata a livelli diversi segnando definitivamente il confine del senso dello Stato nazionale e aprendo ad una pagina autenticamente federalista. 
Questo nuovo statuto contiene perciò un sacrosanto scrollone istituzionale che aiuta a rimettere in moto l'energia, abbattendo confini e aprendo a novità nei percorsi aggregativi. Uno scrollone che accompagna, peraltro, l'azione della legge n. 56 del 2014, la Delrio, approvata da questo stesso Parlamento. Il tutto a far centro anche nelle trasformazioni che la tecnologia sta portando alla geografia socio-economica per cui assistiamo, tra l'altro, al ritorno di un'idea produttiva e residenziale nell'età della conoscenza e dell'informazione dove, più che sui capoluoghi, pare prevalere l'idea policentrica della rete territoriale. 
Mi sia permessa, infine, una sottolineatura ad un secondo cambiamento promosso dallo statuto. Nell'epoca dell'astensione e del rinnovamento, l'atto di iscrivere nel nuovo statuto regionale la possibilità di elettorato passivo a diciotto anni, al di là di un adeguamento di routine con la normativa vigente in altre sedi istituzionali, conferma una fiducia fondamentale nelle risorse dei giovani. La rappresentanza popolare democratica nel suo costruire il futuro ha bisogno di innestare i giovani nella responsabilità della vita politica. Questo per ricavare la spinta tipica di quell'età, caratterizzata da passione, coraggio, generosità, ben oltre i calcoli immediati e le inerzie e le zavorre più o meno ideologiche. E, dunque, anche energia, creatività, spirito di iniziativa. Le istituzioni hanno bisogno di queste spinte e perciò i giovani saranno chiamati anche in Friuli-Venezia Giulia a mettersi ancora più a disposizione, anzitutto partecipando e imparando le qualità necessarie per un servizio pubblico. 
Concludo qui, dunque, questo mio intervento, auspicando che la rapida approvazione permetta a questo stesso provvedimento di esprimere le piene potenzialità che il consiglio regionale ha varato anche con questo intendimento.