Discussione generale
Data: 
Giovedì, 20 Marzo, 2025
Nome: 
Paolo Ciani

Grazie, Presidente. In carcere in Italia si soffre e si muore: 90 suicidi nel 2024, già 19 in questi primi mesi del 2025. Di due giorni fa è la notizia di due detenuti che si sono tolti la vita in sole 48 ore nel carcere veronese di Montorio, tristemente noto, visto che nel 2024 altre 4 persone hanno deciso di togliersi la vita in questo istituto. In quell'istituto, Presidente, c'è il doppio dei detenuti previsti, bisogna fare qualcosa, non è normale, non è - come qualcuno in questi mesi ha detto - un effetto normale della detenzione, non lo è.

A questi numeri tragici deve sommarsi quello dei detenuti che sono morti in carcere per cause naturali e per cause ancora da accertare, e deve aggiungersi anche il numero di agenti di Polizia penitenziaria che hanno deciso di togliersi la vita, un tasso di suicidi doppio rispetto a quello delle persone comuni. Un evidente segnale di come il carcere sia un mondo veramente alla deriva, un pezzo di Stato alla deriva. Servono subito provvedimenti deflattivi, che possano alleggerire almeno di 20.000 unità le presenze all'interno dei 189 istituti di pena italiani. Serve aria, respiro, sollievo per i detenuti e le detenute e per tutto il personale penitenziario che, ogni giorno, affronta questa immane difficoltà di gestione che, come prima diretta conseguenza, produce l'impossibilità di assicurare condizioni minime di dignità, assistenza, supporto e cura delle persone in privazione della libertà e delle quali il nostro Stato è responsabile.

Ogni giorno, nelle nostre carceri si violano l'articolo 27 della Costituzione e tutte le norme che il nostro ordinamento penitenziario prevede in tema di esecuzione penale. In questi anni, Presidente, ho capito che il carcere è un microcosmo, abitato da cittadini che hanno compiuto dei reati o accusati di averlo fatto, ma che rimangono persone e cittadini. Con loro, tutti gli altri, dalla Polizia penitenziaria, chi lavora nell'amministrazione penitenziaria, ai servizi sociali, gli infermieri, medici, volontari. È sciocco pensare al carcere come a qualcosa di estraneo alla città, allo Stato, alla vita comune, come è sciocco pensare che il malessere di uno non ricada sugli altri. Purtroppo, negli ultimi anni, è cresciuta nel nostro Paese una subcultura molto violenta. Quando si sentono persone delle istituzioni dire “buttiamo le chiavi” o, peggio, “togliamo il respiro ai detenuti” riferendosi a persone private della libertà, è molto grave, non solo perché per la legge italiana la pena, la detenzione servono per il corretto reinserimento sociale di chi ha commesso il reato, ma perché sottintendono un senso di vendetta e disumanizzazione del detenuto.

In carcere, in questi anni, ho incontrato persone molto differenti, detenuti comuni, molte persone che sono in carcere perché povere e non possono accedere a misure alternative, ma anche imprenditori o politici. Per tutti il carcere è un momento di grande difficoltà e prova. Dobbiamo pensare a tutti, a tutti dobbiamo pensare, per questo mi dispiace sentir parlare con semplicità, superficialità o disprezzo. Talvolta qualcuno dice: ma non pensi al male che loro hanno procurato? Certo, ci penso, ci pensiamo, ma tutelare i diritti anche di chi ha commesso reati è la resistenza all'imbarbarimento della società, che ricadrebbe negativamente su tutti, a cominciare dai più deboli.

Purtroppo, la dottrina di questa maggioranza è stata: più reati, più pene e più carcere. Questo alla faccia della rieducazione e dell'applicazione della Costituzione. Presidente, il Governo ha legiferato d'urgenza tante volte per cose che dicevano e pensavano esser gravi. Ci ricordiamo tutti il decreto Rave party.

Non vi sembra grave quello che sta accadendo nel carcere italiano, in questi mesi? Non vi sembrano gravi tutte queste morti? Forse, a giudicare dal fatto che non c'è nemmeno un rappresentante del Ministero della Giustizia; forse, a sentire che non interviene nessuno di Fratelli d'Italia, nessuno della Lega; forse non vi sembra grave. Ecco, Presidente, penso che la giustizia trovi il suo compimento solo se è in grado di ridare a tutti - la vittima, il reo, la società - la possibilità di un futuro, di una ripartenza di un cambiamento.

Se la giustizia si limita alla vendetta diventa fine a sé stessa e rischia di generare un movimento senza fine. Non è quello di cui ha bisogno il nostro Paese, non è quello che serve all'universo carcere.