Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, stiamo ricordando in questi giorni l'approvazione, 30 anni fa e solo 30 anni fa, della legge sulla violenza sessuale che segna un passaggio fondamentale, cioè riconobbe finalmente che questi reati non sono un'offesa alla morale, ma una violazione della libertà e della dignità della persona.
Oggi, di fronte alla violenza digitale, emerge una continuità preoccupante: la stessa logica di controllo e sopraffazione si sposta sul piano tecnologico, sfruttando la rete per amplificare umiliazioni e traumi. Collegare quelle battaglie alle sfide odierne significa affermare che la protezione della libertà e l'integrità delle donne ha bisogno di conoscere i nuovi strumenti attraverso cui la violenza si manifesta per garantire alle vittime, con nuove misure e azioni, la stessa tutela sostanziale conquistata, da allora ad oggi, tramite un'assunzione sempre più pubblica del contrasto a questo fenomeno, anche grazie agli interventi legislativi di questo Parlamento. Cyberstalking, deepfake pornografici, manipolazione di immagini con intelligenza artificiale, molestie, revenge porn, sextortion: siamo di fronte ad una forma di violenza, purtroppo, in rapida espansione, che negli ultimi anni ha assunto proporzioni allarmanti, anche complici l'anonimato garantito dalla rete, l'avvento dell'intelligenza artificiale e l'assenza di leggi efficaci capaci di reprimere abusi e proteggere le vittime.
La violenza digitale è violenza reale: non rimane confinata online, ma si riversa velocemente e pervasivamente nella vita delle donne con conseguenze fisiche, psicologiche, economiche e professionali. L'abuso che nasce in rete può generare paura, indurre al silenzio e all'isolamento, danneggiare reputazioni e carriere fino ad arrivare, nei casi peggiori, al suicidio, alla violenza fisica e al femminicidio. Si tratta di uno spazio ad alto impatto espansivo, nel quale si manifestano forme di violenza legate al linguaggio misogino, alle molestie, allo stupro digitale e alla diffusione non consensuale di immagini intime, nonché al fenomeno dei cosiddetti deepfake porn, cresciuto esponenzialmente con l'avvento dell'intelligenza artificiale.
È, di pochi mesi fa, la sconcertante scoperta che, alcuni siti, sono stati utilizzati come piattaforme per la diffusione sistematica e organizzata di immagini e video a contenuto sessualmente esplicito, senza il consenso delle vittime, spesso accompagnate da condotte di ricatto ed estorsione. Secondo quanto riportato, una parte rilevante di tale materiale sarebbe stata manipolata o generata artificialmente attraverso l'uso di tecnologie di intelligenza artificiale, incluse tecniche di alterazione dei volti e dei corpi, rendendo, particolarmente complessa, la rimozione dei contenuti e amplificando, in modo significativo, il danno psicologico-sociale e reputazionale subito dalle persone coinvolte.
L'uso, sempre più esteso, delle piattaforme digitali ha trasformato profondamente le relazioni sociali, facendo emergere nuove forme di violenza che incidono sulla dignità, sulla libertà e sulla sicurezza.
Nella quasi totalità dei casi, le vittime sono donne mentre gli autori risultano, prevalentemente, uomini e tali condotte rispondono a dinamiche di dominio, controllo e affermazione di potere sul genere femminile. Ambienti virtuali, apparentemente neutri o presentati come spazi di libertà di opinione, si configurano, in realtà, come incubatori di ostilità verso le donne, favorendo la radicalizzazione del linguaggio d'odio e la normalizzazione della violenza di genere. Si registra una costante diffusione di comunità digitali caratterizzate da narrazioni, appunto, misogine e violente, incluse quelle riconducibili alla cosiddetta “manosphere”, ai gruppi Incel e alle teorie red pill che sono, sostanzialmente, quei gruppi di comunità online che includono gli attivisti per i diritti degli uomini, i celibi involontari, accomunati dalla convinzione che la società sia discriminatoria nei confronti degli uomini a causa dell'influenza del femminismo. Inutile dire che il femminismo non è contro gli uomini, ma è per la libertà delle donne. Rispetto alla violenza di genere come la conosciamo, quella degli uomini sulle donne, quella fisica, verbale, psicologica, economica, sessuale, quella digitale le racchiude tutte perché nasce dagli stessi presupposti culturali e discriminatori, ma amplifica e rende pubblico quello che, nel rapporto dell'off line, è spesso privato. Alimenta la violenza del branco, gode di impunità per l'anonimato che le tecnologie garantiscono e, soprattutto, la platea di potenziali vittime che diventa universalistica: qualsiasi donna, indipendentemente dal luogo in cui vive e lavora, dal ruolo, dall'età, dalle caratteristiche etniche, economiche e culturali può essere un bersaglio.
Conoscere e indagare sempre di più questa nuova realtà parallela, questo Internet oscuro che si chiama darknet, questa rete parallela, è necessario per costruire gli strumenti di tutela e difesa e per elaborare soluzioni. Dalla Convenzione di Istanbul, che l'Italia ha sottoscritto, in poi, è chiara la necessità di un'assunzione pubblica del contrasto alla violenza sulle donne in termini di prevenzione, protezione, punizione e politiche pubbliche. Allora vanno messi in campo nuovi strumenti di indagine e di risposta con lo stesso impegno per prevenire, proteggere le vittime, reprimere gli abusi. Non è facile perché se l'origine della violenza digitale è la stessa della violenza off line, cioè la cultura discriminatoria che dicevamo, il sessismo, il pensiero patriarcale, la minimizzazione, gli strumenti attraverso cui si diffonde, però, sono nuovi e devono essere ancora indagati, sono in continua evoluzione. Non c'è una letteratura che possa dirsi stabile e gode di protezione ad alti livelli come la stessa vicenda Epstein sta dimostrando. Ecco, allora che l'assunzione di responsabilità pubblica nell'indagare, prevenire e tutelare richiede alcune azioni che abbiamo provato ad elencare nei documenti di oggi come primo punto fermo di un'indagine che, però, è ancora in corso e che abbiamo fortemente voluto noi del Partito Democratico, insieme alle altre opposizioni, chiedendo alla Commissione di inchiesta sul femminicidio di questo Parlamento di farsi carico appunto di questo studio, per uno elaborazione compiuta di proposte pratiche di resistenza e resilienza ed empowerment negli spazi digitali.
Al punto in cui è giunta questa analisi ci è chiaro che sono necessarie alcune cose che stanno dentro questi documenti e che raccolgo, diciamo così, la disponibilità del Governo ad aver condiviso, così come la maggioranza ad aver ricordato nella propria mozione, rispetto al lavoro che stiamo facendo in Commissione sul femminicidio.
È evidente che noi non possiamo accogliere alcune delle riformulazioni proposte dal Governo che ci vedono, evidentemente, distanti, come sempre, sulla concezione dell'educazione alla relazione di genere, l'educazione sesso-affettiva nelle scuole che, per noi, è il presupposto primario ed è la prevenzione primaria per contrastare la violenza sulle donne. Così come troviamo troppo debole anche il riferimento alla protezione dei minori sul web.
Voglio, però, dichiarare, qui, la mia convinzione che porteremo avanti nella Commissione sul femminicidio, la massima condivisione tra tutte le forze politiche che c'è stata fino ad oggi e che si esprimerà nella relazione finale sulla quale, sono certa, saremo tutte e tutti concordi. Voglio, semplicemente, fare un riferimento adesso agli adolescenti. Voglio riferire, qui, dell'ultima indagine portata avanti da Save the Children che ci ha rivelato, ancora una volta, dati preoccupanti sulla violenza della grammatica delle relazioni fra gli adolescenti. Nel mirino ci sono il corpo, l'abbigliamento, gli atteggiamenti, gli orientamenti, il genere, in agguato la minimizzazione dei comportamenti violenti, derubricati spesso a una goliardata, messi in crisi solo dalla percezione di minaccia negli spazi pubblici, anche digitali, in cui il 70 per cento delle ragazze si sente in pericolo. Questo è il tema del nostro ragionamento odierno. Fatemi concludere con un appello ai colleghi, tutti, di quest'Aula: la violenza digitale, quella off line, è subita dalle donne, ma agita dagli uomini e, per contrastarla, abbiamo bisogno dell'impegno di tutti, anche i colleghi di quest'Aula che hanno una responsabilità pubblica. Non fatelo per le vostre donne, compagne, sorelle e figlie, ma per la responsabilità di rendere più civile questo Paese, la sua società, per non tacere, non fingere di non capire, non cogliere, non denunciare tutte quelle situazioni nelle quali si porta avanti una cultura misogina e antifemminista, in tutte quelle situazioni in cui si manifesta, soprattutto, nei gruppi tra uomini. Altrimenti, se non cambia quella cultura, continueremo ad agire per correggere, tamponare, proteggere quando, ormai, è successo e per punire quando ormai il danno è fatto.