Grazie, Presidente. Per questa commemorazione non vorrei partire dal momento in cui i missili russi, poco dopo le cinque del mattino, hanno iniziato a colpire Kiev, Odessa, Kharkiv e Mariupol 4 anni fa. Vorrei partire da una conversazione a cui ho assistito pochi mesi dopo, a luglio, sulla Salita di Sant'Andrea, a Kiev, tra coetanei, amici, parlamentari e persone che lavorano nei think tank in Ucraina. Discutevano tra di loro e si chiedevano: anche tu eri sulla lista nera. Ho chiesto meglio, per farmi spiegare, e mi hanno spiegato che, poche ore prima dell'invasione, molti di loro, se non tutti, avevano ricevuto una telefonata che li avvisava di essere su una lista di obiettivi da colpire, una lista russa.
I russi avevano intenzione di uccidere tutte le persone su quella lista nel caso che avessero conquistato Kiev. Ho chiesto: ma che cosa avete deciso? E tutti mi hanno risposto: ne abbiamo parlato con le nostre famiglie e abbiamo deciso di restare. Questa fu una scelta individuale, a partire dal Presidente di quel paese, che quel 24 febbraio 2022 decise di restare. Fu una scelta di tanti individui, tante donne e tanti uomini, fu una scelta di un popolo. Quattro anni dopo l'Ucraina effettivamente è un Paese che è rimasto, che ha resistito e che in questo modo ha tenuto nelle proprie mani il proprio destino.
L'Ucraina in questi 4 anni è un Paese che è cambiato, è un Paese che è diventato più piccolo, non solo per le centinaia di migliaia di morti e di feriti, i profughi, le deportazioni forzate e la russificazione obbligata delle persone che vivono nelle zone conquistate. È un Paese più determinato, nonostante tutto, perché con la guerra ha scelto anche una strada, che è quella della democrazia, della libertà e dell'Europa. È un Paese che è stato capace di affrontare tante cose, tra cui un grande scandalo di corruzione, consapevole che la corruzione è quella che mina il rapporto tra chi decide e chi elegge, tra i cittadini e il suo Governo.
Ed è un Paese che è diventato più vicino: non è più una cosa altra da noi, responsabilità o area di influenza di altri. È un Paese che, quando vediamo apparire alle Olimpiadi, tutti noi tifiamo, esultiamo per la squadra ucraina. È un Paese che sentiamo vicino all'Europa, parte dell'Europa, perché oggi l'Ucraina è nel cuore dell'Europa, di una nuova Europa. Resistere, vivere, sperare: è quello che gli ucraini hanno deciso di fare, perché avevano una scelta, avevano la scelta di arrendersi, sottomettersi e farsi occupare. Ma hanno voluto decidere del proprio futuro, hanno voluto decidere di svegliarsi liberamente ogni mattina e decidere come condurre la propria vita, come individui e come Nazione.
In questi quattro anni quello che sta vivendo l'Ucraina è stata una grande lezione anche per l'Europa. Ci ha insegnato che anche noi possiamo tenere nelle mani il nostro futuro. Quando, come ieri, l'Ungheria di Orbán blocca, con una colpevolezza senza limiti, delle decisioni fondamentali, facendo sostanzialmente il gioco di Putin, ci lamentiamo che l'Europa non fa abbastanza, ma dimentichiamo quanto l'Europa ha fatto in questi anni e quanto l'Europa è cambiata in questi anni. È un'Europa che si è fatta più unita e ha ritrovato un pezzo di se stessa, il Regno Unito.
È un'Europa che prende delle decisioni fondamentali per la sicurezza del nostro continente. È un'Europa che per la prima volta è in grado di considerare prima di tutto un interesse comune, quello europeo, prima degli interessi delle capitali. E in questi quattro anni parliamo troppo poco di come effettivamente sia cambiata anche la Russia. In Italia e in particolare in quei Paesi che sono più esposti alla propaganda e alla disinformazione sembra che la Russia stia vincendo, ma siamo sicuri che la Russia sia così vicina alla vittoria? È un Paese vicino alla vittoria quello che manda a morire mille uomini al giorno per conquistare qualche metro di terreno?
È un Paese vicino alla vittoria quello che recluta forzosamente e con l'inganno cittadini africani, perché non ha più persone da mandare al fronte? O forse questo è il volto di un regime, con un dittatore che non accetta di perdere questa guerra? Quattro anni dopo non avremmo mai immaginato che ci sarebbero stati tanti problemi a Mosca quanti a Washington.
Noi, come Europa, non sappiamo che cosa deciderà di fare Putin, se deciderà di capire che questa guerra non la può vincere. Non sappiamo a quale arbitrio ci esporrà ancora una volta il Presidente Trump. Ma sappiamo una cosa, e cioè che noi, ucraini, italiani, francesi, tedeschi, polacchi, spagnoli, in una parola noi, insieme, noi europei, possiamo fare una cosa sola: fare la nostra Europa più forte, più unita, più determinata per difendere una pace giusta e una pace sicura.