Grazie, signor Presidente. Ci sono momenti in cui il contrasto tra la bellezza del mondo e la crudeltà della storia si fa insopportabile. Mi è capitato di camminare in una surreale giornata di sole di fine ottobre, forse come molti di voi, tra i viali di quei luoghi dove ogni pietra, ogni granello di polvere parla invece di grigio e di morte. Era il campo di Auschwitz-Birkenau, era l'ottobre del 2018. È un paradosso che ferisce il calore della luce che illumina i campi dove furono sterminati milioni di esseri umani, ebrei soprattutto, poi omosessuali, rom e sinti, dissidenti politici. Non erano solo numeri per le statistiche, erano intere famiglie e generazioni spazzate via. Da quel giorno, quel ricordo si è fatto ancora di più desiderio di capire, di fare conoscere, di non dimenticare, perché tutto quell'orrore non fu il frutto di un raptus improvviso, ma della follia di un piano di morte studiato nei minimi dettagli dai carnefici nazisti; una macchina dell'orrore che non è nata dal nulla, ma è iniziata con la vergogna delle leggi razziali. Anche in Italia, con un tratto di penna, il fascismo tolse dignità, poi diritti e vita a milioni di persone. Il peso più grande, quello che ancora oggi deve interrogarci come cittadini e come istituzioni, è che quel massacro si è consumato per troppo tempo nell'indifferenza delle nazioni e dei popoli, quell'indifferenza che permise all'orrore di diventare quotidiano, di diventare normale. Nel Giorno della Memoria, condannare ogni forma di antisemitismo non significa solo condannare crimini del passato, ma riconoscere e combattere ogni segnale di intolleranza che, ancora oggi, riaffiora nella nostra società.
Quando permettiamo che un insulto, un pregiudizio, una discriminazione passino sotto silenzio stiamo riaprendo la porta a quel grigio che ha già inghiottito la vita di milioni di persone.
Di fronte a nuove forme di antisemitismo, di razzismo, di manifestazioni di odio che trovano nei mezzi di comunicazione social uno strumento di moltiplicazione dei veicoli di diffusione, occorre allora immaginare di promuovere una nuova forza di giusti e coraggiosi. Il concentrato di ignoranza e di approssimazione in cui molti, purtroppo, si dibattono nel mondo, può essere limitato solo con uno strumento: la conoscenza approfondita e oggettiva delle vicende storiche. Ricordare le pagine più buie della discriminazione razziale antisemita non è dunque soltanto un invito alla riflessione, necessaria e opportuna, ma anche la costruzione costante di un presidio morale civile, affinché mai più accada che l'aberrante logica di un potere totalitario, che si abbatte sugli inermi, su innocenti o su interi popoli non trovi i necessari strumenti di difesa e di salvaguardia. Oggi noi sentiamo il dovere di essere la voce anche di chi è stato messo al silenzio. Ce lo ha ricordato ieri Sami Modiano, superstite della Shoah, infaticabile e straordinario testimone di quell'orrore. Parlando agli studenti ha detto: “Io sono qui perché assolutamente non voglio che voi o i vostri figli vedano mai quello che hanno visto i miei occhi.” Ricordare non è solo un atto di omaggio al passato, alle vittime, ma un impegno solenne per il presente, affinché nessuna legge razziale, nessun piano d'odio, nessun silenzio complice possano mai più trovare spazio nella nostra civiltà.