Dichiarazione di voto finale
Data: 
Mercoledì, 17 Settembre, 2025
Nome: 
Gian Antonio Girelli

A.C. 1917-B

 

razie, Presidente. Parliamo oggi di una riforma costituzionale che tocca l'equilibrio tra i poteri dello Stato: la separazione della carriera tra giudici e pubblici ministeri viene così descritta, ma, in realtà, istituisce anche una nuova realtà, l'Alta corte disciplinare, e prevede una revisione radicale del Consiglio superiore della magistratura. Siamo alla seconda deliberazione, perché è già stato approvato, come tutti sappiamo, alla Camera e al Senato, dovrà tornare al Senato, e abbiamo fatto tutto questo in una situazione di completa blindatura. È fare una blindatura impedire a un Parlamento di poter discutere, poter intervenire in maniera anche puntuale e anche senza la presenza del Governo, che a quanto pare ha tutt'altro da fare rispetto ad ascoltare quelle che sono le riforme costituzionali che propone o meglio impone a questo Parlamento. Perché nel merito la riforma riscrive gli articoli 104 e 105 della Costituzione e modifica gli articoli 87, 102, 106 e 107, il 110, cose non di poco conto; prevede alcune formali situazioni che rimangono precise, uguali, come la Presidenza da parte del CSM del Presidente della Repubblica, ma di fatto interviene in maniera appunto radicale sulla composizione degli stessi organi, sostituendo quella che è un'elezione con il sorteggio.

Sorteggio - badate bene - che, per quanto riguarda la competenza parlamentare, è affidata ad un elenco che viene predefinito e sarà tutto da capire con quali criteri, con quali caratteristiche verranno individuate le persone che all'interno dello stesso potranno essere sorteggiate. Ma perché diciamo “no” a questa riforma? Per una serie di ragioni. Prima perché, appunto, questa riforma sotto un'apparente neutralità mina l'architettura della separazione dei poteri, di fatto indebolisce quell'indipendenza della magistratura che - mi verrebbe da dire - sta alla base del fondamento di uno Stato democratico. Io credo che chiunque abbia avuto un minimo di formazione scolastica, quando affronta il tema del diritto, la separazione dei poteri diventa uno dei punti essenziali su cui si distingue uno Stato democratico da uno Stato con un'involuzione che non è più democratica.

Ma siamo anche assolutamente contrari perché separare rigidamente le carriere non rende certo automaticamente più imparziale il giudice, né più equilibrato il pubblico ministero, come viene descritto dai propositori di questa riforma. Perché oggi l'unità della giurisdizione con percorsi formativi comuni, con culture processuali condivise, sì con limiti stringenti ai passaggi di funzione che la riforma Cartabia ha già introdotto è una garanzia sistemica; e voi la incrinate senza offrire evidenza che i problemi reali della giustizia - che sono i tempi, gli arretrati, le carenze di organico, un'edilizia assolutamente inadeguata, la digitalizzazione - non troveranno certo soluzioni con queste forzature di separazione dei poteri. Peccato che poi ai cittadini andiamo invece a descrivere che sta proprio qui il problema, sta nella non separazione delle carriere, sta in un CSM che ha troppa giurisdizione e indipendenza, sta nel non avere una Corte che possa giudicare il giudice i motivi di tutti questi ritardi.

Ma la disciplina degli illeciti dell'organico disciplinare viene oltretutto esternalizzata, appunto, nella famosa Corte. Anche da questo punto di vista - badate bene - impedire al CSM di intervenire in maniera diretta sui provvedimenti che riguardano i giudici significa, di fatto, sottoporre i giudici stessi a dei giudizi condizionati non più da una cultura, da un'etica dell'essere giudice, dell'esercitare la magistratura, bensì da una serie di condizionamenti esterni che rischiano evidentemente senza particolari sforzi di immaginazione di consegnare l'Alta Corte ad una pressione esterna, ad un sentire politico del momento, a far venire meno insomma quell'indipendenza e quella neutralità che tanto viene difesa anche da chi propone questa riforma, ma che va in direzione, a nostro parere, completamente, completamente diversa. Ma non si può anche non rilevare il metodo, che davvero va ulteriormente sottolineato. Io penso che, quando si mette mano alla Costituzione, ci vuole sempre un quid di attenzione e di prudenza in più e quando si tocca un tema sensibile come la giustizia, forse questo dovrebbe essere ulteriormente interiorizzato e sentito, oserei dire patito dal punto di vista politico.

Invece noi, di fatto, stiamo facendo una riforma che, per quanto riguarda la competenza parlamentare, potrei definire “al buio” - è già stato detto da qualcuno che mi ha preceduto - impedendo oltretutto non solo alla minoranza, costretta ad usare i pochi metodi, i pochi strumenti che i regolamenti ci consegnano nel far sentire la nostra voce - a dir la verità a sentirla solo fra di noi -, ma impedendo anche alla maggioranza - che non è composta da persone estranee al confronto con i cittadini e anche al dovere di rappresentanza degli stessi - il poter dire qualcosa, il poter modificare qualcosa, secondo un sempre crescente meccanismo che consegna al Governo la possibilità di dettare i tempi, le regole, ma addirittura i provvedimenti al Parlamento. Anche questo dovrebbe far riflettere sulla separatezza dei poteri, dove sta il potere esecutivo e dove sta il potere legislativo e dove sta il potere, appunto, giudiziario. Da questo punto di vista, io penso che sia un fatto estremamente grave, proprio perché, tra i tre poteri, probabilmente quello legislativo dovrebbe sentire maggiormente addosso la responsabilità di garantire la separatezza, proprio perché per sua natura è quello che approva le regole, è quello che emana o meglio che propone ecco le leggi stesse.

Ma esistono anche dei problemi, se volete, di natura anche molto pratica perché questa rivoluzione, questa transazione come avverrà, in che tempi, in che modi, con che costi, con che impatto sul lavoro appunto della magistratura stessa? Perché il pericolo vero - questo è uno dei tanti paradossi che purtroppo viviamo nel nostro Paese recentemente, dove vengono promosse leggi che vengono presentate come risolutive di determinate situazioni e poi di fatto creano un ulteriore aggravamento delle situazioni che, negli annunci, dovrebbero essere risolte; pensiamo alle liste d'attesa, se vogliamo parlare di sanità - ecco perché in realtà tutto questo rischia di aumentare i tempi e i ritardi della giustizia, rischia di complicare la vita stessa dei giudici, rischia insomma di avere un impatto ulteriormente negativo sui cittadini.

Ma vorrei anche sottolineare un aspetto, da deputato dell'opposizione, che però con il partito a cui appartiene si sforza di pensare ad un'idea di cambiamento e di modernizzazione del Paese: non siamo di certo contrari ad ogni forma di cambiamento, anzi, noi siamo fortemente convinti che cambiare le cose per quanto riguarda la giustizia significa fare delle assunzioni stabili; significa intervenire sull'organizzazione degli uffici; significa avere degli spazi adeguati e avere una strumentalizzazione adeguata; significa dare anche continuità e stabilità a tante persone che in giustizia lavorano, che vivono nella precarietà assoluta; significa insomma stabilizzare un sistema, mantenendone fino in fondo l'autonomia, perché di questo io credo ci sia bisogno. Non siamo certo dei conservatori tout court, non siamo certo persone indisponibili al confronto di merito, siamo semplicemente dei difensori di quelle che sono delle caratteristiche della democrazia. E quando si parla di giustizia, quando si parla di giustizia in Costituzione, badate bene non si parla di un sentire di parte, si parla di un qualcosa che riguarda tutti che ci è stato consegnato dopo una riflessione seria, dopo che anche la storia del nostro Paese ci ha dimostrato cosa succede quando un po'alla volta si perde la tutela della democrazia; dove si può arrivare in maniera lenta e apparentemente poco percepibile, ma che un po' alla volta rischia di essere terribilmente impattante sulla libertà dei cittadini e delle cittadine. Ecco, noi su questo saremo pronti a denunciare nel Paese nel momento in cui ci sarà il passaggio del referendum, consapevoli della responsabilità che ci spetta: quella appunto di essere custodi delle regole democratiche, che nel nostro Paese hanno un fondamento ben preciso. Sono nate sulla lotta di tante persone, di tante donne, di tanti uomini che avevano sperimentato che cos'è un deficit di democrazia e proprio per quello noi siamo dei custodi.