A.C. 1917-B
Grazie, signora Presidente. Colleghe, colleghi, non so se sia più umiliante parlare in quest'Aula deserta alle quattro e mezza di notte con i miei compagni e le mie compagne di partito di fronte alle sedie vuote della maggioranza, fatta eccezione per i due colleghi su 225 - rari nantes in gurgite vasto - come diceva Virgilio, questo grande gorgo di questa notte buia della democrazia. Oppure, se sia più umiliante a parlare della sostanza. Oppure, se sia più umiliante a parlare del metodo di questa riforma costituzionale. Umiliante non per me, naturalmente, che poco conterebbe, ma umiliante per il ruolo che rappresentiamo per questa istituzione, per quest'Aula che è il posto dove è nata la nostra Costituzione, dove è stata immaginata, dove è stata votata, e che ci è stata regalata in modo che la custodissimo e la difendessimo.
Invece, siamo qui, alle 4,30 del mattino, chiamati a discutere di una proposta di modifica di quella Costituzione che interviene su un punto nevralgico del nostro ordinamento, la struttura della magistratura e il rapporto tra i giudici e i pubblici ministeri. Parliamo dunque della cosiddetta separazione delle carriere.
Questo è un tema che, fin dall'inizio della storia repubblicana, ha attraversato il dibattito pubblico e politico, è tornato ciclicamente sempre sull'onda di stagioni in cui la politica si è sentita sotto assedio da una magistratura autonoma, non è mai stato però un tema neutro o meramente tecnico, è un tema piuttosto che riguarda il cuore stesso della democrazia. Per questo, oggi, sentiamo la responsabilità di dire con chiarezza che questa riforma rappresenta un pericolo per l'equilibrio dei poteri, un arretramento nella tutela dei diritti e, soprattutto, una ferita, un vulnus per la nostra Costituzione.
Vorrei ricordare che l'indipendenza della magistratura è una conquista preziosa, scritta nella nostra Carta all'articolo 104 laddove, appunto, si afferma che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.
Non è una clausola di stile, è la risposta a un passato in cui la giustizia era stata piegata agli interessi del regime che, naturalmente, nella fattispecie, era il regime fascista, in cui i giudici non erano liberi ma controllati dal potere politico. Quando i padri e le madri costituenti decisero che i giudici e i pubblici ministeri dovessero appartenere allo stesso ordine, essere sottoposti allo stesso Consiglio superiore della magistratura, non lo fecero per ingenuità o certamente non lo fecero per comodità, lo fecero perché sapevano che la libertà del pubblico ministero di indagare senza dover chiedere permesso al Governo è la garanzia per ogni cittadino di avere una giustizia imparziale.
Separare le carriere come oggi si propone significa spezzare questo equilibrio, significa avvicinare il pubblico ministero al potere politico, renderlo più vulnerabile a condizionamenti esterni, trasformarlo in una sorta di avvocato di polizia o, peggio ancora, in un ufficio in cui le priorità investigative rischiano di dipendere dall'indirizzo dell'Esecutivo.
Chi sostiene questa riforma ci dice che così si garantisce l'imparzialità del giudice ma l'imparzialità del giudice non dipende dalla separazione delle carriere, dipende piuttosto dall'osservanza delle regole costituzionali, ancora una volta, dal funzionamento del CSM, da meccanismi di controllo interno e deontologici. Separare le carriere non rende più imparziali i giudici ma rende più esposti i pubblici ministeri, significa introdurre due Consigli superiori, uno per i giudici e uno per i PM, con il rischio che quello dei pubblici ministeri diventi terreno di lottizzazione politica.
Vorrei chiedere ai colleghi di maggioranza, davvero, se ci fossero naturalmente, davvero pensate che i cittadini saranno più tutelati se il pubblico ministero che deve indagare su un grande appalto, su un caso di corruzione, su un intreccio tra criminalità organizzata e potere economico dovrà farlo con la consapevolezza che il suo organo di governo è controllato, o peggio influenzato, dalla politica? Non è un'ipotesi scolastica. Guardiamo alla storia di questo Paese.
Senza la libertà dei pubblici ministeri coraggiosi e indipendenti non avremmo mai avuto le inchieste che hanno scoperchiato la corruzione sistemica negli anni Novanta, non avremmo avuto i maxi processi contro la mafia, non avremmo avuto indagini che hanno colpito poteri criminali radicati.
Questa riforma, soprattutto, non serve ai cittadini, serve solo a riequilibrare a favore della politica un conflitto mai risolto con la magistratura. È una specie di vendetta istituzionale. Vendetta istituzionale, peraltro, su un tema che praticamente non esiste. Con le riforme della precedente legislatura, con la riforma dell'allora Ministra Cartabia è possibile un solo passaggio in tutta la carriera da effettuarsi nei primi nove anni della carriera stessa. Si parla, infatti, di circa venti passaggi all'anno su 10.000 magistrati, quasi sempre dalla carriera di PM a quella di giudice. Quindi assai meno dell'1 per cento dei pubblici ministeri passa alla funzione di giudice e ancora meno sono i giudici che passano alla funzione di pubblico ministero.
Serviva allora una riforma costituzionale? “No”. Lo abbiamo già detto, lo hanno detto tanti miei colleghi e mie colleghe. Semplicemente, questa riforma targata Governo Meloni non è altro che uno scalpo ideologico, un modo per suggellare il patto tra le varie anime della Destra di Governo, l'autonomia e la sua riforma alla Lega, il premierato ai Fratelli d'Italia e questa riforma sulla giustizia a favore di Forza Italia.
Altro tema perché al peggio non c'è mai fine: quello del metodo. Il Governo Meloni ha deciso di affrontare le modifiche alla Costituzione su una materia così delicata, come quella della giustizia, presentando un testo che, come dichiarato dallo stesso Ministro Nordio, è blindato fino dalla prima lettura. Impermeabile a qualunque apporto, a qualunque correzione sia da parte dell'opposizione che da parte della stessa maggioranza.
che non ha precedenti e che è contraria allo spirito dei Costituenti e che mostra una concezione della democrazia preoccupante. Non possiamo però nasconderci dietro le parole, la giustizia in Italia ha problemi reali e profondi. I cittadini chiedono processi più rapidi, un sistema penitenziario dignitoso capace di rieducare, uffici giudiziari digitalizzati e in grado di funzionare con migliore efficienza. Quali di questi problemi viene risolto dalla separazione delle carriere? Nessuno. Anzi rischiamo di aggiungerne, duplicare le strutture, moltiplicare i conflitti di competenza, politicizzare l'azione penale.
Noi, come Partito Democratico siamo pronti a discutere di riforme vere sull'organizzazione degli uffici, sulle risorse umane, sulla semplificazione dei riti processuali, sul rafforzamento della giustizia civile, sull'efficienza dei tribunali, ma non siamo disponibili a stravolgere la Costituzione per indebolire l'autonomia della magistratura.
Colleghi, non illudiamoci, qui non stiamo parlando di interessi corporativi o di tecnicismi, stiamo parlando di un diritto fondamentale: quello dei cittadini e delle cittadine del nostro Paese ad avere una giustizia indipendente. Ogni volta che un cittadino o una cittadina entra in un'aula di giustizia per difendere sé stesso, il proprio lavoro, per rivendicare un diritto, per rispondere ad un'accusa, deve sapere che il giudice e il pubblico ministero sono liberi da condizionamenti esterni. Separare le carriere significa minare questa fiducia. Significa dire ai cittadini che il pubblico ministero potrebbe non essere più un magistrato autonomo ma un funzionario più vicino al Governo e questo crediamo che sia inaccettabile in uno Stato che si vuole definire democratico.