Dichiarazione di voto finale
Data: 
Mercoledì, 17 Settembre, 2025
Nome: 
Andrea Rossi

A.C. 1917-B

 

Grazie, Presidente. Siamo chiamati, come è stato ribadito da tanti interventi, a una riforma costituzionale che riguarda, appunto, la separazione delle carriere in magistratura. Non si tratta di un tema tecnico e marginale. Stiamo parlando di una trasformazione profonda dell'assetto del nostro sistema giudiziario, un cambiamento che, se approvato, avrà effetti concreti sulla qualità della giustizia, sull'equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Vorrei partire dalle ragioni che motivano il Governo e la maggioranza a portare avanti questa riforma. Dietro l'apparente volontà di migliorare l'organizzazione della magistratura è evidente che si intrecciano due elementi: da un lato, un intento punitivo nei confronti di una parte della magistratura e, dall'altro, una persistenza ideologica, storica che caratterizza, appunto, la destra italiana quando si tratta del sistema giudiziario. Il Governo e alcuni esponenti della maggioranza hanno più volte espresso pubblicamente senza esitazioni la percezione che la magistratura sia, in qualche modo, ostile e distante dagli obiettivi politici della maggioranza. Un messaggio chiaro, arrivato anche dal dibattito avvenuto in discussione generale con gli interventi dei deputati della Lega. Citare i casi giudiziari che hanno riguardato il loro capo politico, Matteo Salvini, a giustificare una magistratura politicizzata dimostrano unità di magistratura ma, soprattutto, di garantismo alla carta, molto frequente in questo Paese, e basta citare non da ultimo il caso di Bibbiano. Una rappresentazione, quindi, semplificata che riduce la complessità di un sistema autonomo e indipendente a strumento di politica. La conseguenza è che la riforma della separazione delle carriere viene proposta non per migliorare il funzionamento della giustizia, ma per punire quella magistratura che esercita con responsabilità e indipendenza le proprie funzioni. Parallelamente c'è un elemento ideologico, radicato da decenni. La separazione delle carriere non è un tema nuovo. Da oltre trent'anni la destra italiana ne parla come di una soluzione necessaria, senza mai fare i conti con le trasformazioni che sono avvenute già nel nostro Paese, né con l'evoluzione della giurisprudenza, dei processi e della cultura giudiziaria europea. Anche oggi, davanti a contesti completamente diversi da quelli di allora, la proposta viene riproposta con la stessa rigidità ideologica. Non si tratta di un approccio pragmatico basato sull'analisi dei problemi reali, ma di un automatismo ideologico che rischia di allontanare la politica dalla comprensione concreta del funzionamento della giustizia.

Passando al cuore della questione, la riforma stessa presenta criticità strutturali rilevanti. La proposta prevede una netta separazione tra magistratura giudicante e magistratura requirente con effetti che non possiamo ignorare. In primo luogo il pubblico ministero, che oggi è un organo di giustizia con il compito di garantire equilibrio tra l'obbligatorietà dell'azione penale e il buon senso, rischia di trasformarsi in un accusatore seriale. La riforma, così come concepita, tende quindi a creare un soggetto formale sempre più concentrato sull'azione punitiva, a discapito della sua funzione originaria di garante del rispetto della legge. Questo cambiamento avrebbe ripercussioni significative sulla terzietà del giudice. Il giudice non sarebbe più inserito in un unico ordine giudiziario dove le interazioni tra colleghi e l'esperienza comune garantiscono un equilibrio naturale ma si troverebbe a confrontarsi con un sistema nel quale l'accusa è istituzionalmente separata e potenzialmente rafforzata, cioè aumenta il rischio di squilibri nelle dinamiche processuali e mina la fiducia nei cittadini della neutralità delle sentenze. In termini pratici, la riforma ignora problemi concreti e urgenti - come ha ricordato ieri il collega Cuperlo ma anche tanti altri interventi del nostro gruppo - in particolar modo quando si parla di durata dei processi, assunzioni di magistrati, rafforzamento del personale di cancelleria, implementazione del processo telematico, stabilizzazione dei componenti degli uffici del processo e le condizioni carcerarie, come appunto - dicevo prima - sottolineato da diversi interventi. E in un contesto simile, l'attenzione alla separazione delle carriere appare non solo scollegata dalle priorità reali ma anche pericolosamente fuorviante. La questione, guardate, non è meramente tecnica, è un problema politico, perché decide dove concentrare energie, risorse e attenzione. Scegliere di impegnarsi in un'azione ideologica significa trascurare la necessità di intervenire concretamente per rendere il sistema giudiziario più efficiente, rapido e accessibile. A questo, si aggiunge pure la superficialità delle argomentazioni utilizzate dal Governo per giustificare la riforma: si è detto che l'articolo 111 della Costituzione e il principio del giusto processo impongono la separazione delle carriere, ma non è così. L'articolo 111 stabilisce le garanzie del processo, il diritto alla difesa, l'equilibrio tra le parti e il corretto svolgimento del giudizio ma non definisce l'organizzazione interna alla magistratura. Allo stesso modo, il modello accusatorio adottato con le riforme dell'88, che valorizza il confronto tra le parti per la formazione della prova, non richiede in alcun modo che i giudici e i pubblici ministeri siano separati da una barriera strutturale. Il punto cruciale è che il sistema giudiziario italiano è stato progettato per garantire imparzialità e terzietà attraverso strumenti concreti: incompatibilità, astensione, ricusazione e rimessione del processo. Questi strumenti funzionano quotidianamente e costituiscono una difesa efficace contro la possibilità che il pubblico ministero eserciti un'influenza indebita sul giudice. Dati alla mano, le assoluzioni superano spesso - anche qui ricordato da diversi colleghi - il 54 per cento. Dimostra quindi che il giudice mantiene un'autonomia decisionale anche quando l'accusa sostiene posizioni determinate. È evidente quindi come la riforma proposta non risponda a problemi reali ma tenti di corregge criticità percepite, più che esistenti. La riforma ignora, inoltre, i dati concreti sulla mobilità fra le funzioni: oggi i passaggi tra pubblico ministero e giudice sono già estremamente limitati, inferiori all'1 per cento. Ciò dimostra che la preoccupazione della contaminazione tra funzioni è in gran parte teorica e non giustifica, appunto, anche qui, una riforma costituzionale radicale. In sintesi, la proposta del Governo e della maggioranza appare guidata da un mix di volontà punitiva, rigidità ideologica e superficialità analitica. Non tiene conto dei problemi reali del sistema, ignora i dati concreti e propone una ristrutturazione che rischia di indebolire la magistratura giudicante e di ridurre la qualità complessiva della giurisdizione. È necessario sottolineare i rischi concreti che deriverebbero dall'approvazione della riforma: la creazione di una magistratura requirente separata e rafforzata potrebbe generare quindi una concentrazione di potere che allontani il pubblico ministero della funzione di organo di giustizia, trasformandolo in un soggetto teso a ottenere il risultato processuale a ogni costo. Questa dinamica, già presente in forma patologica in alcune situazioni, rischia di diventare strutturale e, con il tempo, potrebbe richiedere nuovi interventi legislativi o costituzionali per correggere, appunto, gli squilibri creati. Un effetto collaterale significativo riguarda poi il rapporto tra magistratura e opinione pubblica, con l'accento posto sulla funzione requirente: aumenterebbero inevitabilmente le pressioni sociali e mediatiche sugli operatori della giustizia, creando un clima in cui la performance dell'accusa diventa più visibile e centrale rispetto all'equilibrio tra difesa e accusa. Questo fenomeno può minare la percezione d'imparzialità del giudice, indipendentemente dalle reali garanzie previste dal sistema. Occorre fare attenzione, quindi, alla traiettoria futura della magistratura. Investire esclusivamente sul rafforzamento dell'organo inquirente significa trascurare la formazione equilibrata dei magistrati, la cultura della terzietà e l'ibridazione di competenze che fino a oggi hanno garantito un funzionamento complesso e armonico del sistema giudiziario. Ignorare questi elementi rischia di creare figure professionali specializzate unicamente nell'accusa, meno sensibili ai principi fondamentali della giurisdizione e meno preparate a interpretare i casi con equilibrio e attenzione alle garanzie dei cittadini. Alla luce di tutto questo, diventa chiaro come il disegno della maggioranza non sia un semplice adeguamento tecnico ma bensì un intervento politico e ideologico.

Infine, un richiamo alla prudenza e alla lungimiranza: la Costituzione italiana, con l'equilibrio tra i poteri e la garanzia di indipendenza della magistratura, ha resistito a decenni di sfide politiche, economiche e sociali. Qualsiasi modifica radicale a questo equilibrio richiede serietà, analisi approfondita e rispetto della complessità del sistema.

Non possiamo permetterci di seguire l'urgenza ideologica del momento trascurando la responsabilità che abbiamo verso i cittadini e il futuro della giustizia in Italia. È necessario dunque fermarsi e riflettere, ascoltare gli esperti, valutare i dati concreti e considerare scenari futuri senza cedere a slogan o semplificazioni. Solo così potremo veramente avere un modello di giustizia che sia efficace, equo e credibile, tutelando l'indipendenza dei magistrati e al tempo stesso garantendo il diritto dei cittadini a un processo giusto, rapido e imparziale.

In conclusione, il nostro obiettivo non è difendere un ordine costituito, fine a sé stesso, ma proteggere un equilibro istituzionale che rappresenta una garanzia fondamentale per la democrazia italiana. La riforma proposta quindi, così come concepita, rischia di compromettere questo equilibrio.

Presidente, siamo nel pieno della notte e vorrei quindi concludere con una breve e simpatica metafora narrativa che spero sia di buon auspicio: c'era volta un fiume che nasceva in una montagna; un fiume che scorreva allegro tra le rocce, saltava nelle cascate e accarezzava le radici degli alberi lungo le sue rive. Più cresceva, più diventava curioso: dove andrò a finire? Qual è il mio destino? Chiedeva ai pesci, agli uccelli e ai bambini che si tuffavano nelle sue acque. Un giorno arrivo lì, vicino al mare, subito ebbe paura, davanti a lui non c'era niente, non un sentiero da seguire ma un'immensità sconfinata: se entro lì dentro mi perderò, non sarò più io, il fiume. Il mare, sentendo i suoi dubbi, gli sussurrò: tu non ti perderai, tu diventerai parte di qualcosa di più grande, sarai ancora acqua ma sarai ancora onda, corrente, respiro dell'oceano; non smetterai di esistere, cambierai forma. Così il fiume si lasciò andare, si immerse e nel fondersi con l'oceano non si perse finalmente d'animo e capì di essere diventato infinito.

Chiudo veramente, in quest'Aula la maggioranza oggi ci ha incanalato in questa seduta fiume, appunto, ma arriveremo al referendum che sarà, quello sì, il nostro oceano, e lì sarà tutta un'altra storia.