A.C. 1917-B
Grazie, Presidente. Colleghi, la separazione delle carriere dei magistrati, che istituisce di fatto due CSM, rappresenta a nostro avviso una delle più gravi minacce all'indipendenza della magistratura e, di conseguenza, all'equilibrio tra i poteri dello Stato sancito dalla nostra Costituzione. Non è un caso che questa proposta, approvata alla Camera in prima lettura con il voto già contrario del Partito Democratico, arrivi in un momento di profondo disagio per la giustizia italiana. Un comparto che il Governo ha scelto di penalizzare, prevedendo tagli per 500 milioni di euro in due anni. In un Paese dove mancano magistrati, dove le udienze del giudice di pace vengono fissate al 2030, dove il processo telematico non funziona, dove le carceri sono al collasso e i suicidi tra detenuti e detenute e agenti sono all'ordine del giorno. Di fronte a tutto questo la risposta del Governo non è investire per migliorare il servizio di giustizia, ma manipolare l'assetto costituzionale, con l'evidente intento di minare l'autonomia della magistratura.
Una riforma della giustizia inutile nei fatti, che non accorcerà i tempi dei processi o migliorerà la vita dei cittadini. Nel merito, siamo di fronte ad una riforma - come ha già detto - inutile. La separazione delle carriere nei fatti - l'abbiamo più volte ripetuto - esiste già. La riforma Cartabia ha limitato a un solo passaggio consentito nei primi nove anni. E parliamo di circa 20 casi l'anno su 10.000 magistrati. Non si può usare un dato statistico dello 0,2 per cento per giustificare un'operazione costituzionale così invasiva. Ma ciò che è peggio è che questa riforma è dannosa. Istituire due Consigli superiori della magistratura separati, con componenti in larga parte estratte a sorte da elenchi formati dal Parlamento, significa politicizzare l'organo di autogoverno della magistratura, rompere il principio di unità dell'ordine giudiziario e aprire la strada a un controllo indiretto del potere esecutivo sulla pubblica accusa. È questo è il vero obiettivo del centrodestra. L'abbiamo sentito esplicitare da esponenti di primo piano come Salvini. “Punire la magistratura”: l'ha ripetuto più volte in questi mesi. Colpire l'autonomia di chi indaga, limitare l'azione dei PM, delegittimare l'equilibrio costituzionale del Paese.
Eppure, proprio questo assetto, che vede il pubblico ministero come parte dell'ordine giudiziario obbligato a cercare anche le prove a discarico e ciò che garantisce la terzietà e l'equità del nostro processo. Separare le carriere significa anche creare un super pubblico ministero, un accusatore di professione, sganciato da ogni forma di scambio culturale con la funzione giudicante, potenzialmente più incline a una visione colpevolista, come di fatto hanno più volte illustrato autorevoli professori durante le audizioni che sono state fatte in Commissione giustizia; e senza più il controllo interno della magistratura, con l'azione penale obbligatoria svuotata, si rischia che sia la politica appunto a decidere quali reati perseguire e quali no: è la fine del principio di uguaglianza davanti alla legge; lo abbiamo detto la legge non sarà più uguale per tutti.
Questa riforma, colleghi, non nasce da una necessità funzionale, ma da un accordo politico: è il prezzo che Forza Italia ha chiesto nel patto interno alla maggioranza; alla Lega l'autonomia differenziata, a Fratelli d'Italia il premierato, a Forza Italia appunto la vendetta sui giudici. Peccato che anche Forza Italia non tocchi palla sulle modifiche che riteneva essere opportune; sì, perché questa riforma non ha accolto alcuno degli emendamenti proposti dalla maggioranza, e tanto meno dalla minoranza.
Come ha detto la collega Serracchiani in Aula, state demolendo la Costituzione, esattamente come state demolendo il servizio pubblico, il servizio sanitario o giudiziario che sia e saranno i cittadini a pagarne il prezzo più alto, perché vedete - anche questo l'abbiamo già detto -: di fatto, i cittadini ci chiedono una giustizia che funzioni meglio, che dia risposte rapide, che sappia coniugare rigore e umanità; non ci chiedono di spezzarla in due, non ci chiedono di mettere i magistrati sotto controllo dell'Esecutivo, non ci chiedono di sacrificare l'indipendenza in nome di un finto equilibrio. La vera riforma, se vogliamo parlare di futuro, non è la separazione delle carriere; è investire risorse, è modernizzare gli uffici giudiziari, è garantire più personale, più strumenti, più tecnologie appunto per chi lavora negli uffici della Giustizia, è dare dignità a chi lavora nei tribunali, non togliere la libertà a chi deve far rispettare la legge.
E, allora, con forza, lo ripetiamo in quest'Aula: questa riforma non è un passo in avanti, ma un passo indietro; non rafforza la Giustizia, la rende anzi più fragile, non tutela i cittadini, li espone a rischi, non onora la Costituzione, ma anzi la tradisce. Ecco, un testo che è arrivato blindato sin dalla prima lettura, come abbiamo detto impermeabile a ogni contributo persino sui temi come la parità di genere nella composizione dei consigli, una riforma costituzionale gestita come un decreto omnibus, chiusa, ideologica autoritaria, un precedente grave nella storia parlamentare e costituzionale della nostra Repubblica.
Per tutte queste ragioni il Partito Democratico si oppone fermamente a questa riforma. Non accetteremo di essere complici di un disegno che punta a indebolire la Giustizia e a rafforzare il controllo politico sulle sue articolazioni, il nostro compito è difendere la Costituzione, non assecondare chi la vuole piegare ai propri interessi. Lo dobbiamo alla storia democratica di questo Paese, lo dobbiamo ai cittadini, lo dobbiamo alla verità e per queste ragioni voteremo convintamente contro questo disegno di legge e continueremo la nostra battaglia in Aula, ma soprattutto sul territorio, perché riteniamo che siamo di fronte a una vera e propria ingiustizia.