Dichiarazione di voto finale
Data: 
Mercoledì, 17 Settembre, 2025
Nome: 
Maria Cecilia Guerra

A.C. 1917-B

 

razie, Presidente. Sono dichiarazioni di voto, quindi dichiaro subito il voto contrario mio come di tutti i colleghi del Partito Democratico. Lo faccio intanto con riferimento a importanti questioni di merito, anche se - come è evidente - anche le questioni di metodo sono assolutamente rilevanti.

Il punto cruciale che vorrei sottolineare è che la riforma costituzionale - perché di questo si tratta - che oggi discutiamo non è all'altezza dei problemi che pure solleva, che pure agita: non li analizza, non li comprende e, proprio per questo, non riesce neppure lontanamente a risolverli. Si concentra su aspetti dell'ordinamento in larga parte simbolici, evocativi, adatti ad essere raccontati con un'enfasi che però non è coerente con la loro effettiva rilevanza. Come è stato ampiamente ricordato, la riforma si concentra su aspetti fra di loro legati: la separazione delle carriere, la duplicazione del Consiglio superiore della magistratura e cioè lo sdoppiamento dell'attuale organo di autogoverno, che viene privato delle sue competenze disciplinari e i cui componenti vengono scelti per sorteggio. Tutto qua: la riforma è tutto qua. Mah, rispetto ai problemi della giustizia, insomma. Ma quali sono le motivazioni? Perché questa è la cosa importante: perché si vogliono separare le carriere? Da quello che ho capito, dai pochissimi interventi della maggioranza, si dice che sarebbe importante questa separazione per garantire la terzietà del giudice, cioè il giudice come soggetto terzo fra la difesa e l'accusa. Ma la domanda a cui non c'è risposta è: da che cosa sarebbe minata, nella situazione attuale, questa terzietà? Da quello che ho capito, i motivi sono fondamentalmente due: il primo è la possibile commistione di funzioni. Cosa significa? Sembrerebbe che oggi chi mi giudica potrebbe essere stato, in altro periodo della sua vita, in altri processi, interprete dell'accusa, ma dell'accusa in altri processi. Cioè, in che senso il fatto che uno che oggi mi giudica sia stato in passato un PM di un altro processo può inficiare la sua terzietà? Diverso sarebbe se ci fosse il rischio che sia chiamato a giudicare la mia causa qualcuno che in questa stessa mia causa ha svolto, in momenti precedenti, la funzione di pubblico ministero, ma questo oggi è già non possibile. Sono presenti regole di incompatibilità molte precise a questo proposito.

Allora, la terzietà del giudice da che cosa è messa in discussione? Da che cosa potrebbe essere compromessa? Forse dal rapporto di colleganza? Cioè, fare parte della stessa magistratura potrebbe portare a condizionamenti di chi accusa su chi giudica? Però, se andiamo a vedere i dati, questo problema non sembra trovare giustificazione nella situazione attuale.

Una giustificazione tale da portare addirittura alla richiesta di una riforma costituzionale, perché la realtà ci dice, da un lato, che i passaggi di carriera, dopo la riforma del 2022, sono già ridotti al lumicino. Lo ricordavano i colleghi. Molto meno dell'1 per cento dei magistrati cambia funzione e lo fa nei primi anni della sua carriera. E ancora, nella situazione attuale, quella di “non separazione”, c'è l'evidenza che una percentuale molto elevata - direi, elevatissima - di decisioni dei giudici è difforme rispetto alle richieste dei PM. Quindi questa colleganza grigia non sembra proprio emergere.

Allora, mi chiedo e vi chiedo: è proprio necessaria una riforma costituzionale, che ha dei costi sia economici che burocratici di funzionamento, e che comporta due CSM e un'Alta corte disciplinare, per affrontare questi “non problemi”? È proprio l'oggettiva impossibilità di credere che ci sia un senso o quantomeno una proporzionalità fra i costi effettivi e gli obiettivi richiamati nella riforma proposta, che fa pensare, che fa capire che l'obiettivo è un altro. Non siamo noi a pensare male. È oggettivo, perché altri motivi non ci sono. La separazione delle carriere e la rottura del principio, sino ad ora garantito dalla costituzione, dell'unitarietà della magistratura è una scelta funzionale a differenziare le garanzie di autonomia e indipendenza riconosciuta al pubblico ministero, rispetto a quelle riconosciute al giudice. L'obiettivo, cioè, è quello di porre la magistratura requirente alle dipendenze dell'Esecutivo. Il Governo e la maggioranza negano che questa sia la finalità. Eppure, questo è un esito che appare scontato.

E lo è per due ragioni. In primo luogo, perché praticamente tutti i Paesi europei - credo eccetto il Portogallo - che hanno separato le carriere hanno anche assoggettato il PM alle direttive del Governo. Certo, in questi diversi Paesi questo potere del Governo viene esercitato con più o meno moderazione ed equilibrio nei diversi contesti, a seconda del grado di democraticità di quei Paesi. Il pericolo, però, è il modello Ungheria, e noi non vogliamo proprio andare in quella direzione. Il secondo motivo per cui ci aspettiamo questo esito di subordinazione del PM all'Esecutivo è che ci portano in quella direzione le dichiarazioni, nei confronti della magistratura, da parte di esponenti di Governo e della maggioranza, già ampiamente ricordate in questo dibattito. E proprio a ritenere che questo sia l'obiettivo lo dimostra, in particolare, il reiterato attacco all'indipendenza e all'autonomia della magistratura con la seguente motivazione: i magistrati non sono soggetti eletti.

Sono soggetti non eletti, e come tali non dovrebbero e non devono fare altro che adeguarsi alle decisioni degli eletti. Devono lasciare alla politica decidere. La politica e i politici sono gli unici che possono decidere, in quanto eletti e legittimati dalle elezioni, e come tali sono al di sopra delle norme. Sono affermazioni molto pesanti e, in quanto ripetute continuamente, creano e acuiscono una crisi di rapporti tra politica e magistratura che la riforma sottolinea e amplifica. La riforma viene, infatti, agitata continuamente contro la magistratura in modo punitivo. La cosa è ancora più grave se si considera che il conflitto e la crisi dei rapporti tra magistratura e politica si inserisce in tendenze che stanno emergendo anche a livello globale. Penso agli Stati Uniti di Trump, ad esempio, secondo cui la legittimazione popolare - come dicevo - ottenuta attraverso libere elezioni, deve permettere una libertà di governo senza limiti. E quindi, anche senza i limiti posti dal necessario controllo di legittimità affidato ai giudici.

È molto grave questa tendenza. Si tratta di forme di insofferenza nei confronti dell'idea stessa di democrazia costituzionale. È quell'idea di democrazia costituzionale che è radicata nella nostra Costituzione, che all'articolo 1 recita, in modo molto preciso, che la sovranità appartiene al popolo, ma dice al tempo stesso che questa sovranità il popolo la esercita, non solo nelle forme ma anche nei limiti stabiliti dalla Costituzione stessa.

E questo proprio per evitare, da un Paese che ha conosciuto la dittatura, che ne usciva e che ne sapeva bene le conseguenze, che la democrazia si trasformi in una delega assoluta - quella che invece voi chiedete, anche attraverso la legge sul premierato - a decidere, svilendo le regole della rappresentanza, intimamente connesse a quelle relative al rispetto delle minoranze, svilendo, come oggi state plasticamente facendo in questa maratona che ci avete stupidamente - mi lasciate usare questo termine, “stupidamente” - e senza senso imposto.

In questo contesto, quindi, il rischio e la pericolosità di questa riforma è legata al ruolo che si prospetta per il pubblico ministero nel nuovo assetto, e che è legato e va considerato con il possibile venir meno del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Se viene meno l'obbligatorietà dell'azione penale e il PM decide quali reati perseguire e quali reati privilegiare sulla base di un indirizzo dell'autorità politica, quello che in gioco è qualcosa - questo, sì - di fondamentale per i cittadini. Il cittadino non si preoccupa di sapere se sono separate le carriere, si preoccupa di sapere se siamo tutti uguali davanti alla legge oppure se il reato di qualcuno è un reato su cui si può soprassedere e il reato di qualcun altro no. E quindi, se io, che sono vittima, posso avere come singolo la giustizia a cui ho diritto o sono esposta all'arbitrio di scelte politiche. Come collettività ci espone ed espone tutti i cittadini rispetto a reati, come quelli ambientali, come quelli relativi alla sicurezza sul lavoro, che quando non fossero adeguatamente perseguiti potrebbero compromettere significativamente il benessere collettivo.