Dichiarazione di voto finale
Data: 
Mercoledì, 17 Settembre, 2025
Nome: 
Stefania Marino

A.C. 1917-B

 

Grazie Presidente onorevoli colleghi e colleghe. Oggi ci troviamo a discutere una riforma che, se approvata definitivamente, non rappresenterà un passo avanti per il nostro Paese, ma un salto indietro di decenni.

Una riforma che non nasce, quindi, da un'analisi seria e imparziale dei problemi della giustizia italiana, ma da un calcolo politico e da una pulsione punitiva nei confronti della magistratura e nasce senza un barlume di rispetto per il Parlamento, perché dichiarato da voi immodificabile.

Il Partito Democratico ha espresso - e continuerà ad esprimere - una contrarietà netta e motivata, ma non perché i magistrati abbiano necessità di essere difesi, lo sanno fare bene da soli, ma perché è un attacco alla democrazia.

Innanzitutto perché la cosiddetta separazione delle carriere è soltanto un diversivo del Governo che vuole limitare il potere del PM. Non risponde, infatti, a nessuno dei reali problemi della giustizia italiana: ridurre, ad esempio, i tempi dei processi; incrementare l'organico e implementare la digitalizzazione; intervenire sui servizi di supporto per far sì che la giustizia migliori e diventi più efficiente.

Tutto questo non c'è e i dati che abbiamo non hanno bisogno di essere interpretati. Il Governo Meloni, con l'ultima legge di bilancio, ha previsto tagli per 500 milioni di euro al comparto giustizia nei prossimi due anni.

I tribunali sono al collasso, Presidente, i magistrati e il personale amministrativo sono insufficienti, le udienze del giudice di pace vengono fissate al 2030, le carceri scoppiano - con un tasso di sovraffollamento che supera il 130 per cento - mentre i suicidi di detenuti e agenti penitenziari hanno raggiunto numeri mai visti prima.

Davanti a questo scenario drammatico ci saremmo aspettati investimenti, assunzioni, riforme mirate a ridurre la durata dei processi, a modernizzare il processo telematico, a garantire condizioni umane nelle carceri. E invece no, il Governo sceglie di intervenire sulla Costituzione per dividere le carriere dei magistrati, come se questo fosse l'unica criticità della giustizia in Italia.

Ma non solo, questa riforma è sbagliata nel merito, ma anche nel metodo. Un metodo, d'altronde, che maggioranza e Governo utilizzano ormai da tre anni, un metodo quindi che definire autoritario non solo non è eccessivo ma addirittura riduttivo.

Separando magistrati requirenti e giudicanti, voi assestato un duro colpo alle garanzie degli imputati, formando un corpo di magistrati votati solo all'accusa, magari privilegiando - anche in barba al principio dell'obbligatorietà dell'azione penale e magari su indicazione dell'esecutivo - i reati minori, i reati di strada, i reati nel palinsesto televisivo rispetto ai reati gravi di allarme sociale come la corruzione, i reati contro la pubblica amministrazione e la criminalità organizzata.

Seconda questione, l'estrazione a sorteggio che può portare all'anarchia. Voi avete immaginato l'estrazione a sorteggio come risposta alle correnti. Queste ultime - al di là delle distorsioni e dei limiti - svolgono comunque una funzione di mediazione, di bilanciamento, di ascolto collettivo. Con l'estrazione a sorte, dopo il sorteggio, risponderà solo a sé stesso l'estratto e ce la mandi buona Dio perché i confini sono veramente ignoti quando non si risponde a nessuno e solo a se stessi.

Si è relegato, il Parlamento, al ruolo del semplice ratificatore dei patti di Governo, come se fossimo davanti a un decreto-legge. Questo testo è stato blindato dal Ministro Nordio, fin dalla prima lettura, impermeabile a qualunque proposta di modifica.

Questa non è la democrazia che ci hanno insegnato è un'imposizione, un colpo di maggioranza sulla legge fondamentale dello Stato. E ancora più grave è l'atteggiamento del Ministro che ha invitato la magistratura a non schierarsi sul referendum, un segnale che appare come un tentativo di limitare ulteriormente ogni forma di dissenso e critica.

E poi, approfondendo il merito, le nostre critiche trovano oggettivo fondamento. La separazione delle carriere, di fatto, già esiste. Grazie alla riforma Cartabia un magistrato può cambiare funzione una sola volta entro i nove anni di carriera: parliamo di circa 20 passaggi l'anno su 10.000 magistrati, meno dell'1 per cento.

Serviva davvero, Presidente, una riforma costituzionale per bloccare 20 passaggio all'anno? Oppure, più realisticamente, siamo di fronte a uno scalpo ideologico, parte di un patto politico tra le forze di maggioranza? C'è un rischio enorme quello di spaccare la magistratura in due corpi separati e indebolirla. Due consigli superiori, due carriere, due ordini giudiziari separati. Il risultato? Un corpo di procuratori autoreferenziali con un proprio organo di autogoverno, inevitabilmente più esposto al controllo politico, come già accade in altri Paesi, dove il pubblico ministero dipende dal potere esecutivo. Se davvero infatti l'obiettivo ventilato fosse stato quello di creare un pubblico ministero indipendente, questa riforma ottiene l'effetto opposto. Si rischia di creare quindi un super PM, un accusatore di professione, con l'intero apparato della polizia giudiziaria a disposizione e senza alcun legame con il resto della magistratura. A quel punto, l'unico controllo possibile sarà quello del Governo e il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale - come dicevo poc'anzi -, sancito dalla nostra Costituzione, diventerà una scatola vuota; saranno i politici quindi a decidere quali reati perseguire e quali ignorare. Nel tentativo di indebolire i pubblici ministeri, li renderete quindi ancora più forti, al punto che l'unica soluzione sarà metterli sotto il controllo dell'Esecutivo, e allora sì avremo smantellato, non solo la Costituzione, ma il modello stesso di democrazia liberale, che i nostri padri costituenti hanno costruito. Abbiamo ascoltato autorevoli voci della cultura giuridica, che hanno spiegato come questa separazione delle carriere sia controintuitiva: non rafforza le garanzie, ma concentra il potere, spezza il pluralismo, accentua gli squilibri. Altro monito è stato poi quello che, con la separazione delle carriere, si rischia di formare un corpo di pubblici ministeri chiuso in se stesso e autoreferenziale, inevitabilmente più vicino a una mentalità colpevolista che a un'idea equilibrata di giustizia. La collega Bisa ieri parlava di atto d'amore: mi auguro che quest'atto di amore non diventi come gli innamorati che uccidono la loro donna per amore. È quindi un provvedimento che non accorcia i tempi del processo e non riduce il sovraffollamento delle carceri, come dicevo. Presidente, le riforme istituzionali durano solo se fatte insieme; se sono fatte da sole durano poco perché, ad ogni legislatura, la tentazione della maggioranza politica del momento sarà cambiarle. Penso anche che è sbagliato spaccare il Paese sul terreno delle regole, che dovrebbe unire: averle nel programma - come avete ricordato più volte - non vuol dire imporle al Parlamento e agli italiani. Serve, invece, tutto ciò a spaccare la magistratura, a indebolirne l'autonomia, a preparare il terreno per un controllo politico sull'azione penale. Per questo, ancora una volta, diciamo “no”; diciamo “no” in nome dei principi costituzionali, in nome di una giustizia davvero al servizio dei cittadini, in nome di una democrazia che non deve mai cedere alle tentazioni del potere di oggi, ma pensare alla libertà di domani. In ultimo, signor Presidente, vorrei fare un ringraziamento a tutti coloro che in questa notte ci hanno accompagnato negli interventi e a tutti coloro che, per un principio di democrazia, oggi combattono contro questa riforma costituzionale.