A.C. 1917-B
Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, il nostro giudizio su questo provvedimento è molto chiaro e netto: siamo contrari. Riteniamo, infatti, che questa riforma riduca l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, spingendo il pubblico ministero sempre di più sotto l'influenza, fino al controllo, da parte dell'Esecutivo. Dietro questa proposta non c'è una riflessione serena e condivisa che, proprio per il rango costituzionale, sarebbe stata necessaria e ne è la dimostrazione l'ordine dei lavori che si è scelto in quest'Aula, financo alla seduta fiume.
Ci sono, invece, due motivazioni che appaiono ispiratrici e sono ben precise: un intento punitivo nei confronti della magistratura e un'ossessione ideologica, ormai strutturale nella destra, verso l'attuale assetto della giustizia. Non dobbiamo fare grandi congetture per comprendere l'intento punitivo. Basta leggere i giornali o ascoltare le dichiarazioni pubbliche dei rappresentanti del Governo. Si vuole colpire la magistratura perché, secondo una visione distorta e pericolosa, essa rappresenterebbe un potere nemico, non conforme alla volontà della maggioranza. Ma la magistratura non è tenuta ad attuare programmi di governo, di qualunque Governo. Altresì, occorre garantirne l'autonomia e l'indipendenza.
Accanto all'intento punitivo c'è l'ossessione ideologica. Una fissazione della destra che da decenni propone, ripropone e rilancia la separazione delle carriere come una soluzione a tutto, ignorando le riforme già fatte e, complessivamente, la realtà di quello che è. Con questa riforma si riscrive in maniera radicale l'ordinamento giudiziario, così come fu pensato dai nostri costituenti.
E lo si fa ignorando tutto ciò che è avvenuto in Italia e in Europa negli ultimi trent'anni. Si fa in piena emergenza del comparto giustizia, con una manovra di bilancio che prevede, tra il 2025 e il 2027, 500 milioni di euro di tagli alla giustizia. Questo in un Paese in cui le prime udienze del giudice di pace sono fissate nel 2030, in un Paese in cui il processo telematico è in tilt, in un Paese in cui i cittadini aspettano anni per vedere riconosciuti i propri diritti. Ma il Governo che cosa fa? Anziché intervenire sulle vere emergenze, preferisce alzare la bandiera ideologica della separazione delle carriere. Si presenta un disegno di legge di revisione costituzionale in cui si fanno rassicurazioni sul rispetto dell'indipendenza della magistratura, ma a parole. Nei fatti la si va a compromettere. E non serve appellarsi all'articolo 111 della Costituzione, al principio del giusto processo e al modello accusatorio perché queste norme non impongono affatto un'azione di separazione delle magistrature. È una forzatura, una distorsione propagandistica che questo Governo sta mettendo in atto con un provvedimento che mira, appunto, a separare le carriere, cioè la separazione tra la magistratura requirente e quella giudicante, a sdoppiare il Consiglio superiore della magistratura. Il risultato qual è? La creazione di una casta separata di procuratori autoreferenziali, sempre più vicini al potere politico perché in tutti i sistemi che prevedono la separazione tra pm e giudice, il pubblico ministero finisce sotto il controllo del potere esecutivo. Poi, c'è il sorteggio per la nomina dei membri togati del CSM, una misura che rappresenta un colpo evidente all'autorevolezza e alla legittimazione democratica della rappresentanza togata. In un Paese democratico, le rappresentanze si scelgono con le elezioni, non con il sorteggio. Eppure, proprio la Corte costituzionale ha stabilito che anche un sorteggio parziale all'interno della sezione disciplinare del CSM è incostituzionale. E oggi che cosa fa? Si rilancia e si peggiora tutto ciò. Poi, ovviamente, c'è l'Alta corte con cui, di fatto, si svuota il CSM delle sue funzioni fondamentali. Insomma, la magistratura viene sorvegliata e, dunque, condizionata. Il tutto in un clima politico in cui gli attacchi del Governo verso la magistratura sono all'ordine del giorno. Mi verrebbe da dire anche rispetto alle legittime necessità dell'opposizione. E lo abbiamo sentito negli ultimi giorni dalle parole del Ministro Ciriani.
Insomma, siamo in un contesto evidente, oggettivo e anche dichiarato di ostilità istituzionale verso la magistratura. C'è un clima inquinato, in cui ovviamente si inserisce questa riforma. Di fatto, poi, la separazione delle carriere esiste già. Lo hanno ricordato molti miei colleghi negli interventi di queste ore. Con la riforma Cartabia della scorsa legislatura si è fissato un limite molto stringente. È possibile un solo passaggio di funzione nei primi nove anni di carriera. I numeri parlano già chiaro: meno dell'un per cento dei magistrati cambia funzione. La commistione di ruoli è un problema che, di fatto, è già stato risolto. Ma, ripeto, l'obiettivo è alzare una bandiera ideologica. L'urgenza ovviamente non c'è, ma ci sono invece i veri problemi che la giustizia ha, che sono ovviamente legati alla drammatica lentezza dei processi, da ricercare nella carenza strutturale degli organici negli uffici giudiziari. Il nostro partito, il nostro gruppo, i miei colleghi stanno facendo un'azione a tutto tondo negli uffici giudiziari del nostro Paese e raccolgono questa emergenza. Abbiamo un sistema informatico obsoleto per la mancanza della digitalizzazione, oltre ad un drammatico sovraffollamento carcerario, in violazione di ogni principio costituzionale di rieducazione della pena.
Su tutto questo nella riforma non c'è una parola, non c'è una riga nella riforma. E, allora, non ci si illuda di raccontare agli italiani che questa riforma cambierà qualcosa nella loro vita quotidiana. Non è così.
Per questo, noi non possiamo condividere questo disegno costituzionale perché il fine ultimo cui porta questa riforma non è quello di mettere la giustizia al servizio del cittadino, ma quello di mettere la magistratura al servizio della politica, della vostra politica. Dove è la politica a dire che cosa va perseguito e che cosa no, quali sono i reati sui quali indagare e quali no, e attraverso quali strade. Dunque, cancellare anni di cultura giuridica in Italia, fare carta straccia del principio della separazione dei poteri alla base delle Costituzioni liberali e rendere, alla fine, il cittadino più debole nei confronti della giustizia.
Questo non è lo Stato di diritto, è un'altra cosa. Ecco perché ci opponiamo. Perché la posta in gioco è l'indipendenza della magistratura, che non è un privilegio di casta ma un presidio di garanzia per ogni cittadino. Perché senza magistrati indipendenti, non c'è libertà, non c'è giustizia e non c'è democrazia. E a chi ci accusa di voler difendere lo status quo, rispondiamo con chiarezza che siamo pronti a sederci a un tavolo a discutere di vere riforme, di riforme utili, efficaci condivise, a partire dai problemi che ho evidenziato poc'anzi. Ma noi non siamo disposti a svendere la Costituzione per ragioni ideologiche. Verso il referendum dovrete dire la verità agli italiani. Dovrete dire loro che non state chiedendo se sono soddisfatti o meno della giustizia, ma se sono disposti a cancellare l'equilibrio dei poteri pensato dai costituenti. Dovrete dire loro che volete un Paese dove la magistratura sia sotto il controllo della politica. E siccome sarà difficile che lo facciate, lo faremo noi. Perché non vogliamo un Paese in cui la legge non è più uguale per tutti. Noi non lo vogliamo, ci opporremo con fermezza, con determinazione e, ovviamente, con responsabilità.