A.C. 1917-B
Grazie mille, Presidente. Oggi, nonostante la vuotezza dell'Aula e la distrazione dei colleghi di maggioranza, è una discussione solenne perché non discutiamo di una legge ordinaria ma di una riforma costituzionale, che ha al centro gli equilibri dei poteri della nostra Repubblica. Quando si parla di magistratura, si parla anche del cuore stesso della democrazia parlamentare italiana. Il centrodestra ha sempre fatto della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri un cavallo di battaglia e l'ha presentata come un atto di modernizzazione. Sappiamo bene, però, che non è semplicemente una questione di procedure burocratiche, di ridefinizione di organigrammi o di rapporti all'interno di un corpo dello Stato. Qui si interviene sull'architettura dei poteri dello Stato, su un pilastro che garantisce l'equilibrio tra legalità e politica. Non possiamo dimenticare che, guardando al panorama internazionale, siano stati tanti i Governi che negli ultimi anni hanno intrapreso la strada dell'autoritarismo, cominciando proprio dalla giustizia. Io non voglio, ripeto, non voglio in nessun modo dire che la maggioranza voglia replicare questi modelli, ma vorrei che la maggioranza si renda conto che quando si tocca la materia della giustizia si sta maneggiando un materiale delicatissimo. E se lo si fa senza nessun tipo di condivisione - lo hanno detto tanti colleghi, lo ripeto anch'io - forzando la discussione parlamentare con una seduta fiume in un caso come quello che discutiamo alla Camera, dove non ci sono emendamenti, non sono stati accettati emendamenti, quindi, forzando anche solo la discussione parlamentare per fare in fretta perché ci sono altri impegni, è proprio il segno di un rischio che si corre. Quando si fa una cosa di questo tipo, proprio su una materia come la giustizia, il segnale che si dà è un brutto segnale. Vorrei semplicemente ricordare altri Paesi in cui si è proceduto con forza, con arroganza, a modificare la giustizia: in Polonia, il Paese è diviso dopo che il Governo precedente ha modificato con la forza la composizione del Consiglio nazionale della magistratura, rendendolo dipendente dal Parlamento, e ha istituito camere disciplinari per punire i giudici scomodi. Non c'è bisogno, dopo l'intervento della capogruppo Chiara Braga sulle dolorosissime vicende di Gaza, di ricordare come Israele sia un Paese che è proprio attraversato da una grandissima inquietudine collegata a tante questioni legate alla sicurezza di quello Stato, ma anche alle vicende di una riforma giudiziaria non condivisa con l'opposizione e con una grandissima parte del Paese. Non c'è neanche bisogno di spiegare cosa è successo in Turchia, dove i rapporti conflittuali tra Governo e magistratura sono sempre stati all'ordine del giorno. Per concludere, vorrei ricordare come in Ungheria le riforme del Governo Orban hanno centralizzato il controllo sulla nomina dei giudici, accentrando nel potere esecutivo leve decisive per la carriera dei magistrati.
Sono quattro casi diversi, ma che hanno un filo rosso in comune drammatico, soprattutto in un'epoca come quella in cui viviamo. Ho dimenticato di citare il caso del braccio di ferro tra la Presidenza americana e i giudici, che è uno di quei segnali che tanti osservatori negli Stati Uniti considerano essere un segnale di una rapida discesa di quel grande Paese, faro della democrazia, verso l'autoritarismo. Ecco, sono tutti casi diversi che hanno un filo comune, cioè la riduzione degli spazi di autonomia della giurisdizione per rafforzare il controllo politico. Lo ribadisco, non voglio fare paralleli impropri, ma voglio semplicemente sottolineare quanto questa materia sia incandescente e quanto il modo prepotente, senza ascolto; come citava la collega Boschi in altre occasioni, non si è neanche pensato di inserire un emendamento che riguardava la parità di genere. Cioè il Governo ha proceduto in forma solipsistica, senza attenzione per nessun tipo di suggerimento su questa riforma.
Ecco, questo non è il modo in cui si fa una riforma costituzionale, anche perché la nostra Costituzione ha voluto un pubblico ministero indipendente e vicino al giudice, non per un privilegio corporativo, ma per garantire l'azione penale. Spezzare quel legame significa rischiare di esporre i pubblici ministeri a due derive opposte: da un lato, la vulnerabilità a pressioni esterne; dall'altro, e lo spiegava molto bene l'onorevole Schlein nel suo intervento di questa mattina, l'eccesso di autonomia crea il pericolo di un quarto potere senza contrappesi. Mi rivolgo alla Sottosegretaria Siracusano: io non vorrei che questa riforma che viene da lontano e che è stata discussa tante volte in quest'Aula, tante volte tra i cittadini, crei un problema maggiore di quello che voi pensate di risolvere. Non è un parere solo mio, è un parere di tanti giuristi e osservatori, molto autorevoli, che vedono nella separazione rigida delle carriere il rischio di isolare la procura fino a renderla un attore istituzionale con poteri fortissimi, ma con controlli insufficienti. Prima, il collega Gnassi ha ricordato vari casi di abusi del potere della procura. È questo quello che voi volete ottenere? Un rischio reale di mancato controllo? Non state forse spingendo troppo l'acceleratore per portare uno scalpo alla discussione pubblica, per uno scambio tra le forze di maggioranza, per il simbolo che questa riforma costituisce, che però produrrà un risultato molto peggiore delle vostre intenzioni?
Io ve lo chiedo: qual è la necessità di una riforma così radicale, così radicale nella forma, ma così poco sostanziale? I cittadini - e lo hanno detto tantissimi colleghi - quello che ci chiedono sono processi più rapidi, pene certe, accesso agevole alla giustizia e questa riforma non risponde a nessun tipo di queste priorità. Vorrei richiamare un precedente: le riforme sulla giustizia si possono fare insieme; lo abbiamo fatto, certo non con tutto il Parlamento, ma lo abbiamo fatto, nella scorsa legislatura, varando la riforma Cartabia. Non è stato un testo condiviso da tutti, non tutti l'hanno votato, ma quella riforma nacque da un metodo inclusivo e da un confronto serio e aperto ed è quella condivisione che ne ha dato la reale legittimità. Questa, invece, è una riforma calata dall'alto, imposta con i numeri e anche con un po' di arroganza da parte della maggioranza, senza nessun tipo di confronto con l'opposizione, né con la magistratura, né con la società civile. Voi potrete approvare la riforma, ma resterà monca della legittimazione più alta, quella che in democrazia nasce dalla condivisione. Lo dico in un momento in cui abbiamo discusso molto in altre sedi del linguaggio d'odio, della polarizzazione, della contrapposizione: quando si tocca la Costituzione, si dovrebbe avere la capacità di provare a lavorare insieme, almeno provare, magari poi non ci si riesce; quando poi non ci si riesce, a noi è capitato, mal ce ne ha incolto, perché poi c'è il referendum e dopo c'è una valanga di questioni che emerge. Ma stiamo toccando la Costituzione e la Costituzione non è un terreno di conquista, non è una bandiera di parte, sono le regole comuni che tengono insieme il sistema e noi sappiamo quanto i sistemi sono fragili, soprattutto in un momento come questo, come sono esposti a tensioni sempre maggiori e sempre crescenti. Chi mette mano alla nostra casa comune senza il parere di tutti quelli che ci abitano non la ristruttura, la devasta e gli effetti resteranno, anche qui e anche dopo.
Per questo io davvero rivolgo alla Sottosegretaria, che so condividere i toni, e a tutti voi un invito alla prudenza, alla misura e alla responsabilità: non serve fare della giustizia una prova di forza politica. Il muro contro muro su questa materia, che è una materia costituzionale, non serve, fa male a tutti, a partire da chi la promuove.
Cercate il dialogo, cercate il consenso; solo così una riforma può davvero rafforzare la democrazia. E questo, in un tempo in cui le democrazie sono in difficoltà, dovrebbe essere lo sforzo che tutti facciamo: ascoltarci e, sulle cose fondamentali che ci tengono insieme, procedere insieme.