Signor Presidente, abbiamo negli occhi tutti quanti noi in questi giorni le drammatiche scene a cui abbiamo assistito a Roma, Milano e Ventimiglia, che danno la chiara dimensione del fenomeno dell'immigrazione, ormai a tutti gli effetti riconosciuto come un fenomeno mondiale non più risolvibile con gli attuali strumenti di Governo e di collaborazione internazionale che possediamo. A dire il vero, signor Presidente, e va ricordato, abbiamo assistito ad una gara di solidarietà che ha visto protagonisti tantissimi cittadini, a Roma, a Milano e a Ventimiglia. Vorrei sottolineare quello che è accaduto a Roma, da romano e da parlamentare romano, in cui molti cittadini si sono recati alla tendopoli, al centro Baobab dove sono accolti i profughi e i richiedenti asilo, quasi a voler rivendicare che il nome di quell'inchiesta – Mafia Capitale, appunto, con il nome mafia accostato al nome della Capitale – sia francamente ingiusto.
I romani sono un'altra cosa. Al di là dell'analisi e delle misure da intraprendere in sede europea per contrastare il fenomeno dei mercanti di migranti e per risolvere i problemi dovuti ai conflitti scatenati nelle zone da cui le popolazioni fuggono – è bene ricordare che quella è una fuga dagli stermini, dalla fame e da ogni sorta di violenza – e al di là delle valutazioni fatte in merito agli scenari internazionali, l'Italia è obbligata, obbligata dai fatti e, vale la pena ricordare, anche dalla nostra Costituzione, nonché da leggi e convenzioni internazionali volte a garantire accoglienza, protezione e tutela a chi domanda asilo politico nel nostro Paese.
L'esodo che si sta verificando e l'atteggiamento dei Paesi europei in riferimento alla chiusura dei confini ed al blocco della Convenzione di Schengen ha messo in difficoltà la nostra capacità ricettiva e la qualità dei nostri livelli di organizzazione relativamente al controllo, allo smistamento ed al soccorso e accoglienza dei profughi. In realtà, ci sono stati picchi di difficoltà dovuti al nostro sistema di accoglienza, non più compatibile coi nuovi scenari, e siamo costretti ad operare sempre in emergenza. È proprio nella gestione dell'emergenza, è proprio da qui, è proprio qui che si inserisce la criminalità organizzata, che è riuscita a creare il business sull'immigrazione e sulla gestione dei centri di accoglienza e dei campi rom. Si è così arrivati al quadro desolante, ma tutt'altro che inatteso, che abbiamo di fronte. Gli sviluppi dell'inchiesta mondo di mezzo 2, conosciuta anche come Mafia Capitale, si inseriscono infatti nella ripetuta e continuata gestione in emergenza dell'accoglienza delle persone che approdano nelle nostre coste innescando così un meccanismo corruttivo e criminale. Nella gestione delle strutture si è infiltrata, spesso, gente priva di scrupoli, senza alcuna esperienza e competenza, interessata solo agli affari e non alla tutela e al rispetto dei diritti dei profughi.
Qui però, Presidente, è bene distinguere: non parliamo degli operatori, dei lavoratori e dei volontari che spesso si adoperano in condizioni drammatiche, va ricordato, e che in alcuni casi pagano anche il prezzo di questo malaffare, come ad esempio, lo voglio ricordare, i 1.800 lavoratori della cooperativa 29 giugno, la cooperativa sociale di Buzzi; quei lavoratori sono lavoratori socialmente svantaggiati, spesso ex-detenuti, a bassissimo reddito, cui va invece il nostro pensiero, a loro e agli altri, rischiano di diventare le altre vittime oltre ai profughi e ai richiedenti asilo, e che nulla hanno a che vedere con chi sull'immigrazione fino a oggi ha lucrato. Ma l'inchiesta, oltre alle responsabilità soggettive, mette sotto accusa un intero sistema e la filosofia che quel sistema lo ha prodotto. È il modello del «megacentro» di accoglienza o del «mega campo nomadi» come quelli di Roma, centri nati per concentrare in un unico punto tanti profughi, tanti richiedenti, tanti immigrati, come appunto il CARA di Mineo, dove si ospitano 4 mila profughi, dove si è arrivati a cifre addirittura superiori ai 5 mila, e che si rivelato sbagliato sotto tutti i punti di vista; in primis è sbagliato per ciò che riguarda la dignità degli stessi profughi, che diventano, bene che vada, facile merce da comprare e sfruttare.
Se volessimo proprio rendere utile il nostro contributo oggi, il nostro dibattito bisognerebbe riflettere proprio su queste soluzioni legate all'accoglienza, elaborando un nuovo modello di distribuzione meno concentrata, ma più diffusa dei richiedenti nel nostro territorio, così come il Governo sta tentando, con molte difficoltà, in questi giorni di fare, costruire cioè un sistema che faccia comprendere fino in fondo che accogliere vuol dire occuparsi davvero di chi scappa da guerre e fame, per affermare e dimostrare, fino in fondo, la differenza tra chi vuole solo lucrare sugli uomini, le donne e i bambini che cercano da noi un futuro diverso e chi invece vuole occuparsi davvero di chi si rivolge a noi per garantirsi un futuro.
Ormai è chiaro ed evidente che luoghi come questi sono diventati, inevitabilmente appetibili per chi vuole lucrare, ecco perché si insinua il malaffare nella gestione dei centri. Odevaine nell'interrogatorio si autodefinisce un «facilitatore» perché a quella gestione ci si può arrivare muovendosi nei meandri di relazioni, di contatti, di conoscenze, ma anche perché bisogna saper interpretare bandi, leggi, direttive e là dove è possibile, cercare di condizionarli. Sono processi complicati, si vince solo se ci si associa, se ci si consorzia, se si garantisce solidità economica e capacità di persuasione utilizzando anche, quando serve, la corruzione, e non solo, anche il fango.
Come è successo per il CARA di Castelnuovo di Porto, dove appunto Buzzi e Carminati perdono la gara e tentano di infangare il nome del presidente del TAR, che gli da torto sul ricorso.
La richiesta inviata al prefetto di Catania dall'Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, ritenendo irregolari le procedure d'affido, si inserisce proprio in questo quadro.
Spetta ora al prefetto la decisione di commissariare la gestione del centro di assistenza rifugiati e richiedenti asilo più grande d'Europa. I pubblici ministeri di Catania, che sull'inchiesta lavorano in coordinamento con i colleghi di Roma, ipotizzano che gli indagati «turbavano le gare di appalto per l'affidamento della gestione del CARA del 2011» – e vorrei sottolinearlo: 2011 – e «prorogavano reiteratamente l'affidamento e prevedevano gare idonee a condizionare la scelta del contraente, con riferimento alla gara di appalto 2014».
Veniva ricordato quanto scriveva appunto il 25 febbraio Raffaele Cantone: «La gara è illegittima perché in contrasto con i principi di concorrenza, proporzionalità, trasparenza, imparzialità ed economicità». Sotto accusa è quindi quel general contractor, che determina l'appetibile appalto da 100 milioni di euro. È questa dimensione, questa dimensione economica che genera tutto. È questo che dobbiamo capire.
Ci chiediamo: ma se fossero stati sei o sette i lotti su cui imbastire la gara; se si fosse favorita la partecipazione di soggetti diversi, favorendo logiche di controllo ed autocontrollo più incisive, tutto questo sarebbe successo ? Dice appunto l'Autorità di controllo: «in quanto espressione di un oggetto contrattuale che, in realtà, si riferisce ad appalti differenti, che avrebbero dovuto essere aggiudicati con separate procedure di gara, ovvero con una ragionevole suddivisione in lotti» funzionali e autonomi. Invece, con un'unica procedura di gara, si è «proceduto all'affidamento di contratti che vanno dall'appalto del servizio di gestione amministrativa e di assistenza presso il centro, all'appalto del servizio di assistenza generica alla persona, del servizio di assistenza sanitaria, all'appalto del servizio di pulizia e igiene ambientale, del servizio di ristorazione, all'appalto di forniture agli ospiti, all'appalto del servizio di manutenzione dell'impiantistica insistente presso il centro».
Una scelta, a parere dell'ANAC, in contrasto con le nostre leggi, che prevedono: «Nel rispetto della disciplina comunitaria in materia di appalti pubblici, al fine di favorire l'accesso delle piccole e medie imprese, le stazioni appaltanti devono, ove possibile ed economicamente conveniente, suddividere gli appalti in lotti funzionali». I criteri di partecipazione alle gare devono infatti – secondo la normativa citata – «essere tali da non escludere le piccole e medie imprese». «L'indicazione dell'importo a base d'asta in maniera complessiva» – conclude l'Authority – «senza indicazione degli importi per i singoli servizi, forniture e lavori messi a gara, non risulta conforme ai principi di concorrenza, proporzionalità, trasparenza, imparzialità ed economicità, né consente di compiere una ragionevole valutazione delle offerte economiche». La controprova dell'assenza di concorrenza e di convenienza per la stazione appaltante è dimostrata dal fatto che, oltre all'istante, v’è stato un solo concorrente che ha partecipato alla procedura – il gestore uscente – cui è stato aggiudicato l'appalto con un ribasso molto ridotto, pari a 1,00671 per cento sul prezzo.
Cantone ha disposto la trasmissione degli atti alle procure della Repubblica competenti, quella di Catania e quella di Caltagirone: i rilievi mossi all'appalto del 2014 possono essere agevolmente applicati anche al primo appalto del 2011 e al secondo del 2012. Entrambi sono inficiati dall'essere stati una gara cucita su un'offerta all inclusive, cosiddetta «chiavi in mano», in cui si sa già chi vince: chi ha la disponibilità totale di servizi, forniture, immobili per far fuori le piccole e medie imprese. È proprio qui che si inseriscono gli Odevaine, i Buzzi, i Carminati. Infatti, sul filone romano dell'inchiesta, sono le stesse logiche che hanno prodotto l'interesse del malaffare sui grandi campi nomadi. Anche lì il global contractor, che racchiude appunto la possibilità di gestire insieme tutti i servizi. Anche lì è la dimensione dei campi, il numero di nomadi che essi contengono, la gestione globale dei servizi messi a gara, o affidati, che rende elevato l'appalto economicamente, e che quindi lo rendeva appetibile a Mafia capitale. Solo pochi sono in grado di fornire tutti i servizi. È questo che elimina la concorrenza ed è in questo modo che è più difficile il controllo sulla qualità e sulla regolarità dei servizi erogati. L'associazione mafiosa sta nell'organizzazione di questo sistema di offerta, che sfugge al controllo e crea la forza economica e quindi la capacità persuasiva su chi dovrebbe controllare.
Ora, le inchieste stanno andando avanti e consegneranno nuovi atti. Noi ci auguriamo che servano ad estirpare tutto ciò. Tutti noi sosteniamo lo sforzo delle procure di Roma e di Catania affinché, appunto, si arrivi a conclusione. Saranno i processi, che noi speriamo si facciano presto, a stabilire tutte le responsabilità.
Per noi – lo abbiamo già detto – un avviso di garanzia è un atto dovuto nei riguardi di chi viene coinvolto da un'inchiesta; non è una condanna, e come tale va trattato. Peraltro, il sottosegretario Castiglione verrà in audizione nella Commissione d'inchiesta sui CIE. Di recente ci sono state assoluzioni clamorose, Presidente, nei confronti di amministratori locali che hanno scelto di dimettersi o che sono stati costretti a farlo prima dell'esito processuale. È bene ricordarsene oggi in occasioni come questa.
Ebbene, per questo in questo momento a noi interessa di più mettere sotto accusa un sistema, dando, su questo sì, un giudizio politico e di merito, perché poi il nostro compito sarà di correggere quelle storture che hanno permesso tutto questo. È un sistema inaugurato, lo voglio ancora una volta ribadire, nel 2011 – non c'era il Governo Renzi – e per questo noi non vogliamo anticipare, al momento, il giudizio della magistratura.
Data:
Lunedì, 22 Giugno, 2015
Nome:
Marco Miccoli