Grazie Presidente, colleghe e colleghi, sottosegretario, secondo dati ISTAT pubblicati a novembre 2014, nel 2013 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 514.308 bambini, quasi 20 mila in meno rispetto al 2012, mentre sono 509 mila le nascite nel 2014, 5 mila in meno rispetto all'anno precedente 2013, il livello minimo dall'unità d'Italia. Questo dato conferma che è in atto da tempo una nuova fase di riduzione della natalità: oltre 62 mila nascite in meno a partire dal 2008. Gli ultimi provvedimenti del Governo varati con la legge di stabilità, cioè il bonus bebè, l'assegno annuo di 960 euro erogato per ogni nuova nascita o adozione fino al 31 dicembre 2018, lo stanziamento di 100 milioni di euro per il rilancio del piano per lo sviluppo del sistema territoriale dei servizi socio-educativi per la prima infanzia, lo stanziamento di 45 milioni di euro per l'anno 2015 a favore dei nuclei familiari con un numero di figli minori pari o superiore a quattro, gli incrementi per il Fondo delle politiche sociali o per quello delle famiglia,l'emanazione del decreto legislativo a sostegno della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, di cui alla legge n. 183 del 2014, assumono un significato rilevante al fine di contrastare il trend negativo della natalità.
Non dobbiamo però dimenticare quali sono i fattori che sottostanno dietro a questo grande problema che pare non avere la stessa dimensione negli altri Paesi europei. È noto che il sistema economico italiano è caratterizzato da un basso grado di coinvolgimento della popolazione femminile in età attiva nel mercato del lavoro, un dato molto distante da quello dei Paesi dell'Unione europea comparabili all'Italia per livello di sviluppo economico. In un periodo di difficoltà economica sono soprattutto le donne a subire nell'immediato le conseguenze negative e a godere più tardi dei benefici della ripresa. Secondo gli ultimi dati Eurostat, in Italia il tasso di disoccupazione giovanile è al 41 per cento, contro una media nei Paesi europei del 24,2 per cento. E la situazione delle giovani donne è ancora più negativa perché arriva a oltre il 50 per cento. Tutto ciò è naturalmente intollerabile, oltre che profondamente ingiusto. In Italia sono sempre più le ragazze che si laureano e le giovani spesso superano i loro coetanei, non solo nell'istruzione, ma anche per certi versi nel consumo di cultura. Rattrista però constatare che questo impegno nell'accrescere il proprio bagaglio di conoscenze, nell'arricchire il proprio capitale umano non trovi poi in generale, ma in particolare per le donne, un adeguato riscontro nel mondo del lavoro. Il mercato del lavoro purtroppo penalizza maggiormente le donne alle quali non è adeguatamente riconosciuto, né il doppio lavoro che svolgono in famiglia e fuori, né tantomeno il diritto alla maternità. Come può definirsi civile un Paese in cui una donna che ha un'occupazione precaria non può programmare la nascita di un figlio senza mettere in pericolo il proprio posto di lavoro ?
Occorre,quindi, concentrare l'attenzione sul tema della conciliazione tra famiglia e lavoro per agevolare e favorire l'ingresso delle donne in ogni settore e auspicare una piena affermazione del ruolo che esse possono svolgere. Un basso livello occupazionale femminile rappresenta uno dei fattori di debolezza della nostra economia al quale è necessario porre rimedio. Lo dimostrano tantissime ricerche: un incremento dell'occupazione femminile determinerebbe un importante aumento del PIL, oltreché, di conseguenza, un aumento della natalità. In Italia dobbiamo fare i conti, oltre che con il gender gap, la differenza a livello professionale e retributivo tra donna e uomo, anche con il divario tra figli desiderati e figli avuti, proprio a causa delle difficoltà economiche e della difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Dobbiamo oggi obbligatoriamente risolvere il problema dell'occupazione femminile, anche per colmare le lacune dal punto di vista culturale che ancora permeano il mondo del lavoro per favorire la cosiddetta conciliazione. L'esclusione dal mondo del lavoro dopo la prima maternità o la difficoltà di fare carriera per la donna che ha figli non dovrebbero avere cittadinanza nel nostro Paese.
Al contempo, occorre rafforzare i servizi offerti alla prima infanzia. Se l'Italia ha da sempre una buona copertura degli asili pubblici dai 3 anni in su, tra i più alti in Europa, pari al 90 per cento, è molto carente per la fascia da zero a 3 anni: 15 per cento al centro- nord e 2 per cento al sud. E non ha mai adeguato gli orari degli asili alle esigenze professionali delle donne.
Negli altri Paesi europei c’è questa copertura di esigenze: asili aperti ventiquattro ore al giorno, pubblici o privati con sostegni statali; una maggiore diffusione di asili aziendali e negli enti pubblici. In Italia, l'ammortizzatore sociale che sopperisce a questa inefficienza del welfare è rappresentato dalle nonne, che si occupano a tempo pieno del 20 cento dei bambini, se le madri lavorano, o dalle stesse madri se non lavorano. In Emilia Romagna, dove si ha il maggior numero di occupate in Italia (62 per cento), il numero dei nidi è cresciuto (i comuni attrezzati sono l'80 per cento) e ha raggiunto gli obiettivi suggeriti dall'Unione europea, e dove orari e tipologia sono diversificati, il tasso di natalità è aumentato; a differenza di quanto avviene al sud, dove sono molto bassi entrambi gli indici: occupazione e natalità.
Per rendere l'Italia un Paese allineato con i Paesi del Nord Europa occorrono, quindi, politiche concrete e durature, che si pongano l'obiettivo di sostenere ed incrementare politiche attive e misure efficaci di sostegno per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, con particolare riguardo a chi ha redditi bassi e discontinui; occorre promuovere politiche sociali di sostegno alla maternità e paternità, anche attraverso l'incremento delle strutture e dei servizi socio-educativi per l'infanzia, e, in particolare, per la fascia neonatale e prescolastica, garantendone l'attuazione e l'uniformità delle prestazioni su tutto il territorio nazionale, confermando, altresì, il tempo pieno in ambito scolastico; occorre dare continuità alla misura del «bonus bebè»; occorre incrementare la quota del bilancio statale destinata alle politiche di sostegno alla famiglia; occorre l'introduzione di misure stabili, che garantiscano il diritto alla genitorialità e, in particolare, alle madri di poter scegliere la maternità senza rinunciare al lavoro.
Per questo, la discussione che stiamo affrontando è di particolare rilevanza. Mi auguro che nel prosieguo della discussione in quest'Aula abbiamo davvero la possibilità di affrontare in modo trasversale questi temi, perché il tema della conciliazione e il tema della natalità sono temi che aiutano il Paese dal punto di vista economico e dal punto di vista del grado di civiltà che il Paese può raggiungere.
Data:
Lunedì, 13 Aprile, 2015
Nome:
Cinzia Maria Fontana