Discussione sulle linee generali
Data: 
Mercoledì, 6 Luglio, 2016
Nome: 
Khalid Chaouki

A.C. 3953

Presidente, vorrei iniziare, in questa discussione sulle linee generali, intanto a contestualizzare il nostro dibattito rispetto a questo decreto missioni, dicendo esattamente dove ci troviamo, qual è il momento storico che stiamo vivendo, a differenza di alcuni colleghi, a partire dalla collega Spadoni e altri, che cercano di interpretare questo dibattito come un luogo dove fare polemiche, immaginando l'Italia come fosse una Svizzera o come fossimo Alice nel paese delle meraviglie, dove possiamo agire indisturbatamente rispetto a un contesto, quello mediterraneo in particolare, in cui non siamo semplicemente un Paese che si affaccia su questa regione così turbata, oggi, dal terrorismo, dalle guerre, dall'instabilità, ma siamo un Paese che è pienamente mediterraneo, un Paese che deve fare i conti con una storia, con una sua serie di relazioni e con una serie di rapporti che, ovviamente, ne condizionano la politica, ma, soprattutto, lo devono interrogare sulle proprie responsabilità. 
E allora, proprio in questo spirito di responsabilità, credo che questa proposta di finanziamento di diverse missioni internazionali e di cooperazione dobbiamo interpretarla un po’ tutti, facendo davvero una fatica per andare al di là delle polemiche sterili, a cui purtroppo assistiamo di mese in mese, e rendendoci conto che, invece, tra le righe di questo provvedimento c’è un salto di qualità che, in questi anni di Governo, abbiamo cercato di introdurre attraverso anche il dialogo positivo nel Parlamento con il Governo e nel contesto europeo e internazionale. 
Questa è una premessa importante per dirci davvero con onestà che non è così banale, né ovvio, né semplice, trovare alleati puri, perfetti, o cercare immediatamente di chiuderci rispetto ad alcune proposte di cooperazione e di collaborazione. Il primo elemento importante in questo provvedimento, lo spirito collante, direi, dal mio punto di vista, dal nostro punto di vista, in questo progetto è quello, innanzitutto, di cambiare il paradigma nelle relazioni internazionali e nei rapporti con i Paesi che vivono oggi un'uscita da una crisi drammatica, o una fase di stabilizzazione, o ancora, purtroppo, una situazione di conflitto. 
Il filo rosso che lega tutti i provvedimenti riguarda, innanzitutto, un paradigma diverso di cooperazione: noi abbiamo smesso di guardare questi Paesi dall'alto verso il basso, innanzitutto; nell'intenzione della proposta, i soldi andranno in progetti che intanto vedono una partnership reale, vera, con le società autoctone, con quelle popolazioni, con quelle società civili e, fatemi dire, a proposito dell'esempio citato dalla collega Spadoni, l'Afghanistan: ma noi ci possiamo immaginare cosa sarebbe stato oggi l'Afghanistan senza un impegno internazionale ? Siamo pronti ad offrire, oggi, in modo onesto e serio, quale sarebbe la controprova, in assenza della presenza, comunque faticosa e difficile, e dei tanti sacrifici della comunità internazionale ? Cosa ne sarebbe delle tante donne che, comunque, oggi, sono presenti in quel contesto e che provano con fatica a svolgere un lavoro nella politica, nelle istituzioni, nelle scuole ? Cosa sarebbero le scuole afgane oggi ? Magari non è tutto così, sicuramente è una presenza che soffre, che rischia tutti i giorni ancora più di noi e dei nostri militari, ma quale sarebbe, oggi, lo spazio per l'educazione delle bambine e dei bambini nelle scuole afgane, se non ci fosse stato un contributo internazionale e anche il sacrificio di tante nostre donne e uomini delle istituzioni, a partire dalle Forze armate e non solo ? 
Cosa sarebbe, oggi, per esempio, anche dell'Iraq, dove abbiamo cercato di sostenere, nella parte curda in particolare, un percorso, piano piano, di stabilizzazione in alcune aree, o il tentativo di riuscire a contrastare Daesh, non come si è fatto in passato – condivido le scelte sbagliate del passato, il processo tra virgolette all'Amministrazione Blair lo racconta, oggi, a Londra –, ma cercando di sostenere quelle popolazioni che, con coraggio, decidono di liberarsi dal terrorismo, dal radicalismo, da Daesh, grazie a un supporto anche delle nostre Forze armate, dei nostri addestratori e del nostro supporto ? 
Cosa sarebbero oggi – e questa è la domanda che rivolgo a tutti i colleghi in quest'Aula – queste società, a partire dall'Afghanistan, la Somalia e tante altre realtà, senza comunque una presenza o un impegno internazionale ? Credo che, se siamo onesti, diremmo che, purtroppo, ci sarebbe una situazione molto peggiore di oggi. Non è sufficiente ? Non è adeguata ? Non basta ? Siamo d'accordo, ma sicuramente servirà più cooperazione, più sostegno, più trasparenza e non decidere, in modo deliberato e irresponsabile, di ritirarci, immaginando chissà quale miracolo potrebbe risolvere il destino di quelle popolazioni. 
È in quest'ottica di supporto, di accompagnamento alle società civili e alle popolazioni e a quei Governi che noi intendiamo immaginare una nuova forma di cooperazione e di supporto. Lo facciamo in questo provvedimento attraverso il sostegno, ovviamente, attraverso quello che sono le nostre Forze armate, ma lo facciamo anche attraverso un sostegno importante e decisivo della società civile, attraverso il sostegno alla conciliazione, attraverso il sostegno alle società civili. 
L'esempio possono essere la Tunisia e la Libia: due Paesi che non rappresentano per noi un'opzione ipotetica di relazione con Paesi lontani, ma devono rappresentare – e lo stanno rappresentando sempre di più – un'opzione di relazione di politica domestica, anche rispetto alle conseguenze sui temi dell'immigrazione e del terrorismo, e soprattutto un debito di supporto rispetto a quelle popolazioni e a quello che stanno pagando, insieme all'Europa, in termini di vittime del terrorismo. 
Noi dobbiamo capovolgere questa prospettiva, immaginare i rapporti e il sostegno alla Libia e alla Tunisia, come stiamo facendo in questo provvedimento, come un contributo a noi stessi e non un contributo semplicemente di aiuto a quelle popolazioni. Addestrare, appunto, anche lì, le polizie, come avviene per la Libia, e sostenere l'economia tunisina è un inizio importante per dare anche una risposta diversa rispetto al passato su come prevenire anche i flussi dell'immigrazione incontrollata o su come costruire una cooperazione con quei Paesi, basata, da una parte, sul sostegno alla stabilità, ma, dall'altra, anche su un supporto alla società civile e, quindi, anche al tema dei diritti umani. 
Questo, cari colleghi e Presidente, vorrei fosse riconosciuto nello sforzo anche di questo provvedimento, perché non è semplice e chi la fa facile, oggi, non racconta una verità di chiunque, come noi, si affaccia quotidianamente alle dinamiche della geopolitica, del Mediterraneo e di quelle che sono le notizie di morte e la cronaca quotidiana di attentati, che tocca ugualmente l'Occidente, ma tocca, purtroppo, anche quelle popolazioni e quelle società. 
Dopo il supporto alle società, come abbiamo detto, in Afghanistan e in Iraq, dopo il tema dell'addestramento alle Forze armate riguardo anche alla Somalia, dove sicuramente non possiamo immaginare che finisca improvvisamente quella guerra civile, ma sicuramente non possiamo avere una titubanza tra il movimento terroristico di matrice islamica di Al-Shabaab e il tentativo di consolidare un Governo transitorio e di sostegno a quello che è un'opzione comunque democratica, c’è il tema della ricostruzione e della riconciliazione; e poi c’è un tema importante – e mi avvio alla chiusura – rispetto a quella che è una coerenza che ci viene richiesta e che ha pagato, perché non è vero che l'Italia, oggi, sul terreno della cooperazione non ha ottenuto risultati. 
Cito due esempi per raccontare di come questa coerenza del nostro Governo e di questa nostra maggioranza, in un dibattito positivo qui in Parlamento, abbia portato a due risultati importanti. Il primo è sul tema dell'immigrazione: sicuramente non si è risolto ancora tutto, sappiamo che l'Europa non sta mantenendo i suoi impegni rispetto al dovere di assumersi una responsabilità nella ricollocazione e nella ripartizione del richiedenti asilo, ma un impegno serio, che abbiamo mantenuto per anni sostenendo, per esempio, l'Agenzia per i rifugiati palestinesi, l'UNRWA, attraverso la guida importante di Filippo Grandi, ha portato e ha fatto sì che quella persona, stimata da tutti, Filippo Grandi, sia diventato oggi Commissario dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. È un risultato sì o no, questo ? È frutto non del Partito Democratico o di questo Governo, ma è frutto di una capacità di investire per anni su un processo di cooperazione internazionale attraverso la valorizzazione dei nostri uomini e attraverso una capacità, tutta italiana, di costruire rapporti positivi a livello internazionale nel Mediterraneo. 
Il secondo elemento – ed è importante per raccontare di come una coerenza abbia pagato e stia pagando anche sul fronte delle rapporti con l'Africa, per esempio – è la decisione straordinaria, che tutti dobbiamo riconoscere, importante, che è stata quella portata avanti dal Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, di impegnarci tutti quanti per recuperare un relitto di una nave che affondò nel Mediterraneo nel 2015, con oltre 600 morti, che per noi poteva rappresentare semplicemente un numero come tanti numeri, ma che il nostro impegno, la volontà di un Paese straordinario come l'Italia, della sua Marina militare, delle sue Capitanerie di porto e del suo volontariato, ha fatto sì di tradurre in pratica quello che è una civiltà del nostro Paese, di tradurre in politica quelli che sono ancora alcuni valori, che tutti quanti diciamo, ma che poi, di fronte magari alla paura di perdere qualche voto, non tutti portano avanti con coerenza. 
Perché questo è il punto vero: c’è chi, in quest'Aula, parla di valori, di principi umani e di dover, appunto, cambiare cercando di aiutare le popolazioni, ma poi, di fronte al rischio di spiegare, ovviamente con fatica e con difficoltà, le proprie decisioni a una società italiana che talvolta è impaurita, talvolta è indotta alla paura, talvolta vive ovviamente una difficoltà e una crisi economica e sociale, non è in grado di portare con coerenza quei valori, spiegandoli anche alle persone fuori da noi. 
È questo il punto: dove siamo coerenti, noi riusciamo ad ottenere dei risultati. Recuperando quel relitto, investendo tutte le nostre energie, ringraziando le nostre Forze armate per il lavoro straordinario che hanno fatto, abbiamo dato un messaggio importante sia all'Europa, ma soprattutto ai Paesi africani, dicendo che non si può più accettare semplicemente la conta dei morti nel Mediterraneo e che, forse, quei tanti giovani, quelle migliaia di giovani africani potrebbero oggi costruire un futuro positivo per loro stessi anche in Africa, attraverso però un impegno serio, vero, di cooperazione e di investimento sullo sviluppo sostenibile in quei Paesi. 
È stata la storia del Migration Compact, quindi non solo azione umanitaria, ma anche una proposta pragmatica di cooperazione, che purtroppo non ho sentito in quest'Aula da parte delle altre forze dell'opposizione. Cosa c’è di male nel riconoscere che quella misura, quella proposta ha fatto sì che la Commissione europea abbia deciso finalmente di andare oltre la visione miope di fermarci a ripartire migliaia di persone, a dividerci in Europa e dire che forse la risposta più lungimirante è costruire sviluppo in quei Paesi e quindi investire risorse per portare lì crescita, portare lì anche le nostre imprese ad esser partner di quei Paesi e magari anche non dover più fare questa conta dei morti ? 
Questo è un altro esempio, Presidente, per dire che dobbiamo davvero fare un salto di qualità come Paese però, come Parlamento nel suo insieme, dicendoci una verità: in termini di politica internazionale, nel contesto che viviamo oggi, non si può essere semplicemente d'accordo o contrari; serve uno sforzo condiviso, che abbiamo cercato, in quest'Aula ed in Commissione, cercando di invitare tutti davvero a non volere sventolare la bandierina di un emendamento in più o di un emendamento in meno, ma ad essere all'altezza della storia del nostro Paese, della sua responsabilità per la sua posizione geografica, per la sua storia, di portare avanti un progetto che sia un progetto davvero di un'Italia che comunque oggi riesce a testimoniare nel mondo; è la storia dei nostri connazionali a Dacca, che purtroppo sono morti in quel tragico attentato, raccontano di una grande Italia che è in tutto il mondo, dove appunto fa business, fa del bene, cerca di sostenere le popolazioni dove si trova e soprattutto è riconosciuta per la sua davvero importante apertura al dialogo ed all'incontro con i popoli che incontra. 
Questo è lo sforzo che noi chiediamo, che io chiedo a tutti i colleghi di questo Parlamento, dicendo che infine anche su un tema delicato ed importante come quello della sfida al terrorismo di matrice islamica, di quello che è il pericolo che incombe anche in Europa e che tocca purtroppo molti giovani europei e che ha portato tanti giovani a militare per il terrorismo, per il jihadismo, per appunto far sì che siano oggi i principali nemici delle società dove hanno vissuto, a noi ci aspetta e ci attende uno sforzo condiviso, perché la sfida della lotta al terrorismo anche di matrice islamica non si può combattere solo con le armi o con le forze polizia, ma va combattuta, Presidente – e chiudo –, con un senso di comunità più ampio ed il progetto anche in I Commissione sulla prevenzione del radicalismo e della radicalizzazione è un progetto su cui speriamo ci sia davvero l'intenzione di lavorare tutti insieme.