Grazie, Presidente. Non posso che prendere le mosse dalla relazione con la quale la presidente Bindi, in quanto relatrice, ha fatto il punto su questo lavoro della Commissione parlamentare antimafia. È davvero un altro lavoro importante, un lavoro coraggioso perché ha concentrato l'attenzione della Commissione sul rapporto tra mafie e politica.
Lo ricordava la presidente Bindi, quante volte ci siamo soffermati a riflettere sulla forza delle mafie, che non è interna alle mafie. Se per mafie intendiamo quelle organizzazioni criminali con quelle caratteristiche che conosciamo, la forza delle mafie, come ci ha abituato a dire il professor Dalla Chiesa, sta tanto fuori dalle mafie. Non c’è mafia, non ci sono mafie senza relazione con la politica, con i politici.
Ricordo la requisitoria finale del procuratore Caselli durante il processo Minotauro a Torino. Quanto ha insistito il procuratore Caselli, anche in quella requisitoria finale, nel dire che se non ci sono relazioni esterne all'organizzazione criminale, non c’è mafia; c’è mafia proprio perché c’è quella capacità di infiltrare, condizionare, pervertire l'attività della politica.
E allora il lavoro della Commissione antimafia, illustrato dalla presidente Bindi, è stato importante intanto perché ci ha fatto concentrare ancora una volta su questo rapporto, producendo, come diceva la presidente Bindi, un codice di autoregolamentazione, che prende ancora le mosse – e non poteva che fare così – dal momento giudiziario, dal momento della sanzione penale, però per spingersi oltre. Proprio in quanto codice di autoregolamentazione, che – certo – informerà anche alcune proposte di legge, il codice di autoregolamentazione, per sua stessa definizione, si spinge oltre il momento della sanzione penale per mettere in evidenza un confine, che – citando un altro presidente della Commissione parlamentare antimafia della XV legislatura, l'onorevole Forgione – è quel confine che traccia la distanza tra il penalmente rilevante e l'eticamente ripugnante.
C’è qualcosa, ci sono quelle condotte che sono penalmente rilevanti e sono penalmente rilevanti perché per convenzione si è ritenuto di fissarle all'interno del codice penale per sanzionarle.
E, poi, ci sono tutte quelle altre condotte, che magari non sono penalmente rilevanti, ma che dovrebbero essere ritenute, soprattutto da chi fa politica, eticamente ripugnanti e come tali essere considerate degli spartiacque. In questo senso, il codice di autoregolamentazione proposto dalla Commissione parlamentare antimafia e votato all'unanimità si colloca sul confine perché, come ha descritto bene la presidente Bindi, nel descrivere quelle condotte che vorremmo rappresentassero uno stopalle scelte dei partiti, delle liste civiche, dei movimenti, delle reti nel proporre delle candidature, fa riferimento all'attività giurisdizionale e penale, ma, in quanto codice di autoregolamentazione, presuppone quell'adesione volontaria che dovrebbe di per sé costituire elemento virtuoso nella dinamica interna del partito, del movimento, della lista, per far sì che si vada oltre e che ci si ponga una questione. E la questione è quella dell'opportunità di questa o quella candidatura, al di là del fatto che esista una norma penale cogente che impedisca questa o quella candidatura. In altre parole, la domanda fondamentale che attraverso questo lavoro la Commissione parlamentare ripropone all'attenzione del Parlamento e dell'opinione pubblica è: come deve essere e chi deve essere il rappresentante candidato perché sia, al di là di questa o quella cultura politica presidiata e, quindi, rappresentata in caso di elezione, refrattario agli interessi mafiosi ? Noi dovremmo essere – e in questo il voto unanime in Commissione antimafia è di conforto – come classe politica di questo Paese tutti d'accordo su un punto, ossia che i politici, cioè coloro che si candidano a rappresentare il popolo sovrano nelle istanze rappresentative, dovrebbero essere tutti refrattari agli interessi mafiosi. Questo credo sia il grande valore di questo codice. Poi, come ha sottolineato bene la presidente Bindi, in questo codice di autoregolamentazione c’è un articolo non scontato, l'articolo 3, che affida alla Commissione parlamentare antimafia un compito di verifica dei comportamenti di quei partiti, di quei movimenti, di quelle reti, di quelle liste civiche che avranno aderito a questo codice di autoregolamentazione, in modo che l'adesione a questo strumento che la Commissione parlamentare antimafia mette a disposizione non sia afferrata da qualcuno in malafede prima e durante la campagna elettorale e, poi, non sottoposta ad un vaglio successivo al momento elettorale.
Io credo che questo lavoro della Commissione antimafia acquisisca uno speciale valore, almeno questa è la mia personale opinione, se legato ad alcune sfide che questo lavoro della Commissione parlamentare antimafia ripropone nella loro attualità. Quali sfide ? Una l'ho già evocata e mi piace tornarci pur brevemente sopra citando il lavoro svolto in Commissione parlamentare, ma di quella conclusasi nel 1976, da Pio La Torre quando Pio La Torre stesso, firmando e proponendo la sua relazione di minoranza in quella Commissione parlamentare antimafia, insistette moltissimo sull'importanza che i partiti fossero antimafiosi, non tanto perché esistesse questa o quella norma o questa o quella regola, ma nella capacità di fatto di generare una cultura dell'autonomia e del rispetto; quella cultura democratica fatta di rispetto della dignità della persona e di rispetto del principio di legalità. Molto della cultura antimafiosa passa davvero nella scelta del principio di legalità ovvero, traducendo, per come sono capace: da chi ci vogliamo far proteggere ? Ci vogliamo far proteggere dal principio di legalità, ovvero da quell'uguaglianza che riconosce la pari dignità di ogni individuo e che pone ogni individuo come tale valevole di fronte alla garanzia della legge o vogliamo farci tutelare dall'appartenenza ? Ci sentiamo sicuri perché la legge è sovrana o ci sentiamo sicuri perché apparteniamo al giro giusto, come dice Gustavo Zagrebelsky ? È l'appartenenza al giro, alla famiglia, alla clientela, al branco, al clan, che ci rende forti ?
O è una legge democratica che ci tutela a prescindere dalle nostre appartenenze (articolo 3, comma 2, della nostra Costituzione) che, come abbiamo più volte ricordato in questi giorni, è davvero antifascista nella misura in cui impernia la sovranità sulla persona, che vale in quanto tale non perché appartiene a questo o a quello ? E quindi la sfida culturale e politica richiamata anche dalla relazione di minoranza di Pio La Torre.
La seconda sfida riguarda la normazione relativa ai partiti e alle fondazioni. Credo che questo lavoro rifletta il bisogno che finalmente in questo Paese, che sta riformato se stesso e lo sta riformando nelle regole fondative del gioco a cominciare dalle legge elettorale, si mette finalmente mano alla normativa che riguarda i partiti e le fondazioni per garantire massima trasparenza e quindi verificabilità delle scelte. Inoltre credo che un'altra sfida importante sia quella che riguarda proprio il 416-ter. Questo articolo che abbiamo fortemente voluto nella sua modificazione, un articolo che in questo momento dobbiamo verificare nel suo realizzarsi per capire se, per come l'abbiamo riformato, davvero coglie l'obiettivo ossia le criticità e abbiamo detto più volte che se ci fossero delle criticità saremmo pronti a mettervi mano. Intanto la riforma che è stata da poco licenziata in Senato sul 416-bis e che aumenta le pene di quell'articolo ci consentirà probabilmente – lo auspico – di aumentare proporzionalmente anche quelle del 416-ter, così come alcuni di noi si erano impegnati a fare in queste condizioni.
Concludo, un'altra delle sfide riflettute da questo lavoro della Commissione parlamentare antimafia, un'altra delle sfide di per sé richiamate contenute nella medesima legge istitutiva di questa Commissione antimafia – se non sbaglio è la lettera n)del comma 1 dell'articolo 1 della legge istitutiva di questa Commissione antimafia – è la sfida compatibile con ciò che la magistratura sta facendo in questi anni e in questi giorni. La sfida da assumersi è la responsabilità politica del giudizio storico su quel particolare e delicato momento della vita di questo Paese nel quale qualcosa è successo nel rapporto, nello scambio tra chi faceva politica e chi stava dentro le organizzazioni mafiose a cominciare da Cosanostra. Penso a quel periodo compreso tra i due attentati dinamitardi falliti, chissà se per caso o per strategia. Il 20 giugno 1989 l'attentato all'Addaura che doveva uccidere Giovanni Falcone e a gennaio 1994 il fallito attentato all'Olimpico di Roma. Due attentati che chiudono, che abbracciano un periodo storico nel quale evidentemente qualcosa è successo tra mafia e politica, un periodo sul quale nel pieno rispetto dell'attività giudiziaria che ha il compito di sanzionare condotte personali penalmente rilevanti auspico e credo che il Parlamento, magari attraverso la Commissione antimafia, possa e debba coerentemente a quella lettera n), comma 1, articolo 1 della legge istitutiva assumersi la responsabilità di un giudizio storico-politico.