Doc. XXIII, n. 4
Grazie, Presidente. Noi, oggi pomeriggio, cominciamo a discutere in Aula questa relazione, che è stata approvata dalla Commissione parlamentare antimafia all'unanimità il 21 ottobre.
Prima di entrare nel merito di questa relazione, ci tengo ad una premessa di carattere metodologico, direi. Spesso la politica italiana viene accusata di inseguire le emergenze. Io credo che nel caso del lavoro della Commissione parlamentare antimafia si debba riconoscere che la permanenza di questo importante organismo parlamentare ci fa lavorare in una maniera differente. Sulla questione delle mafie, del contrasto alle mafie e del contrasto alla corruzione, che ormai abbiamo capito essere l'altra faccia della mafia, non stiamo inseguendo le emergenze. Io credo che la Commissione parlamentare antimafia abbia in questo, in sé, un grande valore e, allora, ci tengo a riconoscere non soltanto il lavoro che abbiamo fatto bene insieme, coralmente, con i colleghi e le colleghe della Commissione parlamentare antimafia, che prenderanno la parola dopo di me, ma che abbiamo fatto con i documentaristi, con i consulenti della Commissione parlamentare antimafia. È proprio importante che il Parlamento italiano abbia questo strumento.
Certo, noi speriamo di arrivare al giorno in cui non ci sarà più bisogno di questo strumento, perché avremo chiuso la partita e chiuso i conti con le mafie, con la mafiosità e con la corruzione organizzata in questo Paese; ma fintanto che non sarà arrivato quel giorno, il fatto di avere questo organismo permanente, che permette questa puntualità, questo livello di approfondimento, di conoscenza e di dialogo costante tra il Parlamento e coloro che sul terreno rappresentano lo Stato nello scontro diretto e quotidiano contro le organizzazioni mafiose, è davvero un grande ricchezza, l'unica forza che può aiutarci in questa battaglia così difficile, perché dall'altra parte noi abbiamo interessi criminali organizzati in maniera accanita, in maniera feroce: loro non mollano, non mollano mai, non mollano su nessuno.
Questa relazione, che è dedicata alla vita, spesso sacrificata, dei testimoni di giustizia, è – purtroppo, dolorosamente – un ottimo specchio dell'accanimento con il quale le organizzazioni mafiose presenti sul nostro territorio non dimenticano, non la fanno passare, inseguono e perseguitano queste famiglie, talvolta attraverso la violenza più brutalmente intesa, altre volte con quella capacità tipicamente mafiosa di entrare dentro lo Stato, dentro le istituzioni e di condizionarne i comportamenti, modo molto sofisticato di esercitare l'intimidazione e la violenza.
Ecco perché è così importante il lavoro costante della Commissione parlamentare antimafia e del V Comitato che ho avuto l'onore e la responsabilità di coordinare.
Punto a capo, entro velocemente nel merito di questa relazione a nostro avviso così importante, ma poi il voto unanime della Commissione credo l'abbia già ampiamente sottolineato.
Chi è il testimone di giustizia ? Potremmo dire che il testimone di giustizia è una sorta di eretico in questo Paese. Il testimone di giustizia è il cittadino onesto, che, avendo assistito a un crimine o avendolo subito, anziché sopportare, anziché girarsi dall'altra parte, anziché cercare scorciatoie, decide di denunciare, di fare i nomi e i cognomi. Un eretico – potremmo dire –, in un Paese nel quale il motto «fatti i fatti tuoi che campi cent'anni» pare ancora iscritto nella coscienza di molti, forse dei più.
E allora in questo Paese parole come «infame», ossia colui che non si è fatto i fatti propri, colui che ha parlato, colui che ha fatto i nomi, colui che non è stato zitto, sono così diffuse nel gergo anche di moltissimi ragazzi. Ecco, è un eretico il testimone di giustizia, perché è invece quel cittadino che decide di opporsi e decide di fare i nomi. Ma non basta questo, per definire il testimone di giustizia, ed è importante che la relazione l'abbia nuovamente messo a fuoco. Perché il testimone di giustizia non è uno status. Il testimone di giustizia è colui che, avendo deciso, di denunciare, cioè di raccontare all'autorità giudiziaria ciò che ha subito o ciò che ha visto, viene per questo esposto ad un rischio attuale per sé e per la propria famiglia, concreto, grave, che le misure ordinarie di protezione non sono sufficienti a garantirne l'incolumità. Questo è un dato fondamentale. Perché si diventa testimone di giustizia allorquando l'autorità giudiziaria, preoccupata dell'inadeguatezza delle misure ordinarie, investe la Commissione centrale, e quindi il Servizio centrale, della proposta delle misure speciali. Misure speciali che in maniera sempre più residuale, auspichiamo noi, possono diventare anche programma speciale di protezione in località protetta. Cioè a dire che il testimone di giustizia, un cittadino onesto che ha denunciato, che ha detto, che ha fatto i nomi, viene portato via, dalla sua terra, dalla sua città, dal suo lavoro, dalla sua famiglia, dai suoi affetti e protetto dallo Stato altrove.
Che cosa patiscono i testimoni di giustizia ? Che cosa abbiamo riscontrato durante questa nostra relazione ? Direi, sinteticamente, ma sperando di poter trasmettere la fatica che sta in queste poche parole, il trauma dello sradicamento, il trauma dell'incertezza, il trauma di una scelta, quella di denunciare, che in un paese civile e democratico dovrebbe essere una scelta normale e che invece nella maggior parte delle situazioni diventa un punto di non ritorno. Testimoni che, ahinoi, nonostante lo sforzo grande degli apparati che si preoccupano della tutela di queste persone, sia da un punto di vista militare sia da un punto di vista economico, nonostante questo sforzo, purtroppo, patiscono un'offesa, un punto di non ritorno.
La legge attualmente in vigore prevede un principio fondamentale: ossia che la scelta del cittadino che denuncia non possa avere come prezzo che la vita di quel cittadino e della sua famiglia vengano stravolte. Lo Stato ha la responsabilità e il dovere morale e organizzativo di restituire al testimone di giustizia una vita libera, dignitosa, autonoma, possibilmente quella di prima, senza sradicamento, senza perdere il lavoro, senza doversene andare.
Ecco, vi è incertezza, perché le situazioni sono davvero molto, molto, complesse ed, anche se passi avanti importanti ne sono stati fatti in questi anni, nella complessità di queste situazioni, le ferite rimangono spesso ancora aperte.
Concludo, Presidente, con l'ultima parte. Che cosa auspichiamo, con questa relazione, ripeto ancora una volta approvata all'unanimità il 21 ottobre dalla Commissione Antimafia ?
Primo, auspichiamo una legge per i testimoni di giustizia che li distingua, anche sul piano normativo, in maniera radicale, dai collaboratori, perché non debba più succedere che si confondano collaboratori e testimoni.
Secondo, che l'adozione degli strumenti di tutela e di assistenza economica e reinserimento lavorativo procedano come un abito sartoriale sulla vita del testimone e della sua famiglia.
Un abito cucito su misura per la persona. Ad oggi non è così, ad oggi a seconda del tipo delle misure speciali a cui si è sottoposti, sono differenti gli strumenti di tutela, di assistenza economica, e di reinserimento lavorativo cui si può accedere. Noi diciamo che bisogna superare questa sclerosi del sistema; vanno cucite addosso al testimone e alla sua famiglia.
Ultimo auspicio, nella relazione, è che si possano trovare quelle strade, quei canali, attraverso i quali valorizzare quelle scelte difficilissime di cui la cronaca, ahinoi, ci restituisce troppo spesso narrazioni di terrore, di terrore domestico. Sono le donne, sono i minori, che fanno parte di quei contesti familiari e criminali e che da quei contesti vogliono liberarsi benché non abbiano, talvolta, informazioni utili per l'autorità giudiziaria.
Lo Stato deve proteggere queste scelte, costruendo percorsi di tutela e di reinserimento.
Concludo con la memoria di Giovanni Falcone che, quando diventa direttore per gli affari penali al Ministero della giustizia – la sua ultima esperienza professionale –, si occupa, con la sua intelligenza e con la sua passione, di riorganizzare gli strumenti con cui lo Stato contrasta le mafie. Tra questi strumenti è cardinale il ruolo dei collaboratori di giustizia, perché nella testa di Giovanni Falcone c’è un'idea chiara che lui esprime in una citazione che, per chi conosce la storia di Falcone, è familiare: lo Stato non può chiedere a inermi cittadini di diventare eroi, è lo Stato che deve organizzare le sue migliori forze per fare la guerra contro la mafia. Ecco perché nel lavoro di Giovanni Falcone è presente l'intuizione, l'idea, del collaboratore di giustizia, ma non del testimone di giustizia.
Le norme sui testimoni sono del 2001, dieci anni dopo quelle volute da Falcone per i collaboratori, perché per Falcone bisognava smantellare l'esercito avversario, anche con i collaboratori, e colpirlo attraverso le migliori risorse dello Stato. Ecco perché il mio sogno forse anch'esso eretico, come sono certi testimoni nel nostro Paese, è che quello italiano diventi un popolo di testimoni, perché non ci sia più bisogno dei testimoni di giustizia, cioè di casi quasi isolati (sono ottanta attualmente quelli inseriti nel programma speciale di protezione), che rischiano a tal punto per quella scelta normale, che dovrebbe essere tale in un Paese civile, da dover essere sradicati. Abbiamo bisogno di diventare un popolo di testimoni, perché non ci siano più testimoni di giustizia(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).