Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali. Signor Presidente, chiedo scusa ma pensavo che fosse iscritto qualcuno per il mio gruppo, perché io parlo per depositare la risoluzione. La Commissione parlamentare antimafia ha lavorato molto in questi due anni e mezzo, producendo – credo – lavori pregevoli, che sono stati d'altra parte ritenuti tali dal voto pressoché unanime delle due Assemblee oltre che dai lavori della Commissione, ma credo che debba essere riconosciuto a questa relazione un valore che potrei definire tipico di una Commissione d'inchiesta, non solo perché, come ricordava il relatore, il vicepresidente Fava, è la prima volta che la Commissione antimafia nella sua storia cinquantennale affronta questo argomento e iniziare ad indagare un tema così delicato credo che sia già un contributo molto importante per il presente ma soprattutto per il futuro dei lavori della Commissione parlamentare antimafia, ma perché questa relazione si iscrive appunto nelle relazioni tipiche delle Commissioni d'inchiesta per il metodo di lavoro che è stato seguito ma soprattutto per dei risultati che aggiungono alla teoria e alla prospettiva di riforma un'inchiesta sui singoli casi chiamando per nome e cognome le persone e le situazioni. Dunque come tale è una relazione coraggiosa. Non è stato un lavoro scontato, non è stata scontata l'approvazione di questa relazione proprio perché voglio ricordare, a quarant'anni dalla relazione di Pio La Torre, in questa come nell'altra relazione si chiamano per nome e cognome le persone e le situazioni e non sempre le fonti sono gli atti giudiziari. Il lavoro della nostra Commissione è un lavoro sicuramente facilitato dalle indagini della magistratura, ma le Commissioni parlamentari d'inchiesta hanno e devono avere a loro disposizione anche ulteriori strumenti che in questa relazione sono stati utilizzati. Sono stati utilizzati coinvolgendo i protagonisti, andando a evidenziare le contraddizioni che attraversano il rapporto tra informazione e criminalità organizzata delle mafie.
Quindi, innanzitutto, attraverso la risoluzione che presento voglio sottolineare l'importanza di questo lavoro e voglio altresì rappresentare un altro elemento che rende questa relazione particolarmente preziosa. Tra qualche giorno, mercoledì, presenteremo insieme al procuratore Roberti la relazione annuale della Direzione nazionale antimafia; ogni anno noi veniamo chiamati a riflettere sul fenomeno delle mafie, sempre uguale a se stesso e sempre così capace di cambiare, di mutare e di adattarsi alle situazioni, di essere attraversato da mille contraddizioni. Ecco, in questa relazione noi facciamo la fotografia ad un mondo che più di altri ci mostra questa capacità delle mafie di essere sempre uguali a se stesse e sempre capaci di cambiamento e di essere una realtà difficile da indagare perché le verità e le menzogne si intrecciano in una maniera che potremmo definire incestuosa; infatti, questa relazione è la prima su questo tema. Ce ne sarà una seconda che andrà a far parte di un'inchiesta più ampia che è quella dell'antimafia, perché accanto ai giornalisti minacciati, accanto all'uso da parte delle mafie dell'editoria e dell'informazione, c’è anche un capitolo importante che dovremo scrivere e che in questa relazione è iniziato, ma diciamo sicuramente non completato, su come si può usare l'informazione come lotta, come strumento di antimafia che, a sua volta, diventa uno strumento per riaffermare i poteri della mafia. È accennato nelle minacce che certa stampa rivolge nei confronti di chi combatte la mafia, nel tentativo di calunniare e di distruggere l'integrità della persona che è in prima linea a combattere le mafie; credo che su questo capitolo noi dovremo indagare ancora di più e da questo punto di vista, dicevo, è un esempio tipico di come si possa entrare dentro un mondo che presenta numerose contraddizioni e difficile interpretazione. L'altro aspetto che voglio sottolineare con forza, come anche chi mi ha preceduta negli interventi ha fatto, è che ciò che oggi rende più vulnerabile chi svolge un lavoro in materia di informazione è la precarietà del rapporto di lavoro. Un giornalista non può non essere libero perché non gli viene riconosciuto pienamente il suo diritto a svolgere il proprio lavoro; l'essere condizionato dalla precarietà più che dal non adeguato compenso economico del lavoro che viene svolto rende continuamente ricattabile l'esercizio di questa funzione fondamentale. Il nostro diritto ad essere informati è legato alla libertà di coloro che ci devono informare e in un Paese nel quale non esiste di fatto il mestiere dell'editore, perché non esiste di fatto se non la stampa che viene finanziata da chi a sua volta è imprenditore di altri settori, ciò rende ancora più difficile e più ricattabile l'esercizio di questa professione quando non c’è un rapporto di diritto di lavoro che consenta che quel rapporto non si interrompa se quel pezzo che si scrive o quelle parole che si dicono non sono gradite a chi finanzia quell'informazione. Oggi la vera minaccia che arriva ai giornalisti, che sono in prima linea soprattutto nella stampa locale, è prevalentemente legata a questo dato che tocca alle istituzioni risolvere.
Questa relazione certamente è dedicata a tutti coloro che sono stati uccisi, è dedicata a tutti coloro che sono minacciati, è dedicata a tutti coloro che ricevono querele temerarie, ma è prevalentemente dedicata a coloro che si trovano in una posizione che li rende, in qualche modo, già minacciati nel momento in cui devono esercitare la loro professione.
A questo aspetto va posto in qualche modo rimedio, io credo, perché la precarietà del rapporto di lavoro è la negazione di un diritto e vale per tutti i lavoratori; ma quando a quel lavoro è legata la tutela di un diritto fondamentale scritto nella Costituzione noi dobbiamo sentirci ancora più impegnati. Questo soprattutto in un Paese come il nostro dove la presenza delle mafie sono un potere non semplicemente criminale, ma un potere in relazione con tutti gli altri poteri.
Possiamo pensare che non c’è interesse nella società di oggi dove l'informazione è il vero potere a condizionare il potere dell'informazione non avere relazioni con quel potere ? A non avere relazioni con chi, a sua volta, ha in mano l'esercizio di un dovere e di un diritto così importante ? Questa relazione giustamente si conclude con alcune proposte che saranno oggetto eventualmente di proposte di intervento legislativo, anche da parte della Commissione, come sempre abbiamo fatto su tutti i temi sui quali abbiamo lavorato e stiamo lavorando, ma credo sia fondamentale non fermarci ad esprimere solo solidarietà di fronte a un tema come questo ma occorre anche porvi assolutamente rimedio. Questo vale soprattutto per la stampa locale, vale soprattutto per le piccole testate, vale soprattutto per i giornali locali, vale soprattutto in alcune realtà come, per esempio, in Calabria dove non esiste una testata riconducibile a gruppi nazionali e l'informazione locale è tutta in mano a poteri economici locali, a loro volta, condizionati da poteri mafiosi; vale per alcune zone della Campania e per alcune zone della Sicilia dove l'informazione locale ha molti più lettori e molti di più ascoltatori di quanto non ce l'abbiano le reti o le testate nazionali e chi lavora in quelle testate è particolarmente sottoposto a questo ricatto e a questa contraddizione.
Con questa relazione vogliamo richiamarci tutti, ripeto, ad una consapevolezza: il diritto-dovere dell'informazione contenuto nella nostra Costituzione è decisamente minacciato in questo Paese perché ci sono le mafie, e anche perché, come in tutti gli altri settori, stiamo offrendo alle mafie un sistema particolarmente ricattabile e penetrabile da parte loro e, quindi, bisogna intervenire sul sistema dell'informazione.
Discussione generale
Data:
Lunedì, 29 Febbraio, 2016
Nome:
Rosy Bindi