Grazie, Presidente. Piazza Fontana, per la storia d'Italia e la storia di Milano, fu tante cose. Fu soprattutto una voragine che inghiottì persone, famiglie e, con loro, l'innocenza dell'Italia repubblicana. Fu 17 vittime quel giorno, 88 feriti, come ricordava anche il collega Antoniozzi, e poi altre 2 vittime: Giuseppe Pinelli, 3 giorni dopo, entrato vivo in questura e uscito cadavere, e il commissario Luigi Calabresi, ucciso nel 1972. Il 12 dicembre 1969 fu i silenzi, il potere che non racconta le cose, i servizi segreti deviati, la strage di Stato, la pista neofascista per destabilizzare la democrazia. Fu il primo di tanti attentati di un terrorismo oscuro e fu anche la memoria che non è mai riuscita a essere condivisa, come testimoniano le due lapidi che ricordano Giuseppe Pinelli, davanti alla Banca dell'agricoltura. Piazza Fontana divise, contrappose, lacerò, ma Piazza Fontana fu anche altro. Fu il silenzio di 300.000 persone, 3 giorni dopo, in piazza Duomo, durante i funerali. Fu quel silenzio che disse, senza slogan e senza striscioni, quello che la città di Milano sentiva. Lo spiegò bene Pietro Nenni al sindaco socialista di Milano di allora, Aldo Aniasi: è questa gente qui oggi, in piazza Duomo, che sta salvando la democrazia. Fu l'impulso dei partiti milanesi, guidati dal segretario del Partito comunista di allora, Gianni Cervetti, che si riunirono nel Comitato antifascista per la difesa dell'ordine repubblicano: un presidio di vigilanza e di unità che dura ancora oggi, che si contrappose al terrorismo e che aiutò la città in quei duri anni del terrorismo. E, infine, Piazza Fontana fu un abbraccio, 40 anni dopo, il 9 maggio del 2009 al Quirinale, tra Gemma Calabresi e Licia Pinelli. “Perché non l'abbiamo fatto prima?” si dissero le due donne sotto gli occhi di Giorgio Napolitano, a testimonianza di un Paese lacerato dal terrorismo, che però seppe ritrovare l'unità, seppe fare riconciliazione.
Noi siamo questo Paese qui. Siamo il Paese delle verità taciute, nascoste, mancate, della lacerazione portata dal terrorismo e della contrapposizione tra ideologismi, degli strappi, dei tormenti, delle ombre dello Stato, della giustizia che arriva sempre troppo tardi e mai tutta intera. Ma siamo anche il silenzio di quei 300.000, i partiti che si riunirono in un comitato per difendere la Repubblica. Siamo anche quell'abbraccio. Lo siamo stati; possiamo tornare a esserlo, anche oggi, o forse soprattutto oggi.