Data: 
Mercoledì, 20 Maggio, 2015
Nome: 
Cesare Damiano

Grazie, signora Presidente. La ringrazio anche per le parole che lei ha utilizzato per ricordare Massimo D'Antona. Sono passati sedici anni da quell'episodio. Era il 20 maggio, una data non casuale: è il giorno dell'approvazione dello Statuto dei lavoratori, che compie oggi quarantacinque anni. In quella data c’è stata la perfidia raffinata e c’è stato il cieco fanatismo di chi voleva uccidere.
Massimo D'Antona è stato assassinato perché colpevole di volere un patto per l'occupazione e lo sviluppo. È vero – l'ho conosciuto –, era un uomo mite, riservato, colto, era uno studioso dalla parte dei lavoratori. Era un uomo come Guido Rossa, che era un lavoratore, ma stava anche lui dalla parte dei lavoratori perché faceva un mestiere semplice, il delegato di fabbrica.
L'assassinio di Massimo D'Antona viene dopo undici anni di silenzio. Le nuove Brigate rosse colpiscono, tracciano una continuità nella scia di sangue. Prima Tarantelli nel 1985, poi Biagi nel 2002: un filo rosso contro uomini onesti, che conoscevano e studiavano il mondo del lavoro, che intendevano il lavoratore come persona e non come merce, che volevano regolare le relazioni, evitare i conflitti, dare certezze ai lavoratori, uccisi per le loro idee.
Ricordare oggi non è un atto, come lei ha già detto, burocratico, è un ricordo umano e affettuoso, un ricordo di Massimo D'Antona. E c’è anche un monito: che non torni mai più una stagione di barbarie capace soltanto di uccidere e di portarci via i nostri buoni maestri.