Data: 
Mercoledì, 7 Ottobre, 2015
Nome: 
Giovanni Cuperlo

Grazie, Presidente. Forse solo la potenza della poesia, quella frequentata a lungo da Pietro Ingrao, potrebbe condensare in due minuti la ricchezza di un uomo che ha segnato una parte rilevante della sinistra italiana e della storia repubblicana. Basterebbe ricordare che fu lui a governare quest'Aula e con essa un Paese turbato e scosso la mattina del 16 marzo: di quel 16 marzo. Ma noi non siamo poeti e allora la sola cosa che possiamo fare è non derubare quella vicenda umana, intellettuale e politica così unica della sua radice, che prima di tutto si è fondata sul legame tra la politica e il popolo, tra la democrazia e la lotta per restituire un potere sulla propria vita a chi non lo aveva, la dignità di ciascuno insomma: esattamente ciò che il fascismo aveva travolto. In questo Ingrao è stato fino in fondo un uomo delle istituzioni e della Costituzione ma innanzitutto – lo ha rammentato ieri Emanuele Macaluso – Pietro Ingrao è stato un grande comunista italiano dove l'aggettivo non è il dettaglio ma la sostanza, perché senza l'aggettivo di quella biografia collettiva non si comprendono la grandezza e anche i limiti e gli errori. Ho letto in questi giorni il ricordo di chi lo ha conosciuto a fondo: Aldo Tortorella, Alfredo Reichlin, Luciana Castellina, il Presidente Napolitano. 
Ciascuno a modo suo ha come svestito l'amico e il compagno dai panni dell'eroe dubbioso e confinato in un racconto di astrazioni e sconfitte. Non è stato questo Pietro Ingrao, ma un leader della sinistra interamente compreso in una parabola di lotte e nella ricerca di un pensiero all'altezza di un tempo faticoso eppure, a volte, formidabile. Forse è giusto dirlo anche oggi, in quest'Aula, e dirlo significa alcune cose, vuol dire restituire al poeta l'onestà del poeta, avrebbe detto Saba; «pensammo una torre e scavammo nella polvere», solo una assoluta onestà intellettuale e poetica avrebbe potuto condensare in un verso il destino di milioni di donne e uomini e il sogno collettivo di un riscatto, ma vuol dire anche restituire alla guida morale il tratto di una coerenza ostinata e la curiosità verso quanto era altro da sé, vedendo per questo prima e più lontano, come fu su temi che oggi riempiono l'agenda degli Stati o l'omelia universale di un pontefice – mi avvio a concludere – e così è stato fino a passare la soglia simbolica dei cent'anni, un secolo intero vissuto e scavato. 
E allora, se toccherà agli storici e non solo a loro tornare ancora, a lungo, su scritti e scelte di Pietro Ingrao, io mi accontento di pensare che un grano di quelle sue passioni possa trovare un piccolo omaggio, adesso, magari nel modo più imprevisto, perché Ingrao – e anche questo è stato ricordato – ha molto amato Charlot, l'omino simbolo di una certa purezza verso un mondo guasto e se ne è andato, Ingrao, poche settimane dopo che la Banca d'Inghilterra ha annunciato che sulle banconote da 20 sterline l'economista scozzese Adam Smith verrà sostituito da un personaggio che ha dato forma al pensiero britannico. Tra le proposte più accreditate vi è quella di Charlie Chaplin. Chissà come finirà, però sarebbe bello se il secolo breve vissuto da Ingrao, e dominato da un'economia non sempre pura, facesse un po’ di posto all'utopia dell'eroe più umile che diventa storia. 
Anche per questo alla sua grande famiglia che saluto, che salutiamo, ai compagni, agli amici di una vita infinita e bellissima, voglio rivolgere da qui l'omaggio e la gratitudine del Partito Democratico e di ciascuno di noi.