A.C. 2994-A
Signora Presidente, signora Ministra, il provvedimento al nostro esame è vasto e complesso, come vasti e complessi sono i problemi della scuola italiana. Molti aspetti meriterebbero di essere analizzati e discussi in un tema così importante per il futuro del nostro Paese.
Preferisco però concentrarmi, nel breve tempo a mia disposizione, su uno solo di questi – quello della formazione iniziale e dell'accesso alla professione – perché lo ritengo assolutamente cruciale. Non che non lo siano, ad esempio, l'autonomia esercitata nella responsabilità e sottoposta a valutazione, oppure le misure per contrastare il precariato o quelle che rendono un'esperienza di lavoro adeguato ad un ambiente educativo e formativo – tutti temi affrontati nel provvedimento, ma sono altresì convinta che non possa esserci una buona scuola senza buoni insegnanti. E tengo volutamente insieme la formazione e il reclutamento perché tenere separate queste due fasi come è accaduto fino ad ora ha prodotto enormi problemi – basti pensare al precariato e alla discontinuità didattica – che stiamo tentando di aggredire anche con questo disegno di legge.
Dicevo che non può esserci buona scuola senza buoni insegnanti. E per avere buoni insegnanti occorre formarli bene, reclutarli in base al merito e alle attitudini e poi sostenerli nel corso della loro vita professionale affinché aggiornino e perfezionino continuamente conoscenze, competenze e metodologie didattiche.
E nel disegno di legge questi aspetti, per la scuola secondaria, sono finalmente oggetto di un intervento profondamente riformatore in senso evolutivo.
Non esito a parlare di una «rivoluzione dolce», a proposito di una questione fondamentale su cui per decenni si è dibattuto senza esserne mai venuti veramente e definitivamente a capo, mentre oggi lo si fa con coraggio innovativo, grazie ad una delega al governo con precisi principi e criteri direttivi che ne delineano e chiariscono gli ambiziosi obiettivi.
È passato molto tempo da quando l'immissione in ruolo dei professori avveniva mediante concorsi per esami e titoli, svolti periodicamente con grande regolarità. Per un intreccio di motivi che qui non mi è possibile ricordare perché ho poco tempo a disposizione ma che il legislatore non deve dimenticare se non vuole ripetere gli errori già commessi, quel sistema è stato progressivamente abbandonato per lasciare posto ad un'immissione in ruolo assai irregolare nel tempo, che ha creato una platea via via crescente di docenti precari.
Di questi – tutti incolpevoli – a migliaia si sono dovuti sfibrare sull'accumulo annoso di punteggi per le graduatorie, altrettanti hanno potuto coprire una cattedra in virtù del solo titolo di laurea e quindi privi – almeno all'inizio della loro esperienza – di una minima formazione professionale, infine ad altre migliaia ancora è stato chiesto di affrontare il selettivo e costoso corso di abilitazione privo però di qualsiasi meccanismo di connessione con l'accesso al ruolo. Ed è abbastanza incredibile che l'ex ministro, responsabile di questo erroneo impianto, invece di chiedere scusa per la propria personale incapacità di previsione e per aver deliberatamente scelto di cancellare 85000 cattedre, oggi si limiti solo a chiedere con arroganza all'attuale governo di rimediare, sottraendosi alle proprie precise responsabilità.
Voglio essere molto chiara: non può essere messa in dubbio l'esperienza professionale che si matura sul campo. Ma negli ultimi decenni, la scuola e gli stessi precari coinvolti hanno risentito pesantemente della mancanza di un vero e proprio sistema unitario e coordinato che legasse organicamente la formazione iniziale, l'assunzione in ruolo e la formazione in servizio.
Anche le soluzioni di formazione iniziale più avanzate, come le SSIS e più recentemente il TFA, hanno scontato il fatto di essere slegate dalle procedure di assunzione, pertanto i loro frequentatori sono rimasti vittime di un transitorio continuamente cangiante e di regole e scadenze instabili: in vent'anni non si è mai creato un sistema organico, anzi si è finito col generare una situazione sempre più frammentata, del tutto inefficace rispetto al miglioramento della scuola.
È invece profondamente nuovo e sistemico il modello che si intende introdurre, mossi dalla volontà non di rattoppare ma di riformare alla base e di innovare profondamente i meccanismi di formazione e di immissione in ruolo.
Il principale obiettivo è la valorizzazione del ruolo culturale e sociale degli insegnanti fin dalla fase di esordio della professione docente, grazie ad una formazione iniziale approfondita di alto livello e ad una rapida assunzione per concorso delle persone più preparate e più interessate all'insegnamento.
Un insegnante, infatti, è un intellettuale, uno studioso, un ricercatore, non un impiegato. Ecco perché la funzione docente va costruita fin dall'inizio, dagli studi universitari, unendo all'irrinunciabile accurata e profonda preparazione nella propria disciplina e alla maturazione di una specifica intelligenza critica anche una preparazione altrettanto accurata e aggiornata sulle discipline professionalizzanti: pedagogia, didattica, valutazione, competenze psicologiche e relazionali, innovazione digitale e sperimentazione. Solo se in possesso di tutti questi strumenti, da aggiornare continuamente, gli insegnanti saranno in grado di guidare gli studenti con consapevolezza e competenza nell'apprendimento e nella crescita culturale in un mondo in incessante turbinoso cambiamento.
Insegnanti più giovani, più preparati, più motivati: ecco la chiave di lettura più chiara. Abbiamo bisogno di insegnanti che non scelgano questa professione come ultima spiaggia, né che, per alcune discipline, vi dedichino spazi residuali dei loro impegni professionali. Vogliamo dire basta ai lunghi e stressanti anni di precariato, agli inseguimenti di punteggi per risalire sterminate graduatorie, a formazioni patchwork tra una supplenza e l'altra: si arriva spesso all'agognato ruolo svuotati di energie, speranze, progetti. Non è giusto per una professione tra le più importanti e strategiche, che deve essere assolutamente rivalutata perché è in gioco il futuro della nostra società.
In dettaglio, il nuovo sistema di formazione iniziale e assunzione degli insegnanti prevede che si consegua innanzitutto una laurea magistrale o un diploma accademico e che si maturino almeno 36 crediti formativi nel campo delle discipline antropo-psico-pedagogiche all'interno del corso di laurea magistrale come crediti curricolari o liberi, oppure, come crediti aggiuntivi.
In possesso di questi titoli di studio gli interessati affronteranno direttamente gli esami – basati sia sulle competenze disciplinari, sia su quelle psico-pedagogiche e trasversali – del concorso nazionale di assunzione con contratto triennale, retribuito. di formazione e apprendistato professionale. I vincitori saranno assegnati ad una scuola o ad una rete di scuole perché i posti messi a bando saranno, in questo modello, conteggiati realmente al fabbisogno futuro delle scuole.
Nel triennio di contratto completeranno la loro formazione pedagogica e didattico-disciplinare e si misureranno in un serio tirocinio professionale, senza le frettolosità odierne e comunque con le spalle coperte da una retribuzione e dalle connesse prestazioni previdenziali e assicurative, come pure dagli ammortizzatori sociali previsti per questo tipo di contratti a tempo determinato.
La parte formativa consisterà in un corso di specializzazione universitaria di durata annuale, mentre i restanti due anni del contratto saranno appunto destinati ai tirocini e alla graduale assunzione della funzione docente, anche in sostituzione di insegnanti temporaneamente assenti.
Al termine del triennio, sulla base del conseguimento del diploma di specializzazione e di una valutazione positiva del lavoro svolto, il contratto sarà trasformato nella immissione in ruolo.
Una tale procedura può risultare efficace non solo per formare un buon insegnante a tutto tondo ma anche per attrarre alla professione docente persone giovani, brillanti, motivate, appassionate, cioè persone di cui la scuola ha disperato bisogno per crescere continuamente e divenire luogo di fermento culturale e di crescita civile per le nuove generazioni.
Sarebbe comunque sciocco nascondersi i problemi sottesi a questo schema, come a qualunque altro, e infatti il testo di delega cerca di affrontarli con chiarezza.
Innanzitutto la legge punta a coordinare e bilanciare le esigenze, talora contrastanti, dei principali attori in questo campo, vale a dire il mondo dell'università, sia sul versante dei contenuti disciplinari che su quello dei contenuti psico-pedagogici, e il mondo della scuola. Lo fa responsabilizzandoli in collaborazione tra loro per la realizzazione e la valutazione della fase triennale post-concorso.
A questo proposito è previsto che, accanto al riordino delle classi concorsuali di insegnamento atteso da molti anni, si svolga anche, ove necessario, un parziale riordino dei curricula delle lauree magistrali, in particolare di quelle connesse a discipline tipiche dell'insegnamento secondario, in modo da favorire un'opportuna coerenza tra i curricula universitari e le prove concorsuali di accesso al ruolo docente nella scuola.
Inoltre, il nuovo schema è perfettamente accoppiato con quell'organico funzionale o dell'autonomia che era atteso da molti anni e che è stato introdotto da un altro articolo del disegno di legge. Anzi, ne potenzia significato ed effetti perché, sostituendo gradualmente e definitivamente il sistema precedente, cancella ogni forma di precariato e di abilitazione: si starà nella scuola italiana esclusivamente per concorso, anche per sostituire insegnanti temporaneamente assenti.
Non ci saranno più costosi corsi abilitanti a carico degli aspiranti ma privi di concrete prospettive di ingresso nella scuola. Non ci saranno più precari, mentre si potranno misurare e mettere realmente alla prova sul campo capacità e attitudini degli aspiranti docenti nei primi esordi della carriera. A università e scuole sarà affidata la responsabilità di valutare se l'aspirante docente è (e sarà) un bravo insegnante, confermandolo nel ruolo prima dei 30 anni, dopo aver investito sulla sua motivazione, sul suo talento.
Scelte appunto coraggiose e innovative, come dicevo all'inizio. Scelte difficili, certo, soprattutto per la gestione della fase transitoria che, nella scuola, rappresenta sempre il punto più controverso. La delega non manca quindi di prevedere una disciplina transitoria tra gli attuali percorsi formativi e abilitanti e il nuovo modello di formazione e reclutamento, disciplina che deve consentire di valutare pienamente ai fini dell'assunzione, con opportune misure di accompagnamento, la competenza e la professionalità maturate da coloro che hanno conseguito già l'abilitazione.
La forma della delega permetterà di verificare e affinare strada facendo i dettagli ma, con principi e criteri direttivi enunciati in modo molto netto, il Parlamento offre al Governo una guida sicura per stendere i decreti applicativi e per svolgere immediatamente nella scuola quell'opera di precisazione e condivisione degli obiettivi senza la quale nessuna riforma è in grado di attecchire e dare frutti. Riformare non può far sempre rima con tagliare e punire. Stavolta fa rima con investire e premiare.
Il modello non sarebbe però completo senza un forte impegno nella formazione continua e nell'aggiornamento professionale degli insegnanti in servizio, che è infatti presente nel testo in modo collegato con il resto. Infatti la formazione in servizio è destinata non solo a integrare e migliorare continuamente le competenze disciplinari e pedagogiche dei docenti, elemento indispensabile e connaturato alla loro professionalità, ma anche a renderla più flessibile a beneficio dell'organizzazione scolastica mediante il possibile ampliamento, dopo adeguata specifica formazione, delle discipline che ciascun docente può insegnare, valorizzando così capacità, interesse e impegno culturale dei migliori insegnanti.
Non dovrebbe inoltre essere dimenticato che i migliori insegnanti sono anche dei veri ricercatori nel loro campo. La loro capacità di produrre nuova conoscenza nelle discipline professate e nella loro didattica non va sottovalutata e andrebbe anzi riconosciuta proprio nella fase della formazione in servizio e della valutazione professionale.
C’è forse un unico modo per riassumere concisamente il significato profondo dell'intervento legislativo che ho fin qui illustrato e discusso. Ed è un modo confortante dopo tanti interventi di segno contrario: lo Stato investe di nuovo nei suoi insegnanti come parte cruciale della ripresa degli investimenti nella scuola. Li retribuisce anche nella fase iniziale di formazione e apprendistato dopo una selezione per concorso e mette loro a disposizione occasioni e risorse per lo sviluppo continuo della loro professionalità. È proprio una rivoluzione dolce su cui l'Italia e la scuola italiana intendono scommettere.