Dichiarazione di voto
Data: 
Martedì, 16 Dicembre, 2014
Nome: 
Vincenzo Amendola

Signor Presidente, deputati e deputate, Presidente del Consiglio, gentili Ministri, in questa discussione a noi non spaventa la verità, non spaventa la verità in una discussione che riguarda il futuro ed il presente del nostro Paese. Non spaventa mai la verità, anche quando si parla di casi di corruzione, quando si parla di casi di mafia. 
Ed io tramite lei, Presidente, vorrei chiedere al deputato Sibilia di dimostrare che non siamo diversi: perché io, se facessi accusa e accuse di legami con la mafia, rinuncerei all'immunità parlamentare(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico); a nome del nostro gruppo, per difendere il nostro gruppo e l'onorabilità della politica, non dei partiti, chiedo al deputato di essere come noi: non rinunci all'immunità parlamentare quando fa queste accuse, perché la verità rende liberi, in un dibattito politico, in un dibattito parlamentare, soprattutto quando oggi siamo chiamati a discutere di Europa, verso un Consiglio europeo che parte da un presupposto. 
L'azzardo morale viene da un documento, che io sono andato a rileggere, del febbraio scorso, 300 giorni fa, che dice: «I popolari rivendicano le scelte sostenute nel periodo 2010-2012. Queste hanno impedito all'Europa di finire nel baratro». 
Un grande azzardo morale, perché noi sappiamo che l'Europa di sei mesi fa aveva un altro linguaggio, perché noi sappiamo che l'Europa della stabilità e del consolidamento dei debiti non parlava la lingua della crescita, non nella retorica, nei manifesti elettorali. Noi sappiamo che sei mesi fa era l'Europa dei dati raccontati dai nostri colleghi, quelli sul deficit di investimenti, quelli su un PIL che era calato, negli ultimi sette anni, come dopo una grande guerra. 
E noi non abbiamo paura della verità, perché sappiamo che il presupposto di ogni discussione, come invitava il Presidente del Consiglio, parte da due punti chiave: politica estera e crescita. 
Guardate, io lo dico perché credo che in quest'aula parlamentare bisogna riflettere sull'interesse nazionale. 
L’austerity non era figlia della potenza, era figlia della paura, perché per sette anni, quando la valanga della crisi ci ha portato giù, noi ci siamo trovati divisi. Ci siamo trovati come ventotto Paesi che non sapevano rispondere. E sono avvenuti due fatti: una scissione tra sicurezza dell'euro e sicurezza geopolitica del nostro continente, così come una scissione tra stabilità dell'euro, come si diceva sempre, e quella che era la stabilizzazione di una crescita convergente con altri continenti per far fronte alla crisi europea e mondiale. A me hanno molto colpito le parole del Pontefice a Strasburgo quando ha detto: guardate, l'Europa non è più il centro del mondo, voi avete un compito, che è quello di curare le ferite dei popoli e delle popolazioni. Infatti, il ruolo dell'Europa in sette anni ha visto una scissione tra quello che era il nostro compito, quello nato con il vento della storia, come dice un nostro deputato, quello della caduta dei muri, quello di unificare, anche facendo grandi errori che oggi noi paghiamo, l'Europa per un destino, ma la solidarietà, che ha richiamato Giorgio Napolitano a Torino, non è solo solidarietà tra i continenti, tra i ventotto, ma è una solidarietà per fare qualcosa, quello che dicemmo venticinque anni fa: uniamoci per trovare un posto nel mondo. E in questo mondo, quello del Pakistan di questa mattina, il mondo della Libia, della Siria e dell'Iraq, l'Europa per sette anni è stata disarmata, quasi come fosse una grande Svizzera che guardava quello che succedeva perché aveva il problema della stabilità. Chiusi in casa mentre il mondo esplodeva attorno a noi. 
Caro Presidente, Tunisi, Erbil, Bagdad, Il Cairo: questo ha reso orgoglio al semestre europeo. Andare lì a parlare a nome dell'Europa (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) e dire che l'Europa c’è, ma non solo per portare cooperazione, bensì per portare politica, quella che dobbiamo fare in Medio Oriente, in Africa e quella che dobbiamo fare in tutti i continenti, facendo sì che la nostra sicurezza, quella incensata in tutti i grandi motti, si leghi anche a una visione. Infatti, noi saremo forti se guardiamo al mondo che è la radice per cui abbiamo costruito, non solo per i valori comunitari, ma per quello che dovevamo fare. 
Vede, Presidente, c’è un motto tedesco che dice che la Germania è troppo piccola per il mondo ed è molto grande per l'Europa. Anche noi siamo molto grandi per l'Europa, insieme ad altri Paesi, ma tutti insieme, o scopriamo che siamo troppo piccoli per questo mondo e ritroviamo una ragione e una visione e ritroviamo il vento della storia, o quello che dal 2008 ci ha chiusi in casa a difenderci in un'idea geopolitica che era quella dell'isolamento. 
Ha fatto bene l'Italia a proporre Federica Mogherini. Noi ne siamo orgogliosi perché è la scelta che dà sostanza a questa idea di Europa: non chiuderci nell'isolamento mentre un mondo si muove. Ha ricordato il ponte a Istanbul. Io vorrei dire che solo qui nel Mediterraneo, dove gira il 19 per cento delle merci mondiali, in Tunisia e in Marocco raddoppiano i porti, Suez viene raddoppiato e c’è un grande progetto in Nicaragua per costruire un grande canale da 40 miliardi. Bene, il mondo si muove e noi vogliamo che questa Europa, con la politica estera, con la visione del mondo, torni protagonista. 
E la seconda scissione, Presidente, la scissione tra la stabilità dell'euro, questo dogma, e una stabilizzazione di un continente che, insieme agli altri continenti, doveva uscire dalla crisi del 2007. Diciamolo, ci hanno guardato come degli extraterrestri per anni. Mentre Barack Obama interveniva, mentre i BRICS preferivano il protezionismo all'uscita dalla crisi, noi eravamo chiusi tra di noi. È da qui che partiamo. È da questo azzardo morale della destra che partiamo. È da questa idea di Europa sovranista (chiuderci fra di noi invece di cedere potere e costruire un Governo politico europeo) che partiamo. Infatti, storia e geografia, come ci insegnano alle elementari, sono l'unico modo per saper leggere il mondo. Se manca quello, manca tutto. 
Noi abbiamo detto in questi sei mesi – e lo faremo anche in questo Consiglio e lo faremo dopo – di legare la politica monetaria di Mario Draghi, la politica fiscale della Commissione e del Parlamento e la politica di riforme strutturali, come stiamo facendo in Italia, che non sono alternative, ma sono tre meccanismi che noi mettiamo in campo e che portiamo avanti per costruire quel cambiamento da tutti invocato. Trecento giorni fa, come dicevamo tutti, ma dopo trecento giorni sarebbe anche per interesse nazionale e per spingere questo Governo a fare di più e riconoscere che si è aperto un varco. 
Non esisteva nel linguaggio della Commissione la parola «crescita». «Fu in una notte» – ricorda il Presidente dell'Econ Gualtieri – «che abbiamo dovuto introdurre il termine »flessibilità«, perché nel programma di Junker non era abbastanza chiaro». E questo sforzo è uno sforzo decisivo, perché le parole «preoccupante» e «grave», che si usano in forme retoriche poche volte, sono centrali per vedere la differenza tra la questione sociale e i tempi delle scelte. 
Noi chiediamo, insieme al Parlamento europeo e al gruppo socialista e democratico – fatelo anche voi nelle vostre famiglie politiche –, di accelerare, perché il progetto dei 315 miliardi di euro e soprattutto della costituzione di un fondo per gli investimenti economici strategici è centrale. 
Cari colleghi, questo apre un primo varco, perché per questo fondo noi diciamo che la spesa pubblica c’è ed è positiva. Non siamo più nel dogma per cui la spesa pubblica era qualcosa che faceva crollare l'impalcatura. Diciamo che gli investimenti sono relativi alla crescita e la spesa pubblica che noi mettiamo in campo come contributo deve essere considerata positivamente. 
È un varco che se noi applichiamo sul piano Junker, insieme al Parlamento europeo, possiamo estendere sugli altri segmenti della politica, non solo sulla flessibilità, ma sui fondi europei, chiedendo, per esempio, che i fondi della BEI, i fondi del meccanismo di stabilità, che sono congelati oggi, siano anche risorse per muovere altre risorse per la crescita. Ma è anche un meccanismo utile, perché crea un rapporto tra pubblico e privato; un meccanismo di investimenti che anche sul nostro campo delle riforme strutturali può fare moltiplicatore. 
Siamo soddisfatti ? Lo ha detto il Presidente del Consiglio, no, non è abbastanza, è sotto le nostre aspettative. Ma, cari colleghi, quale sarebbe l'alternativa ? Uscire dall'euro ? Non perdiamo tempo. Discutere i regolamenti e i Trattati, come anche oggi Junker ha detto ? Benissimo, ma ci vogliono i tempi per fare questo. Noi potremmo aprire subito il cantiere, forse bisogna farlo, ma i tempi per uscire dalla crisi nel 2015 non aspettano le discussioni e i plenum. 
Caro Presidente, il vento della storia in questi sette anni ha visto un'Europa chiusa, isolata, con la forza dell’austerity, che era la più grande debolezza. Noi oggi, aprendo questo varco verso il Consiglio e verso i prossimi passaggi, utilizzando il Parlamento europeo, possiamo fare altra strada. È un varco piccolo, ma con la spinta non solo di questo Parlamento, ma anche di chi crede che dall'Europa passi il futuro non solo delle generazioni che arrivano, ma anche di quelle che dovranno venire. 
Mi consenta, Presidente, di chiudere di nuovo sull'Europa e sulla sua voglia di allargarsi. Bene, io lo dico molto francamente: io sono perché noi stigmatizziamo gli errori fatti nel passato. Ma su un punto, se ascolto le minoranze ucraine, se ascolto le minoranze curde in Turchia, se ascolto tanti che hanno guardato a quel progetto, una cosa ci hanno chiesto: non solo condannate chi ci governa male, ma aprite le porte per l'Europa, perché questo cambia noi, cambia voi e cambia anche un'idea di mondo.