Presidente, onorevoli colleghi, Presidente del Consiglio, ha ragione quando dice che l'Europa non può rincorrere le emozioni di turno. L'Europa deve dotarsi di una politica strategica, è verissimo, ed è lodevole che l'Italia, in così poco tempo, stia contribuendo a scrivere questa nuova politica strategica dell'Europa. Lo si vede bene nelle politiche migratorie: solo fino a qualche mese fa, diversi Paesi si voltavano dall'altra parte, negavano le questioni, negavano quanto la questione migratoria fosse prioritaria anche e proprio per l'Europa.
E la cosa particolarmente positiva è che oggi, invece, quegli stessi Paesi, in primis la stessa Germania – mi rivolgo al collega Brunetta, giusto per fare riferimento anche agli interventi tenuti precedentemente –, stanno condividendo quelle misure che l'Italia sta proponendo da tempo per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori, e dunque in materia, ad esempio, di sistema del diritto di asilo, come ripartire equamente per una ripartizione dei migranti a livello europeo, come organizzare gli hotspot, come predisporre misure di accoglienza umana; tutte questioni che l'Italia ha messo all'ordine del giorno da tempo.
Finalmente, iniziano a capire che è fondamentale quanto lei, Presidente Renzi, diceva sin dal suo insediamento e che ha ripetuto anche oggi nel suo intervento, cioè quanto ci sia bisogno di una politica che affronti in modo deciso le cause che determinano i vari flussi migratori, e che dunque metta al centro le politiche per il Mediterraneo e che si rivolga, in particolare, e veda al centro le politiche di sostegno ai processi di dialogo dei Paesi dai quali i vari flussi migratori partono.
Allora, è positivo che anche altri Paesi, che fino a qualche tempo fa si trinceravano dietro al Regolamento di Dublino, adesso scoprano che quei conflitti in Medio Oriente o in Africa sono conflitti anche nostri, conflitti dei quali ci dobbiamo occupare e dove dobbiamo dare una mano per aiutare a risolverli.
Allora sono positivi i progressi che l'emissario dell'ONU, Bernardino León, sta ottenendo in Libia. Per la prima volta c’è un piano volto a costituire un Governo di unità nazionale, basato sul dialogo e sul reciproco rispetto. È chiaramente importante che venga stilato quanto prima tra le parti coinvolte, ma è necessario che l'Europa intervenga e accompagni questo processo di pace, anche con aiuti economici e finanziari.
Così come è fondamentale che l'Europa sostenga un altro Paese chiave nella regione: la Tunisia. La Tunisia è stata bersaglio di tentativi brutali di destabilizzazione e, ciò nonostante, il Paese è riuscito con orgoglio e con forza, continuando sulla sua strada di democrazia e libertà. C’è bisogno di continuare a sostenerla e condivido, Presidente, la sua gioia nell'attribuzione del Premio Nobel al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino.
Così come c’è bisogno di una politica che porti avanti il processo di Khartoum, iniziato dall'Italia nel corso del semestre di Presidenza europeo, perché l'Europa troppo a lungo si è trincerata in una politica troppo autoreferenziale, mentre con il processo di Khartoum l'Europa ha ritrovato il dialogo con i Paesi africani. Ed è positivo che questo dialogo si riproponga anche nel prossimo vertice a Malta il mese prossimo e, anzi, mi auguro che diventi una sorta di tavolo permanente.
Ma vengo alla questione siriana. Ci troviamo di fronte ad un bivio. L'entrata in scena della Russia ci pone di fronte a due prospettive, una molto negativa, una invece positiva. Sarebbe negativa se degenerasse in una terribile spirale di provocazioni e di incomprensioni reciproche che farebbe sì che un conflitto già esplosivo andasse ben oltre i confini della Siria e diventasse un'accelerazione di conflittualità tra la Russia, da una parte, e Stati Uniti ed Europa dall'altra. Sarebbe una deriva che avrebbe conseguenze difficilmente prevedibili, ma una deriva alla quale non posso credere, mentre ritengo che ci debba, invece, essere il massimo impegno per sostenere l'altra ipotesi. E, dunque, dobbiamo lavorare in modo da imboccare una strada che ci consenta di realizzare un processo di dialogo e di riappacificazione, così che la Russia possa esprimersi come Paese pronto al dialogo e possa esprimere, invece, un contributo nella soluzione del conflitto.
Allora è chiaro che, da un lato, dobbiamo negare e dobbiamo ribadire che sono inaccettabili i bombardamenti da parte russa. Condanniamo chiaramente questi attacchi e queste provocazioni, che purtroppo sono spesso una costante nella politica di Putin. Infatti, è chiaro che abbiamo da sostenere nella regione tutti coloro i quali combattono il terrorismo e, quindi, dobbiamo sostenere quelle forze locali anti-ISIS, così che si rafforzino e avanzino. Quindi i peshmerga curdi in questo senso sono uno degli alleati e, viceversa, il comportamento, appunto, della Turchia di Erdogan, in questo contesto, anche questo è pericoloso e incomprensibile.
Ma deve essere chiaro che non può essere una soluzione solamente militare. L'esperienza dell'Iraq e dell'Afghanistan lo insegnano bene: la soluzione alla fine deve essere politica e diplomatica. E nel processo di dialogo, che porti ad una soluzione politica, deve fare parte, a mio parere, anche la Russia di Putin. Così come – può piacere o non piacere – anche Assad deve fare parte del processo di dialogo, perché – è inutile negarlo – dopo quattro anni e mezzo di guerra civile, Assad rappresenta ancora una realtà politica in questo conflitto e, di conseguenza, ne va tenuto conto. È chiaro, però, che lo scenario a cui puntiamo deve prevedere alla fine un processo di pace, in cui Assad non può ricoprire nessun ruolo di guida in Siria, perché è tutt'altro e non sarebbe spiegabile ai tanti alleati che in questi anni si sono opposti al dittatore.
Ma le priorità adesso sono due: fermare il califfato e fermare al più presto un conflitto che sta scuotendo il mondo. Le conseguenze di questa guerra le vediamo quotidianamente nelle nostre frontiere, nelle nostre stazioni, nei nostri centri di accoglienza. Per troppo tempo in troppi in Europa hanno fatto finta che quella siriana non fosse la nostra guerra. Invece, purtroppo, lo è, ecco perché è ora di agire, è ora di avviare un processo di dialogo in Siria, che porti ad un processo di pace, un processo di pace cui va invitata a partecipare anche la Russia (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Data:
Mercoledì, 14 Ottobre, 2015
Nome:
Laura Garavini