Grazie, Presidente. Rinnoviamo, anche noi, la richiesta di comunicazioni della Presidente del Consiglio sul Consiglio europeo straordinario di giovedì. Vedete, non è facile per nessuno fronteggiare quella che è, a tutti gli effetti, la peggiore crisi nelle relazioni transatlantiche dal dopoguerra ad oggi, né fronteggiare la crisi di credibilità dell'Alleanza atlantica, che è minata sicuramente dalle minacce di Trump, che la delegittimano, ma anche dal servilismo, che è stato manifestato, anche oggi, ieri, da chi la guida, Rutte. Non è facile per nessuno, però non è serio - questo è il punto - liquidare quello che sta avvenendo come un problema di comprensione. Se volete, leggiamo insieme la lettera che Trump ha inviato al Premier norvegese, se la comprendiamo. Io penso che il problema di comprensione ce l'abbia il Governo, perché non ha capito o finge di non capire che Trump rappresenta una minaccia economica, strategica, di sicurezza per l'Europa e la Groenlandia è un pezzo di questa minaccia.
Sulla Groenlandia bastava dire parole chiare, che non sono arrivate, cioè che la Groenlandia non si tocca. E, malgrado le rassicurazioni che Giorgia Meloni sta dando al mondo, le minacce continuano e hanno avuto un salto di qualità con i dazi annunciati come strumento di ritorsione, coercizione politica, contro alcuni Paesi europei. Di fronte a questo, non basta limitarsi a dire che non si condivide, bisogna capire come si agisce. Per Giorgia Meloni non bisogna fare niente, al massimo bisogna invitare gli europei a dialogare con Trump; gli europei, a dialogare, di fronte alla minaccia di guerra commerciale.
Adesso che è prassi diffondere i messaggi tra Capi di Stato e di Governo, io, fossi in voi, mi preoccuperei un po' se venissero fuori i messaggi di Giorgia Meloni, se quello è il tenore delle dichiarazioni pubbliche. Perché noi abbiamo trasformato la politica estera italiana, di un grande Paese come l'Italia, nell'attesa di quello che pensa o decide di fare Donald Trump, fornendo al mondo l'interpretazione più benevola o finendo per allinearsi; come abbiamo fatto - unico Paese in Europa -, legittimando la violazione del diritto internazionale dell'intervento in Venezuela.
Questo tema del ponte tra le sponde dell'Atlantico è già drammaticamente finito, crollato, perché il Governo italiano, ogni volta, invece di mediare, obbedisce. Non sono giudizi politici, sono fatti, che sono più testardi della propaganda politica che avete fatto fin qui. È un fatto che l'accondiscendenza di Giorgia Meloni ha portato a un accordo sui dazi, che è un accordo dannoso per la nostra economia e per l'Europa; è un fatto che aver abbassato il capo sul 5 per cento delle spese militari NATO senza alcun criterio oggettivo danneggia il nostro modello sociale ed economico; è un fatto che lo sconto alle multinazionali americane per compiacere Trump ancora una volta è un danno alla nostra impresa. E oggi, ancora una volta, vediamo che il Governo italiano invita l'Europa a ripetere gli errori. Ma c'è un fatto nuovo, questo è il punto politico sul quale dobbiamo discutere anche in quest'Aula: c'è un pezzo d'Europa che, per la prima volta, vuole reagire, mettendo sul tavolo, contromisure, non dico nemmeno lo strumento anti-coercizione - che pure vedrebbe il nostro parere favorevole -, ma, banalmente, la sospensione dell'accordo sui dazi di fronte a nuovi dazi annunciati e a minacce reiterate da parte del Presidente americano.
Di fronte a questo, tutte le forze politiche hanno il dovere di dire da che parte stare. Avete sentito, le forze dell'opposizione hanno una posizione univoca su questo punto, è un fatto; vogliamo sapere le forze della maggioranza che cosa pensano. Pensano, come credo il Ministro Tajani, di essere favorevoli alla sospensione della ratifica di questo accordo perché il Partito popolare europeo, al Parlamento europeo, l'ha annunciato? O pensano, come Fratelli d'Italia, che è un errore e quindi voteranno contro, aprendo una contraddizione nel Governo alla vigilia di un Consiglio straordinario di rilevante importanza, rispetto alla quale, qui abbiamo il dovere di sciogliere questo nodo. Il punto è questo: noi non abbiamo mai mancato di denunciare le timidezze e anche le inadeguatezze di questa Europa di fronte al cambio di passo che si è determinato con la nuova elezione di Trump. Ma, quando finalmente l'Europa vuole reagire, l'Italia, invece di stare in prima linea, frena; quando c'è un pezzo d'Europa che vuole provare a stare con la schiena dritta, l'Italia invita a chinare il capo, e questo è il contrario del patriottismo.