Discussione sulle linee generali
Data: 
Lunedì, 18 Aprile, 2016
Nome: 
Fabrizia Giuliani

 

Signor Presidente, colleghi – ho scelto il microfono meno adatto – vorrei intervenire per dare il mio contributo a una discussione su una materia che so molto delicata e complessa. Non è retorica e credo infatti che per poterla affrontare in modo adeguato sia necessario accostarsi ad essa con il rispetto e la conoscenza necessari – mi rivolgo all'uscente Rondini – evitare toni impropri e tante polemiche alle quali abbiamo assistito nei mesi scorsi e dei quali non avevamo davvero nessuna nostalgia. Soprattutto ritengo che questa materia vada distinta da questioni alle quali è stata, anche per ragioni politiche se vogliamo, sovrapposta la questione delle unioni civili, la cosiddetta polemica relativa al gender, perché appunto questo porta solo a mancare di rispetto alla qualità della questione stessa e soprattutto al filo che si deve ritrovare. Non ci dobbiamo stupire, ogni volta che la bioetica irrompe nel dibattito politico, portando all'attenzione del legislatore questioni inedite, che attengono a nuovi modi di nascere, di crescere, di curarsi e di morire, il rischio è di perdere l'equilibrio e per equilibrio intendo la razionalità necessaria a sostenere il confronto che dovrebbe precedere ogni azione legislativa, che è necessariamente accordo e sintesi. Occorre tenere l'equilibrio, lo ricordava a proposito la senatrice Finocchiaro nel corso di una discussione su un'analoga materia al Senato, quando il Partito Democratico ha presentato appunto una mozione tesa a contrastare la legalizzazione della maternità surrogata a livello sovranazionale. Io credo che appunto per arrivare nel modo migliore a una discussione come questa occorra in prima istanza misurarsi con le proprie convinzioni più profonde. Le riflessioni che io porto posso dire che nascono dallo scambio e dal dialogo su terreni politici, dallo studio certamente ma soprattutto da un'elaborazione profonda della mia esperienza privata e pubblica della maternità. Pronunciarsi sulla maternità surrogata richiede in primis che se ne dia una definizione, non solo perché la lingua può coprire, storpiare, o rendere giustizia delle questioni, che siano cose o concetti, alle quali rinvia, ma perché occorre anche intendersi sui concetti stessi. Per maternità surrogata si intende una pratica fondata sulla disponibilità di una donna, è una pratica che presuppone la sua disponibilità a perseguire e realizzare progetti di genitorialità decisi da altri, impegnandosi prima dell'inizio della gestazione a consegnare il neonato a un genitore o una coppia di genitori committenti. Questa tecnica – non è un dettaglio medico – si attua mediante l'impiego di un embrione prodotto con fecondazione in vitro, i gameti che generano l'embrione possono appartenere sia agli individui coinvolti nella pratica che a donatori esterni. Nei casi più ricorrenti, l'ovocita non appartiene alla donna incaricata di portare a termine la gravidanza, in ragione dell'esigenza propria del contratto di rescindere i legami tra la gestante e il nascituro. Le ragioni della mia contrarietà alla maternità surrogata, contrarietà condivisa dai pronunciamenti di molti dei vertici più alti del Partito Democratico, a cominciare dal suo segretario, ed è una condivisione che non deve in alcun modo meravigliare dato il DNA politico e culturale del Partito Democratico – ma su questo voglio tornare in chiusura – poggiano sulla convinzione che questo fenomeno configuri un arretramento profondo sul terreno della dignità della persona umana e dei diritti di ciascuna bambina e di ciascun bambino, in altre parole un arretramento di civiltà. Dico cosa intendo per civiltà: intendo lo spirito che ha portati i padri costituenti dell'Europa ad evocare il rifiuto kantiano di ridurre gli esseri umani, tutti, uomini e donne, a mezzo, ma per civiltà intendo il riconoscimento, l'assunzione del cammino della libertà femminile, le conquiste di cittadinanza fatte dalle donne che hanno modificato così profondamente e positivamente i nostri equilibri democratici. La democrazia dei nostri Paesi avanzati è tale grazie all'emancipazione delle donne da una distinzione funzionale che per secoli le ha condannate alla funzione domestica, sessuale e procreativa, emancipazione intesa come possibilità di affrancarsi da una condizione di disponibilità incondizionata, disponibilità a realizzare i bisogni e i desideri degli altri, per proseguire, come donne, i propri disegni di vita e soprattutto per partecipare alla vita pubblica, progettarla e costruirla. 
Poi c’è un secondo aspetto che non può essere ignorato per chi viene da una storia come la mia, come quella della nostra forza politica, da una storia di sinistra, ossia che con la maternità surrogata il mercato entra, con tutti e due i piedi, in modo molto prepotente – a meno che la politica non sia in grado di contrastarlo con efficacia, non sia più forte delle pressioni di questo gigantesco giro di affari e dico che io sono e noi siamo qui per questo – in una zona delicatissima, scomponendo l'unità della relazione materna, costituita dai momenti scanditi dalla gravidanza, dal parto e dal bambino, in segmenti indipendenti. Porta alla perdita di senso affettivo, culturale e simbolico di quell'evento umano, che è la maternità, e della nascita e consente così la loro mercificazione come cose. E aggiungo che le donne ci hanno messo millenni per non ridurre la maternità a un puro fatto biologico. Questo comunque consente la riduzione dei corpi a merce, l'uso del potere procreativo femminile per generare i bambini, destinati allo scambio, assai spesso economico, uno scambio che si gioca su scala mondiale. Non si tratta mai di un gioco paritario: le donne non mettono a disposizione un organo, ma la loro vita. Non c’è contratto che non esiga l'assoggettamento ad una disciplina specifica che riguarda l'alimentazione di queste donne, la loro vita sessuale, la qualità della loro vita sessuale, la mobilità, che non contempli appunto la richiesta persino di interrompere la gravidanza, se qualcosa va storto. Tutto questo è inserito in un sistema globalizzato di produzione, che comprende cliniche, avvocati e intermediazione. Il rapporto tra le donne e i committenti non è mai un rapporto uguale, non è, fuor di metafora, uno scambio tra signori e benestanti – non parliamo di chi vive a Manhattan sulla Quinta Strada – ma di una domanda che preme dove c’è bisogno e spesso dove c’è miseria. Parlare di diritti o di espansione di diritti in un mercato dove girano centinaia di migliaia di euro io lo trovo francamente surreale. 
C’è un altro punto poi che a mio avviso è decisivo: io credo che il corpo non sia qualcosa di cui si può disporre in toto, vendendone o comprandone parti: la conoscenza dei progressi della scienza, la psicoanalisi, la cultura propria delle società più avanzate e pluraliste ci dicono che il corpo non è una cosa, qualcosa che ci portiamo dietro, ma è ciò che siamo, è la condizione della nostra esistenza e qui nella fattispecie non è in gioco un organo alienabile, ma una relazione che consente a una vita di svilupparsi; non è mistica, ma è scienza, esperienza e cultura. 
Non ci deve stupire quindi – e vengo così ai riferimenti giuridici e ai pronunciamenti europei – che la pratica sia vietata in larga parte dei Paesi dotati dei più avanzati quadri giuridici, come la Germania, la Francia, la Spagna e il Portogallo, consentita se gratuita, con un articolato livello di restrizioni in un numero di Paesi, come il Canada, l'Inghilterra e altri, in alcuni Paesi degli Stati Uniti, e largamente assunta in Paesi segnati da profonde diseguaglianze sociali, come l'India, il Nepal o la Thailandia. Non è un caso che relazioni recenti abbiano mostrato un incremento diffuso di tale pratica, documentando il flusso della domanda verso i Paesi che ne consentono l'attuazione a condizioni economiche e giuridiche più avanzate – ci si affida insomma al buon cuore di chi lo fa – e più vantaggiose per i committenti, ivi inclusi accordi che valicano i confini nazionali. Credo che sia per queste stesse ragioni che lo scorso 15 marzo 2016 la Commissione affari sociali del Consiglio d'Europa ha respinto la relazione cosiddetta De Sutter, «Diritti umani e problemi etici legati allasurrogacy», volta a legalizzare la maternità surrogata nei 47 Stati membri. Questa richiesta è stata respinta, del resto il voto del Consiglio d'Europa segue quello del Parlamento europeo, che in assemblea plenaria, il 15 dicembre del 2015, aveva condannato la pratica della maternità surrogata all'interno del rapporto annuale sui diritti umani. 
Vado a concludere. Voglio ricordare ancora che, a sostegno di questi pronunciamenti, c’è una larga mobilitazione internazionale, guidata da uomini e donne, che gira un po'in tutto il mondo. Dicevo a proposito del Partito Democratico che non bisogna stupirsi che il Partito Democratico abbia queste posizioni: la cultura politica che ispira il PD è frutto di una originale elaborazione di tradizioni diverse che hanno costruito l'ossatura della storia della democrazia italiana e sono state alla base della scrittura della Carta costituzionale e anche di quelle che sono venute dopo. 
Si è affermata, e anzi spicca tra queste, la cultura delle donne, oltre a quella ambientalista. Il principio ispiratore che ha orientato queste mescolamento e rielaborazione è l'affermazione e la difesa della dignità della persona umana, non in astratto, ma nella sua storica e determinata situazione, a cominciare dalla sua appartenenza sessuale, oltre che l'affermazione di un'idea di libertà non schiacciata sul mercato. 
È evidente che con la maternità surrogata ci troviamo davanti a una pratica che mette in discussione questi pilastri. Per questo, auspico che il Partito Democratico si impegni in una mozione che impegni il Governo ad invocare, nelle forme e nelle sedi più opportune, il pieno rispetto da parte dei Paesi che ne sono firmatari, delle convenzioni internazionali per la protezione dei diritti umani e del bambino, contrastando, sia sul piano interno, che sovranazionale, qualunque forma di legalizzazione della maternità surrogata.