Grazie Presidente, Colleghi, ho ascoltato con attenzione il dibattito che ha preceduto il mio intervento e il tema in oggetto è sicuramente un tema che divide, che ha acceso in passato e accende anche le varie sensibilità in campo. Tuttavia, la discussione è stata sviscerata profondamente solo poche settimane fa al Senato, mentre i colleghi senatori erano impegnati nell'esame del disegno di legge sulle unioni civili. Molto accesa è stata anche la discussione e il dibattito pubblico sui media in cui peraltro il tema che oggi discutiamo è stato confuso con l'essenza stessa del disegno di legge sulle unioni civili.
La maternità surrogata era e rimane vietata dalla legge n. 40, del 2004, una legge – dobbiamo però ricordarlo – scritta male e che proprio per questo è stata oggetto di numerose pronunce della Corte costituzionale che hanno dichiarato l'illegittimità di molte sue parti, rendendola oggi un mostro giuridico monco e pieno di dubbi. Non possiamo dimenticare, in particolare, che la Corte ha sottolineato più e più volte come la legge n. 40 non prendesse in adeguata considerazione la dignità della scelta di diventare genitore e riconducesse la procreazione assistita alla mera applicazione di tecniche a corpi nei più diversi motivi impossibilitati a procreare.
L'Italia ha scelto legittimamente di vietare la pratica della gestazione per altri. Il nostro Paese, attraverso un dibattito parlamentare serrato, anche allora ha mostrato distanze e visioni contrapposte spesso dettate dall'ideologia e, tuttavia, la scelta del divieto della pratica, tanto più se assistita da sanzioni di carattere penale come nel nostro caso, non rappresenta l'unica soluzione possibile nel diritto comparato. Molti colleghi lo hanno già detto: vi sono infatti Paesi che nulla dispongono in merito, lasciando la questione all'autonomia dei privati; vi sono Paesi che dettano la disciplina minima e insufficiente della gestazione per altri e vi sono infine, altri Paesi che hanno deciso di regolamentare la pratica della gestazione per altri alla fine dello stesso percorso democratico, con l'obiettivo di tutelare adeguatamente le posizioni di tutti i soggetti coinvolti, la donna e soprattutto i bambini. La California, il Canada, il Belgio, la Grecia, la Danimarca, il Regno Unito e moltissimi altri hanno stabilito la legalità di questa pratica in cui una donna, atta a portare a compimento una gravidanza, lo fa a favore di altri soggetti per portare un bambino nella famiglia a cui voleva dare la vita.
Molti dei Paesi che ho citato hanno stabilito che la donazione debba avvenire a titolo completamente gratuito: è il caso del Regno Unito, della Grecia, della Danimarca e del Canada e l'elenco potrebbe anche continuare. La ragione è chiara: alla base non devono esserci condizioni di disagio della donna e non devono esserci ragioni meramente commerciali. Aiutare chi non può avere i figli, superando i problemi fisici, deve essere un atto ispirato da ragioni solidali, un atto che investe situazioni ed esperienze di vita complesse che il diritto non può ignorare o reprimere.
Siamo sicuri che gli Stati che hanno regolato la materia legalizzando queste pratiche hanno affrontato probabilmente gli stessi interrogativi e questioni che le mozioni in discussione sollevano, facendosene carico e risolvendoli in un senso. Penso, in modo particolare, a quegli ordinamenti che prevedono un coinvolgimento forte del giudice, ad esempio nell'autorizzazione del ricorso alla pratica e nell'attribuzione dello status di genitori alla coppia. È il caso della Grecia, ma segnali in questo senso provengono anche dal Regno Unito e dalla California, ad esempio.
Discorso certamente diverso vale per i contesti in cui ci sono chiare pratiche di sfruttamento: ad oggi l'accesso alla maternità surrogata a titolo commerciale resta possibile per gli italiani solo in Georgia, in Russia, in Ucraina e Uganda, dove è vietata alla coppia dello stesso sesso. Lascio da parte il caso della California, che pure viene ricompensata per il servizio solidale che presta alla coppia intenzionale. Questo non avviene negli altri Paesi: in quei contesti per alcune sfumature le donne coinvolte non vengono informate adeguatamente, ricevono un'assistenza medica del tutto insufficiente, affrontano talvolta un violento stigma socioculturale, subiscono pressioni e ricatti di vario genere dettati dal disagio economico e da una legislazione punitiva, dalla volontà del marito e dei genitori.
Simili situazioni di sfruttamento si configurano come una riprovevole violazione dei diritti umani e del principio universale di rispetto della dignità umana. In questi casi la condanna del PD è unanime e condividiamo che si debbano trovare degli strumenti per intervenire a livello internazionale, con efficaci strumenti di disciplina e controllo ma anche per scoraggiare ed eventualmente punire chi vi si rivolge, sempre però salvaguardando l'interesse del bambino. In questo senso, credo, ad esempio, che la riforma delle adozioni sia sempre più urgente e che, ove riesca a sanare i meccanismi farraginosi che la rendono talora impraticabile, possa costituire un deterrente per molti.
In ogni caso, non sarà facendo ricadere sui bambini le scelte degli adulti che troveremo la soluzione ai problemi di cui ci stiamo occupando. Il bambino è soggetto di diritti, non oggetto. Il minore e i bambini hanno il diritto al benessere superiore, a prescindere dalle scelte degli adulti che dovrebbero tutelarlo. Il contributo e il combinato disposto della giurisprudenza, della Carta costituzionale italiana, della Carta dei diritti dell'uomo su questo punto segnano un punto illuminante: i bambini non possono, una volta nati, essere il campo di battaglie ideologiche, il campo dello scambio di idee. Il senso morale di una società si misura su ciò che si fa sui bambini.
Anche la giurisprudenza internazionale ci viene in aiuto. Nel 2014 la Corte europea dei diritti umani, nei due casi contro la Francia, è intervenuta sulla questione dei figli nati da gestazione per altri. Alle due coppie genitoriali, entrambe eterosessuali, la Francia aveva negato, in un caso, la trascrizione del certificato di nascita dei figli e, nell'altro, la trascrizione di un provvedimento del giudice francese che riconosceva l'esistenza di una relazione di fatto tra genitore e figlio. La Corte, pur riconoscendo che il rifiuto di trascrivere l'atto di nascita costituisce una misura legittima da parte dello Stato che, nell'esercizio della sua discrezionalità, punisce penalmente il ricorso alla maternità per altri, ha tuttavia concluso affermando che, quando sono in gioco gli interessi dei minori, il margine di discrezionalità dello Stato si riduce e una previsione pur legittima non può essere bilanciata con l'incertezza giuridica in cui i figli vengono a trovarsi. Tali conclusioni sono state confermate dalla Corte EDU, nella sentenza Paradiso e Campanelli contro l'Italia del 27 gennaio 2015, nella quale la Corte ha condannato l'Italia per aver sottratto e poi dato in adozione il figlio di nove mesi di una coppia di eterosessuali, che aveva fatto ricorso in Russia alla fecondazione eterologa e alla maternità per altri.
Le indicazioni che provengono dal quadro che ho descritto fin qui sono molto chiare: il tema della gestazione per altri deve essere affrontato tenendo in mente la grande diversità di modelli di disciplina che ci sono negli altri Paesi e non può essere ridotto alle semplificazioni che troppo spesso abbiamo ascoltato. Quello che è sicuro è che l'Italia, il suo Governo, il Partito Democratico non possono tollerare né in alcun modo legittimare situazioni di sfruttamento della donna come del bambino. Su questo fronte l'impegno deve essere chiaro, con l'individuazione delle realtà e dei contesti che non rispondono ad adeguati standard di protezione. Ma quello che soprattutto non può essere tollerato è che le conseguenze ricadano su chi non ha voce, sui più deboli, sui bambini. Abbiamo assistito, Presidente, ad una discussione feroce in questi mesi, dai toni spesso violenti contro adulti più o meno noti. Abbiamo assistito a una discussione sulla gestazione per altri come argomentazione fuorviante sul tema dei diritti civili, come passaggio antidiscriminatorio fondamentale che questo Paese aspetta da trent'anni. Abbiamo ascoltato messaggi e parole spesso violenti verso quei bambini e io ho sempre pensato che questi bambini un giorno cresceranno e probabilmente ascolteranno queste parole e saranno anche loro colpiti dalla stessa violenza. Diceva Ginott che i bambini sono come il cemento umido: tutto quello che li colpisce lascia un'impronta. Ecco, quei bambini, che un giorno saranno adolescenti, che saranno i cittadini futuri, uomini e donne di questo Paese, noi abbiamo il diritto e il dovere di farli sentire parte di una comunità che mette tutti sullo stesso piano, fruitori di diritti e donatori di doveri.