Signora Presidente, onorevoli colleghi, ci troviamo di fronte oggi ad una grande responsabilità: il DESI (Digital Economy and Society Index), l'indicatore aggregato scelto dalla Commissione europea per misurare lo stato di digitalizzazione dei vari Paesi membri, anche nel 2016 posiziona il nostro paese al venticinquesimo posto, davanti solamente alla Romania, Bulgaria e Grecia.
E sebbene il tasso di crescita sia superiore alla media europea, e di conseguenza la Commissione ci classifichi nel gruppo dei Paesi in recupero, il ritardo accumulato negli ultimi trent'anni di miopia politica va recuperato con maggiore determinazione.
Una situazione simile è evidenziata anche dal rapporto OCSE Government at a Glance, pubblicato a luglio 2015: in rari casi riusciamo ad essere competitivi, se confrontati con gli altri Stati, e siamo spesso in fondo alle graduatorie, soprattutto in termini di servizi e-gov, o per essere più precisi, della loro usabilità e del loro utilizzo. Se prendessimo in considerazione, infatti, solamente l'indicatore che valuta i servizi pubblici digitali dal DESI 2016, il risultato ci vede posizionati a metà classifica, appena sotto la media degli altri Paesi. Nel dettaglio risultiamo essere addirittura sopra la media, considerando l'indicatore che definisce l’online service compliance; a riportarci abbondantemente sul fondo della classifica invece è il grado di utilizzo di tali strumenti da parte dell'utenza.
Lo stesso dato è evidenziato anche dall'OCSE nel suo rapporto: nel 2014 solo il 20 per cento dei nostri connazionali ha usato il web per chiedere informazioni, e solo l'11 per cento di essi per inviare moduli alla pubblica amministrazione; dietro a noi c’è solo il Cile. A mancare non è tanto o soltanto la tecnologia, le risorse o gli strumenti digitali in quanto tali, quanto invece ciò che permette un loro pieno utilizzo, ovvero la cultura: che va declinata in termini di cultura digitale, sia in riferimento alle competenze dei cittadini utenti, sia in relazione al lavoro svolto dall'apparato amministrativo, che non sempre si è dimostrato capace di fornire un servizio che abbia come caratteristica fondante l'attenzione ai bisogni del cittadino.
È per questo che il Governo Renzi, e in particolare la Ministra per l'agenda digitale Marianna Madia ha deciso di porre come progetto prioritario, nell'ambito della digitalizzazione della pubblica amministrazione, proprio il ridisegno complessivo dei servizi, rendendoli uniformi nella procedura di autenticazione dei pagamenti e dei dati grazie al sistema pubblico di identità digitale, al sistema «PagoPA» e all'Anagrafe nazionale della popolazione residente, e rendendoli semplici nell'interazione grazie alle linee guida dell'Agenzia per l'Italia digitale e al progetto Italia Login.
Le risorse, come il grado di digitalizzazione dell'intero sistema, seppur non all'altezza degli investimenti in termini di spesa complessiva nel confronto con gli altri Paesi, non sono da sottovalutare: l'Italia dal 2007 al 2013 ha speso poco meno di 40 miliardi in spese legate alle nuove tecnologie, e nonostante gli oltre 5 miliardi di spesa complessiva annua tra pubblica amministrazione centrale e locale, lo stato dell'innovazione e del digitale rimane quello finora descritto. La spesa è senz'altro rilevante, ma dal rapporto curato da NetConsulting e Netix emerge che all'interno del dato aggregato la quota dell'investimento è in progressiva riduzione, andando a rappresentare una parte marginale della spesa complessiva, che in gran parte viene assorbita dalla gestione corrente per il mantenimento di infrastruttura hardware e software sempre più datata e al limite dell'obsolescenza. Confrontando poi il dato con gli altri Paesi, risulta che il nostro, assieme alla Spagna, è quello che fra le grandi economie europee spende meno in proporzione al PIL, con il 0,3 per cento della spesa nel 2014, di fronte allo 0,5 per cento di Francia e Germania e allo 0,9 del Regno Unito. Facendo riferimento solo alla pubblica amministrazione locale, considerando i dati SIOPE, il sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici, l'ISTAT afferma che nel 2011 la spesa ICT è stata di 1.726 milioni, pari a circa lo 0,69 per cento delle spese totali; e considerando la spesa ICT per abitante si calcola una media nazionale pari a 28 euro, con notevoli differenze territoriali, che vanno dai 242 euro per abitante della Valle d'Aosta ai 10 della Campania.
In questo contesto, per definire i prossimi passaggi e la direzione più corretta verso cui indirizzarci è necessario sia chiedersi come siano state finora utilizzate le risorse messe a disposizione, sia quantificare quanto effettivamente realizzato ed individuare gli eventuali sprechi ed investimenti errati. Spendiamo troppo o troppo poco ? Spendiamo forse male ? Secondo quali criteri sono stati effettuati gli investimenti di questi anni nelle amministrazioni pubbliche ? Dove possiamo permetterci margini di miglioramento, e dove invece è doveroso, prima ancora che necessario, operare dei tagli ? L'impegno del Governo in questi anni è stato notevole per cercare di colmare il digital divide che ci separa dal resto d'Europa, operando, è bene ricordare, in un equilibrio non sempre facile tra la necessità di recupero del terreno perso e il perseguimento di una necessaria revisione della spesa. Il Parlamento in questo ha contribuito in maniera significativa, grazie al lavoro puntuale e trasversale dell'Intergruppo innovazione. È doveroso ricordare il lavoro fatto per la legge di stabilità 2016. La nuova formulazione dell'ex articolo 29 ha previsto di legare la spesa ICT a un piano triennale e a un programma coerente e sostenibile di riduzione della spesa, e ha stabilito che i risparmi derivanti dall'attuazione del piano vengano utilizzati dalle medesime amministrazioni per investimenti in materia di innovazione tecnologica.
Sono certo che il lavoro della Commissione di inchiesta sarà di prezioso aiuto alla revisione del piano triennale, come pure sono certo che i lavori della Commissione di inchiesta che ci accingiamo a istituire serviranno anche per l'attuazione della modifica della Costituzione votata in quest'Aula all'unanimità e che andremo a confermare con il referendum di ottobre, che, alla lettera r), secondo comma, dell'articolo 117, aggiunge alle materie di competenza esclusiva dello Stato, oltre al coordinamento informatico dei dati, anche quello dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche. Una rivoluzione che va finalmente a sanare quanto denunciato anche dal già citato rapporto Assinform, ovvero lo scarso grado di interoperabilità tra i sistemi degli enti della pubblica amministrazione locale.
La responsabilità di quest'Aula, dunque, onorevoli colleghi, è determinata dalla necessità di fare un punto sulla situazione approfondito, scientifico, perché la strada è tracciata e va nella direzione corretta, ma il Paese non può più permettersi di fallire, di rimanere indietro, di non attuare, o farlo solo parzialmente, quanto in questi anni progettato e previsto. E, per fare ciò, è necessaria un'analisi profonda di come le risorse sono impiegate, del livello di informatizzazione dei singoli uffici e del livello di competenze digitali da parte di chi, poi, concretamente, porta avanti ogni giorno la macchina amministrativa. La proposta è composta di cinque articoli.
L'articolo 1 prevede l'istituzione della Commissione di inchiesta per la durata di un anno, reso non prorogabile in seguito all'approvazione di un emendamento in sede referente. Il comma 2 del medesimo articolo, integrato parzialmente in sede referente, individua i compiti della Commissione d'inchiesta: verificare e analizzare le risorse finanziarie stanziate e il loro utilizzo, nonché gli investimenti effettuati dalle pubbliche amministrazioni nel settore dell'ICT, anche al fine di individuare eventuali diseconomie; comparare la spesa pubblica nel settore ICT nei maggiori Paesi europei e in Italia; analizzare, anche mediante la verifica dei titoli di studio e del livello di competenza dei responsabili del settore dell'ICT, lo stato di informatizzazione e il livello di dotazione tecnologica delle pubbliche amministrazioni, con riferimento al livello di reingegnerizzazione e automazione dei processi e dei procedimenti amministrativi, all'utilizzo di software open source, all'apertura dei dati e al loro utilizzo, all'interoperabilità e all'interconnessione delle banche dati, a livello di sicurezza e allo stato di attuazione del disaster recovery e a livello di accettazione dei pagamenti elettronici; monitorare il livello di digitalizzazione e di investimento nelle regioni; verificare la possibilità di razionalizzare la spesa nel settore dell'ICT.
L'articolo 2 definisce la composizione della Commissione, formata da venti deputati nominati dal Presidente alla Camera in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari, assicurando, comunque, la presenza di almeno un rappresentante di ciascun gruppo. L'articolo 3 richiama quanto già previsto dall'articolo 82 della Costituzione in merito alla possibilità della Commissione di procedere all'indagine e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria, con un'ulteriore limitazione, analogamente a quanto previsto da altri provvedimenti di istituzione di Commissioni di inchiesta, precisando che la Commissione non può adottare provvedimenti con riguardo alla libertà e alla segretezza della corrispondenza e delle altre forme di comunicazione, né limitazioni della libertà personale, ad eccezione dell'accompagnamento coattivo dei testimoni.
L'articolo 4 prevede l'obbligo del segreto e l'articolo 5 determina le spese per il funzionamento della Commissione, poste in carico al bilancio interno della Camera. In sede referente, la cifra è stata suddivisa in 25 mila euro per l'anno 2016 e in 25 mila euro per l'anno 2017. La I Commissione ha avviato l'esame in sede referente della proposta nella seduta del 21 aprile 2016 e nella seduta del 12 maggio sono stati approvati gli emendamenti Cozzolino 1.1, 1.3 e 1.4, nonché gli emendamenti 2.1 e 2.2 del relatore. Per riprendere le parole utilizzate da un rapporto CNEL del 1981, l'informatica non è uno strumento aggiuntivo della pubblica amministrazione, ma uno strumento di riforma.
Non esiste una pubblica amministrazione da una parte e una pubblica amministrazione digitale dall'altra. Nel 2016 la pubblica amministrazione deve essere digitale, perché maggiore è il livello di digitalizzazione, fatta nel modo corretto, e maggiore è la trasparenza e l'efficienza; perché esiste una correlazione inversa tra il livello di digitalizzazione e il livello di corruzione, ed è proprio questo fattore quello che ha frenato e frena maggiormente la trasformazione digitale della pubblica amministrazione. Una corruzione che ha depotenziato l'impatto degli investimenti negli ultimi anni e che noi abbiamo il dovere di scoprire, denunciare e contrastare con tutta la nostra determinazione e con tutte le nostre forze, ed è per questo che auspico una celere approvazione di questa norma.
Discussione sulle linee generali - Relatore
Data:
Lunedì, 13 Giugno, 2016
Nome:
Paolo Coppola