Presidente, onorevoli colleghi, ancora una volta l'Europa si trova di fronte a un'emergenza gravissima e in larga parte inattesa. La Brexit arriva dopo una serie di precedenti in cui l'Unione europea ha dimostrato palesemente la sua incapacità di prevenire i problemi che si sono posti e di definire strategie adeguate di risposta. In un breve lasso di tempo l'Europa ha mostrato tutti i suoi limiti di fronte all'impatto della globalizzazione, con l'accelerazione della concorrenza delle cosiddette economie emergenti, la crisi economico-finanziaria esplosa nel 2007 e dalla quale l'area euro tuttora fatica ad uscire, l'emergenza migranti, l'esplosione delle crisi in molti dei Paesi e alle sue frontiere, la crescita del terrorismo. Quello che preoccupa di più è proprio la ripetitività con la quale l'Unione europea evidenzia le sue difficoltà ad interpretare l'evoluzione degli scenari interni ed internazionali e di trovare soluzioni adeguate in tempi rapidi. Con la Brexit abbiamo assistito ad un'irresponsabile gara in cui tanti esponenti delle istituzioni europee e di diversi importanti Paesi membri si sono lanciati affermando la necessità di chiudere rapidamente i conti con il Regno Unito, di accelerare il processo di fuoriuscita ed imporre a questo Paese l'astensione da tutte le attività dei propri rappresentanti nelle istituzioni europee. In sostanza, sembra prevalere un approccio punitivo: il Regno Unito va sanzionato per l'errore compiuto con il referendum. Dalle istituzioni europee e da chi riveste delicate responsabilità politiche negli Stati membri sarebbe stato lecito attendersi ben altro atteggiamento, meno emotivo e molto più accorto e ragionato. Sarebbe stato utile valutare gli errori compiuti nel passato recente, più che dal Regno Unito, dall'Europa, dall'incapacità di delineare strategie di politica economica in grado di assicurare ragionevoli prospettive di sviluppo a tutti gli Stati membri in presenza della vera e propria rivoluzione costituita dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione, all'incoerenza che ha contraddistinto la gestione dell'emergenza migratoria per cui si è oscillati da una disponibilità all'accoglienza pressoché illimitata alla chiusura delle frontiere interne. Per non parlare di come sono stati gestiti i conflitti e le instabilità nel mondo arabo e nel nord Africa.
L'esito del referendum inglese non può, dunque, essere liquidato come un fatto liberatorio. Il Regno Unito non è soltanto il Paese membro che ha tradizionalmente nutrito un profondo scetticismo di fronte alle prospettive di intensificazione del processo di integrazione europea. Si tratta anche di un partner che può svolgere un ruolo fondamentale negli equilibri complessivi all'interno dell'Unione europea per attenuare la prevalenza che ha assunto la Germania e che produce squilibri e che certo non è un fattore irrilevante nelle difficoltà dell'Unione europea di darsi una strategia credibile di crescita. Il Regno Unito costituisce anche una remora a una tendenza che per molto tempo ha caratterizzato le istituzioni europee all'ipertrofia normativa, all'eccesso di regolazione. Da ultimo, il Regno Unito è un partner commerciale fondamentale, specie per il rilievo che assume il mercato borsistico di Londra. Non vorremmo che nella fretta di liquidare il Regno Unito vi sia da parte di alcuni la speranza di attrarre nel proprio Paese i capitali che attualmente vengono negoziati nella Borsa di Londra. L'uscita del Regno Unito è soprattutto l'effetto del risultato obiettivamente deludente che ha dato di sé l'Unione europea negli ultimi anni e non si può liquidare il voto esclusivamente come la risultanza della prevalenza di umori populisti e xenofobi. Viene da domandarsi per quale motivo il Regno Unito avrebbe dovuto guardare all'Unione europea e in particolare all'area euro con uno spirito meno critico e scettico in presenza dei risultati quantomeno deludenti che l'hanno contrassegnata: l'incapacità di gestire la crisi greca, la perdurante stagnazione che si è risolta in una vera e propria deflazione per la cui soluzione evidentemente non può bastare la politica monetaria espansiva meritoriamente perseguita dal Presidente della BCE, la crescita impressionante della disoccupazione, specie giovanile, e i maldestri tentativi di realizzare una politica solidale in materia di immigrazione. Anziché fare il processo al Regno Unito, le istituzioni europee dovrebbero analizzare con severità le scelte compiute e i fallimenti a loro addebitabili. È auspicabile che da questo ennesimo trauma si capisca finalmente che l'Europa deve cambiare approccio. Il problema non è tanto di carattere ordinamentale o procedurale. A poco servirebbe avviare un confronto, che sarebbe inevitabilmente faticoso e che susciterebbe le reazioni negative dagli euroscettici, sullo sviluppo dell'integrazione da realizzare attraverso modifiche da apportare alle regole e ai processi decisionali europei, così come sulle competenze delle istituzioni europee o sulla creazione di nuovi soggetti a partire dal Ministro del tesoro europeo. La ricetta tedesca, che le istituzioni europee hanno passivamente recepito e imposto agli altri Stati membri, centrata su una politica rigorosa del bilancio pubblico e basata sulle esportazioni, non può applicarsi negli stessi termini in tutti i Paesi membri, che non hanno evidentemente le medesime potenzialità del sistema produttivo tedesco: impedendo la realizzazione di investimenti e senza un adeguato sostegno della domanda interna, le economie di molti Paesi si stanno avvitando in una decrescita che le colloca ai margini degli scenari internazionali, e il cui esito inevitabile può essere soltanto l'esplosione di tensioni e conflitti sociali e la crescita di forze antieuropeistiche ed euroscettiche. Prima di avviarci in un inutile esercizio per la riscrittura delle regole e nella revisione dei poteri delle istituzioni europee, occorre dunque confrontarci nel merito delle politiche condotte a livello europeo, correggendo gli errori compiuti con il fiscal compact, che è palesemente insufficiente a consentire all'economia europea di fronteggiare gli effetti della globalizzazione; così come per quanto concerne i rapporti con i partner e con i Paesi ai nostri confini e la gestione dei flussi migratori. Su queste materie il Governo italiano sta fornendo utili contributi, dalla richiesta di applicare con maggiore intelligenza e flessibilità le regole del fiscal compact, al migration compact, che giustamente si propone di sostenere la crescita dei Paesi di provenienza per prevenire afflussi massicci di migranti, che le economie europee in crisi non possono assorbire.
È necessario dunque interrogarsi sulla strada da percorrere ora, partendo da un approccio costruttivo e realistico: credo che a questo scopo occorra partire dalla consapevolezza che il referendum britannico, anziché costituire l'inizio della fine della costruzione europea, può rappresentare al contrario una straordinaria opportunità per il suo rilancio. Ciò almeno per due ragioni. La prima, che troppi dimenticano, è che in caso di vittoria del Remain ci sarebbero comunque state conseguenze gravi per il processo di integrazione europea: per incentivare la Gran Bretagna restare nell'Unione erano infatti state fatte concessioni che avrebbero inciso profondamente sui princìpi e sui valori fondamentali dell'Unione, a partire dalla libera circolazione dei lavoratori; e in tal modo si sarebbe aperta la strada ad una probabile emulazione da parte di altri Stati membri: ognuno avrebbe chiesto concessioni e deroghe ad hoc, che avrebbero finito per intaccare profondamente il nucleo stesso dell'Unione. La seconda è che Brexit impone con urgenza ed evidenza un passo da troppo tempo rinviato per le resistenze di diversi Stati membri: il riavvio di un processo di reale integrazione politica ed economica, che è l'unica vera risposta alle grandi sfide globali, ed è dunque l'unico modo di colmare le lacune che rendono l'Europa attuale così poco gradita ai cittadini.
Come procedere allora nei prossimi mesi per disciplinare le future relazioni tra Unione europea e Regno Unito e riformare l'Unione stessa ? A mio avviso occorre procedere contestualmente su due filoni di azione: riformare da un lato l'Unione Europea, secondo un approccio che preveda se necessario forme differenziate di integrazione tra gli Stati membri, vale a dire due Europe a diverse velocità; negoziare con il Regno Unito, verificando la possibilità che esso rientri tra i Paesi che accettano un'integrazione più debole, o comunque sia legato da accordi equilibrati con l'Unione europea. L'Unione europea potrebbe a questo scopo avviare immediatamente un processo di riforma costituzionale, che preveda la creazione di due cerchi concentrici a diversa velocità: in quello più interno potrebbero rientrare gli Stati disposti ad accettare un'unione sempre più stretta, e quindi ad avviare un processo di integrazione di tipo federale, politica ed economica, come prospettato dalla risoluzione che ci apprestiamo a presentare; nel cerchio esterno si potrebbero collocare poi gli Stati che considerano invece l'Unione solo come un'area economica integrata, escludendo ogni condivisione di sovranità in settori non strettamente economici, e tra questi potrebbe essere incluso il Regno Unito.
Si è detto che questo scenario è realisticamente ipotizzabile solo dopo le elezioni francesi e tedesche del 2017; io credo invece che si possa, anche in risposta alle forze populiste e xenofobe, avviare il processo federale immediatamente, e definirne i pilastri in occasione di una grande conferenza da svolgersi a Roma, sia a livello parlamentare che governativo, nel marzo del 2017, in occasione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma. L'Italia può svolgere in questa fase un ruolo utile e positivo, inducendo i partner, a cominciare dalla Germania, a rimettere in discussione scelte ormai dimostratesi fallimentari o comunque insufficienti: non è più il tempo di affidare agli altri la guida dell'Europa, l'Italia deve continuare a fare la sua parte su un terreno concreto, attraverso proposte intelligenti, originali e creative, in modo da evitare la deriva che da troppo tempo contraddistingue l'Europa, di una progressiva disgregazione che alimenta soltanto la sfiducia reciproca ed il populismo.
Data:
Lunedì, 27 Giugno, 2016
Nome:
Marina Berlinghieri